Il monito di Kant, che ha fatto della ragione il vero e centrale perno della sua intera vita, è utile oggi forse più di allora

Come sosteneva Hegel, “il grand’uomo condanna gli altri uomini ad interpretarlo”. Nonostante diversi elementi dell’idealismo kantiano non abbiano superato indenni lo scorrere del tempo, venendo criticati soprattutto dalla corrente logica – basti pensare a Brentano, Boole, Frege, Russell, Wittgenstein, Kripke -, e nonostante l’idealismo dei concetti di spazio e tempo sia stato rigettato completamente da numerosi fisici contemporanei a cominciare da Einstein, l’ombra enorme di Kant ha segnato di sé tutta la filosofia degli ultimi due secoli e ha indubbiamente condannato gli altri uomini (e donne) alla sua interpretazione. Sostiene infatti il professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino, Maurizio Ferraris, che “se tutta la filosofia antica è una nota a piè di pagina al pensiero di Platone,tutta la filosofia moderna è una nota a piè di pagina alla filosofia di Kant” e questo è già sufficiente per capire l’impatto di Immanuel Kant, che nasceva a Königsberg il 22 aprile 1724, nella storia della filosofia.

Tra le lezioni fondamentali di Kant vi è senza dubbio quella legata all’Illuminismo, che in un periodo magro di lume della ragione come questo è più che attuale. Nel 1784 il filosofo scriveva che “l’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”, a voler sottolineare più di ogni altra cosa come non utilizzare il proprio intelletto fosse sinonimo di viltà, perché l’umanità ha deciso di delegare ogni scelta, ogni decisione, per pigrizia, stupidità, abitudine, lasciandosi convincere che la tradizione in quanto tale sia il faro da seguire. Kant critica aspramente chiunque deleghi il pensiero, scrivendo che “se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che pensa per me… io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare” accusa chiunque si affidi ciecamente a una sedicente guida, ma non solo essere autonomi è un nobile obiettivo da raggiungere, anche riuscire a mettersi nei panni altrui, allenare l’empatia, è uno dei precetti dell’Illuminismo e, dunque, di chi vive illuminato dal lume della ragione.

Uscire dalla minorità è indubbiamente scomodo e faticoso, ma esiste cosa più faticosa della libertà? Forse solo la moralità. Un concetto centrale per Kant. La sfida del filosofo è quella di operare sempre “in modo che la massima della tua volontà possa valere come principio di legislazione universale”, in altre parole ogni volta che un soggetto è posto davanti a una scelta dovrebbe prenderla pensando che quella stessa scelta possa diventare una legge universale; ovvero ogni altro soggetto, al posto tuo, dovrebbe compiere esattamente la tua stessa scelta. Solo universalizzando l’azione morale è possibile togliere ogni scopo personale e raggiungere una moralità degna di questo nome. Per raggiungere un tale risultato è dunque imprescindibile coltivare il sano costume del dubbio, il dubbio metodico di Cartesio è utile anche per liberarsi di pregiudizi e liberarsi dai pregiudizi è necessario per farsi guidare unicamente dalla ragione arrivando a un punto di vista squisitamente razionale e, dunque, puro – la sua Critica della ragion pura non si intitola così a caso – riuscendo finalmente a ribellarsi a ogni tradizione e ogni precetto avendo la via davanti a sé illuminata da due fari: ragione e scienza. 

Oltre a Cartesio un altro esempio a cui si ispira Kant è Copernico e il filosofo prussiano riesce a compiere la sua propria rivoluzione copernicana: porre al centro del sistema filosofico il soggetto. Lo scopo di Kant è di scoprire non come siano fatte le cose in se stesse, ma come debbano essere fatte le cose per venire conosciute dal soggetto: non dobbiamo chiederci cosa sia una sedia, dobbiamo chiederci come siano fatte le sedie perché possano essere intelligibili – una sedia dovrà occupare uno spazio, stare in un tempo ed essere una sostanza (dunque durare nel tempo), dovrà causare qualcosa -; l’attenzione della speculazione si sposta così dall’oggetto in sé alle condizioni che rendono possibile questo oggetto, insomma invece di partire dal mondo si deve partire dall’io che contempla il mondo.

È chiaro che, per un pensatore che dà un tale peso all’intelletto del singolo, il singolo stesso diventa cruciale nella sua visione filosofica e anche se Kant non si spingerà mai all’estremo dicendo che se il soggetto ha un ruolo così importante rispetto alla conoscenza – e dunque al mondo – è il soggetto a costruire il mondo attraverso la propria conoscenza, arriva però a sostenere che il soggetto determina il mondo, ovvero che è il soggetto a dare il confine al mondo: il mondo viene determinato dai concetti e dunque non ci si può limitare a prendere atto di qualcosa, di essere in ultima analisi in quello stato di minorità, ma noi stessi determiniamo il mondo che ci circonda, circoscrivendolo e rendendolo a noi stessi conoscibile. Come il Sole per Copernico, è il soggetto al centro dell’intero sistema kantiano e tutto ruota intorno al soggetto che solo grazie a intelletto e moralità può conoscere il mondo e agirvi in modo morale.

L’immagine di Kant intento ad ammirare “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me” è dunque esplicativa del suo intero pensiero, con il soggetto intento a scoprire il mondo fenomenico, determinandolo, e la moralità che tende all’universalizzazione.