La presidenza italiana dei Grandi Sette ha ospitato in Puglia un summit denso di polemiche politiche ma scarno in quanto a contenuti. Oltre a staccare un assegno da 50 miliardi per l’Ucraina, i leader si limitano a ribadire le solite promesse

Fra panzerotti, pizziche e polemiche sui resort di lusso si è chiuso il G7 a conduzione italiana, ospitato dalla luxury masseria di Borgo Ignazio in Puglia. Presenti i Grandi 7 (oltre all’Italia Joe Biden, Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Justin Trudeau, Rishi Sunak e Fumio Kishida), e insieme a loro anche la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e per la prima volta il Papa; immancabile anche Volodymyr Zelensky. Fra anatre zoppe e sgambetti col sorriso, che cosa resterà di questo G7 e, soprattutto, di cosa hanno parlato i suoi leader?

Sergio Mattarella con i leader del G7 al Castello Svevo di Brindisi (ANSA / Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Il red carpet dei “morti viventi”

Uno spietato Patrick Wintour sul Guardian osserva che il ruolo di padrona di casa di Meloni, “serena nel suo completo rosa salmone“, è stato soprattutto quello di sfoggiare raggianti sorrisi consolatori a quella che a tutti gli effetti sembrava una “parata dei morti viventi“. Al prossimo G7 (Canada 2025) e persino al prossimo G20 (Brasile 2024, a novembre) Meloni potrebbe infatti ritrovarsi unica sopravvissuta di una classe di bocciati. Mentre la premier ha fatto incetta di preferenze alle ultime europee, quasi tutti gli altri leader presenti affrontano un drammatico calo dei consensi, si affacciano a imminenti elezioni dai risultati già scritti o semplicemente si godono gli ultimi momenti di un incarico che non vedranno riconfermato.

Sarà quasi certamente così per il premier britannico Sunak, il più vicino per simpatie politiche e non solo a Meloni: alle elezioni indette per il prossimo 4 luglio non ci si aspetta nulla di meno di una debacle storica per i tories. È vero anche per Scholz, il cui partito SPD ha registrato risultati imbarazzanti piazzandosi addirittura terzo, due punti sotto l’AFD. È vero per Trudeau e Kishida, entrambi ai minimi storici di gradimento. Il Partito Liberale del presidente canadese è stimato oggi al 23%, ben 21 punti sotto i conservatori di Pierre Poilievre che arriverebbero invece al 44%. Stesso discorso per Kishida, il cui tasso di approvazione continua a toccare minimi storici certificati anche dalle ultime suppletive ed esacerbati da recenti scandali di corruzione legati al partito del premier nipponico.

Nessun cronista, presente e non, ha potuto fare a meno di notare il gelo particolarmente pungente fra la padrona di casa e Macron. A dividere i due non è solo il fatto che il presidente francese rivede, nella premier italiana, il suo incubo peggiore in patria che si appresta a strappargli la maggioranza in Parlamento. Roma e Parigi sarebbero state protagoniste dello scontro sull’aborto, tema non primario nell’ordine del giorno che però ha tenuto il banco delle polemiche per tutto il primo giorno. Ci torniamo tra poco.

Ci sono poi le due grandi incognite di Bruxelles: von der Leyen, la cui riconferma passerebbe necessariamente da un avallo di Meloni, e Michel la cui destinazione finale è invece già scritta: il dimenticatoio. Per ultimo, in ordine di apparizione, il presidente americano Biden il cui unico obiettivo elettorale è quello di convincere tutti di non essere così tanto vecchio. Perlomeno, non troppo. Diciamo abbastanza da aver accumulato saggia esperienza, ma non abbastanza da risentire mentalmente e fisicamente dei propri 81 anni. Biden si è distinto, in effetti, più per alcuni siparietti puntualmente montati come panna dalla stampa più maliziosa che non per la propria leadership, Grande fra i Grandi. «Non si fa aspettare così una donna!» prova a rimproverarlo col solito sorriso Meloni dopo averlo atteso per 21 minuti all’ingresso. Fanno sorridere, ma anche discutere, anche le immagini girate dopo l’esibizione dei paracadutisti. Mentre i leader si mettono in posa per una fotografia, la svampita attenzione di Biden noncurante dell’ennesimo scatto di rito è tutta per un militare che dietro di loro arrotola i paracaduti. Ancora Meloni, ormai indefesso bastone della vecchiaia del presidente, lo trascina per un braccio riportandolo alla realtà. Oltreoceano il video è virale in pochissimo, mentre Donald Trump infierisce contro contro un Biden che “vaga come uno zombie cerebralmente morto” (qui il video su Rainews).

Biden (ANSA / GIUSEPPE LAMI)

Il lungo preambolo che odora di gossip è in realtà necessario per inquadrare la dichiarazione finale siglata dai Grandi 7. Il testo, pur formalmente impeccabile, rispecchia il vulnus politico sotteso alla debolezza dei singoli leader in patria e così facendo non può che peccare di consistenza, al netto delle trionfali celebrazioni degli ospiti di casa che rivendicano la perfetta riuscita dell’accoglienza e della logistica organizzativa (e meno male). Ma insomma, di cosa hanno parlato e che cosa hanno deciso i leader del G7?

Aborto e non solo: Roma e Parigi sempre più lontane

Come si accennava, fin dalle prime ore del G7 tiene banco il dibattito sull’aborto. L’intento del summit, come si evince dai lavori preparatori degli sherpa (così in gergo si definiscono i diplomatici e funzionari che cooperano alla stesura di testi e compromessi politici), non si discostava da altre rivendicazioni già avallate negli episodi precedenti. La frase della discordia, inizialmente proposta da Trudeau e Macron con il supporto americano, era un generico impegno ad “affermare l’importanza di preservare e garantire un accesso effettivo a un’interruzione di gravidanza sicura e legale”.

Papa Francesco e Giorgia Meloni (ANSA/ETTORE FERRARI)

Diverse fonti però confermano subito le rimostranze italiane, nonostante Meloni cercasse di sgonfiare la bolla: «non c’è alcuna ragione di polemizzare su temi che già da tempo ci trovano d’accordo» sminuisce alzando al tempo stesso i toni politici della questione: «credo che sia profondamente sbagliato, in tempi difficili come questi, fare campagna elettorale utilizzando un forum prezioso come il G7». L’attacco è diretto a Macron, paladino di uno storico primato: lo scorso marzo infatti l’articolo 34 della Carta costituzionale francese è stato modificato per asserire che “la legge determina le condizioni in cui si esercita la libertà garantita alla donna di far ricorso ad un’interruzione volontaria della gravidanza”. Si configura così il primo riconoscimento al mondo contenuto in una Costituzione dell’aborto come un diritto. Rispondendo alle provocazioni di Meloni, il presidente francese non manca di rivendicare che la Francia “sostiene la parità fra uomini e donne”, aggiungendo che questa “non è un’opinione condivisa da tutto lo spettro politico”.

Potrebbe interessarti La Francia e l’aborto: storia di un diritto

E in effetti, non è esattamente vero che questi temi “già da tempo ci trovano d’accordo“. Tanto che alla fine a spuntarla è proprio Meloni: alla fine della fiera il G7 toglie dal testo finale il riferimento testuale all’aborto, sostituendolo con un ancora più generico rispetto dei “diritti sessuali e riproduttivi legati alla salute per tutti“. Dal testo scompare anche ogni riferimento all’identità di genere. Il braccio di ferro è vinto ma Meloni tiene la parte e non esulta nemmeno: «solitamente accade che nei documenti ufficiali le cose acquisite non vengano ripetute pari pari – spiega ancora accennando alla precedente dichiarazione di Hiroshima. – Credo che la polemica sia stata costruita in maniera totalmente artefatta».

Emmanuel Macron accolto da Giorgia Meloni (ANSA/ETTORE FERRARI)

Non è dato sapere quindi se la premier covi serie intenzioni di rivedere il ruolo dell’aborto nel diritto internazionale o se invece la sua posizione in merito sia davvero la stessa di Macron e di Trudeau o dello stesso Biden, il cui esito elettorale si regge su pochi macro-temi, e l’aborto è certamente uno di questi. Per capire quale ruolo abbia avuto in questo dibattito Papa Francesco, ospite d’onore del G7, basta chiedersi la natura del suo invito legato a un’entità superiore più tecnologica che divina.

AI: parola al Papa

A discapito di ogni (logica) apparenza, la presenza del Papa al G7 non c’entrava (quasi) nulla con l’aborto. Il Pontefice è stato infatti invitato dalla premier, lo ripetiamo, per la prima volta, per discutere dei limiti etici dell’intelligenza artificiale (qui il discorso integrale di Papa Francesco ai leader del G7 sull’AI).

Potrebbe sembrare un paradosso che la massima autorità religiosa in terra sia convocata come fonte privilegiata di un dibattito sullo sviluppo tecnologico, ma la scelta non è affatto casuale. Sull’AI infatti Meloni non ha mai nascosto di pendere dalle labbra di padre Paolo Benanti, già consigliere di Papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia. Il francescano da sempre si spende per ammonire prudenza nel cammino verso l’AI che può davvero cambiare la storia del mondo: «alcuni trattano l’Intelligenza Artificiale come un idolo, altri come un oracolo, come un semidio. Il rischio è delegare il proprio pensiero critico e il proprio potere decisionale a queste macchine» avverte.

Già che c’era, lo staff di Bergoglio ha approfittato dell’invito per organizzare ben 10 incontri bilaterali del Pontefice con altrettanti leader – un networking più politico che spirituale, si capisce. 

50 miliardi per l’Ucraina

Se dovessimo però indicare il vero nocciolo del dibattito, ovverosia l’unico sul quale il summit interviene operativamente e concretamente, è certamente di guerra che dovremmo parlare.

Emmanuel Macron guida la golf car in occasione della cena al Castello Svevo di Brindisi offerta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per i leader del G7 (ANSA/ PAOLO GIANDOTTI – US PER LA STAMPA E LA COMUNICAZONE DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA)

Al netto di polemiche politiche e accessorie che hanno tenuto banco per tutto il weekend, il dossier trainante del vertice è stata in realtà proprio l’Ucraina. Il lascito più importante di questo G7 è proprio la dichiarazione finale con cui i leader mettono a disposizione di Zelensky oltre 50 miliardi di dollari, “facendo leva sulle entrate straordinarie degli asset sovrani russi congelati in Europa“, un “segnale inequivocabile al presidente Putin” come si legge nella dichiarazione finale del G7. L’ospite Meloni scandisce bene, a fine summit, che “l’Europa contribuisce già individuando il meccanismo di garanzia” e dunque il prestito “sarà fornito dagli Usa“, con la probabile partecipazione di Canada, UK e Giappone e senza l’intervento diretto di Nazioni europee.

I leader dell’asse occidentale non tralasciano l’altro grande orrore di questi giorni, il conflitto sulla Striscia di Gaza. Sulla questione, il documento apre con la canonica condanna degli attacchi del 7 ottobre di Hamas e la conseguente piena solidarietà a Israele, richiamato però al rispetto del diritto internazionale, compreso e soprattutto quello umanitario. Il G7 si limita poi a ribadire la propria adesione all’ultima risoluzione ONU n. 2735 approvata nei giorni scorsi per volere di Washington, un piano per un cessate il fuoco duraturo, il rilascio di tutto gli ostaggi e il progressivo ritiro dell’esercito israeliano. Ancora una volta, si riafferma il principio del due popoli due Stati, contro ogni evidenza di fattibilità politica, perlomeno finché sarà Netanyahu a dettare il corso degli eventi.

Joe Biden e Volodymyr Zelensky siglano l’accordo bilaterale al margine del summit del G7 (ANSA/ETTORE FERRARI)

Le conclusioni del documento provano infine ad accendere un faro di speranza facendo appello a tutti i Paesi di “osservare la tregua olimpica, individualmente e collettivamente“. L’intento è nobile; l’auspicio universalmente condivisibile; lo sforzo drammaticamente insufficiente. Ciascuno traballante nel proprio terremoto politico (tutti tranne una), i Sette leader si sono dimostrati concordi perlomeno in questo, nell’inazione.

Potrebbe interessarti Tregua olimpica: la fiaccola che voleva fermare il mondo

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA / Donato Fasano