Le mille nuance di un genio del Novecento, straordinario e crudele
È gennaio, 2013. In una cucina una donna, una madre, si tortura le mani in preda al panico: suo figlio, Radu Doragu, è stato arrestato per il furto di alcune opere sottratte a ottobre in meno di 90 secondi al museo di Kunsthal. Se la polizia trova i quadri, per lui è finita. Poi uno sguardo al forno, un’idea; ed è un attimo per decidere, prendere le tele e stiparle dentro le sue fauci, per poi guardare il fuoco divorarle con foga. Un volto disarticolato e stropicciato la guarda offeso mentre le fiamme corrodono la sua pelle di tela e ne sbriciolano la pittura in cenere. Va in fumo così, in compagnia di alcuni Monet e Matisse, la Testa di Arlecchino di Pablo Picasso. L’ultima ferita inferta, a 40 anni dalla sua morte, a un uomo che amava ferire, con la forza delle forme ma anche con la spietatezza del suo carattere.
Picasso, o Pablo Ruiz y Picasso, nacque nel 1881 in Spagna, a Malaga, primo figlio di Don José Ruiz y Blasco e Maria Picasso y López de Oñate, dalla quale prenderà il nome d’arte. Anche il padre dipinge, ma non certo con lo stesso genio del suo primogenito; tanto che circola la leggenda che sia stato proprio vedendo i primi dipinti di Pablo che José avrebbe deciso di abbandonare la pittura. A inventare questa storia romanzata forse fu lo stesso Picasso, che per tutta la vita coltivò voci che gli erano utili a costruirsi una mitologia personale. Più probabilmente Don José (un mediocre pittore di nature morte e piccioni) dovette lasciar perdere i pennelli per occuparsi della famiglia: per tutta l’adolescenza di Picasso si spostarono frequentemente seguendo gli incarichi del padre nelle scuole come insegnante di arte, prima a Coruna e poi a Barcellona. È irrequieto, Pablo: a soli 16 anni produce già quadri di grandissimo valore ispirati dalla pittura di El Greco e Goya, ad esempio Speranza e Carità (1897). Ma al tempo stesso al giovane Pablo stanno stretti i diktat del padre, che vorrebbe mandarlo a studiare a Monaco di Baviera, una pittura rigorosa e lontana dalle nuove correnti scapigliate e dalle avanguardie che si stanno diffondendo in quegli anni.
Poi la svolta, nel 1900. Il viaggio a Parigi che cambia completamente lo sguardo di Pablo sull’arte. È in Francia infatti, a contatto con gli innumerevoli stimoli delle avanguardie della Ville Lumière, che sviluppa il suo Periodo Blu, ispirato dai volumi di Cézanne: una fase dove i toni azzurri con cui dipinge i suoi quadri calcano ed esasperano la statuaria tragicità delle figure, rannicchiate e smarrite su uno sfondo freddo. Sono gli anni di La Vita, Il chitarrista cieco, Poveri in riva al mare (1903), dove i soggetti di Picasso diventano le persone umili, i diseredati, i sommersi dall’esistenza (salvo il Ritratto di Susanne Bloch, sorella del violinista Henri Bloch, 1904, oggi al museo di San Paolo). Sono anche gli anni dei lutti e della depressione: il colore blu rispecchia il profondo scoramento di Picasso, alle prese con grandi difficoltà economiche, progetti falliti (la sua rivista Arte Joven fallisce dopo appena cinque numeri) e il suicidio dell’amico Carlos Casagemas. Il colore è specchio di un’anima sofferente e svuotata dal dolore. Nel 1904 il periodo della depressione finisce, e inizia quello del Periodo Rosa, di maggiore serenità e slancio in cui Picasso diventa l’epicentro di una galassia di geni (la “banda di Picasso”) al civico 13 di rue Ravignan: lì si potevano incontrare Max Jacob, Gertrude Stein, Apollinaire. Ma Picasso non ha dimenticato lo straniamento, la disperazione degli anni precedenti: si vede nei suoi quadri, certo più sereni, ma sempre reduci dalla lezione del Periodo Blu e ancora profondamente influenzati da Cézanne. Famiglia di Arlecchino con scimmia (1905) è solo la versione più ingentilita, appena più serena, delle famiglie di disperati di Poveri in riva al mare. Ma le stagioni della sua arte durano un respiro, e anche il Periodo Rosa si conclude in fretta: già nel 1907 c’è un’altra svolta che renderà Picasso maestro del nuovo Cubismo, con Les Demoiselles di Avignon (1907, MoMa). Un quadro che rifiuta qualsiasi precisione anatomica, manifesto della corrente pittorica rappresentata da Picasso stesso; un’opera che alla sua esposizione nel 1916 non fu capita nemmeno da Matisse e Apollinaire.
Sono di nuovo anni difficili per Picasso, dove non solo si trova in conflitto con gli amici di una vita ma in cui l’Europa è straziata dalla guerra. Pablo si fa trascinare dalla devastazione, dipingendo con il pennello figure sempre più scomposte in volumi e forme. Insieme a Braque sperimenta, usa il collage e la pittura come un laboratorio dove disarticola la figura umana e la ricompone in cubi e figure geometriche. Nasce così il Cubismo, di cui è maestro assoluto e icona ancora oggi. Picasso è un uomo che cerca di ricostruirsi sui pezzi di una vita che sembra voler continuamente andare in frantumi: la Banda si disperde, il matrimonio con Olga Khokhlova (del 1917) è un teatrino a tratti grottesco, sull’Europa incombono le ombre dei regimi totalitari. E poi, c’è la Donna. Picasso ne ha molte, donne che controlla, abusa, consuma. «Ogni volta che cambio donna, dovrei bruciare la precedente. Così me ne sbarazzerei, e non sarebbero tutte lì a complicarmi l’esistenza. Questo forse mi ridarebbe anche la giovinezza. Si uccide la donna e si cancella il passato che essa rappresenta» dice, e lo fa. Le sue amanti non possono posare per altri, non possono opporglisi ma al tempo stesso devono farlo, perché Picasso non è soddisfatto se non può imporre il proprio potere su di loro con ferocia. Chi di loro non muore prematuramente impazzisce o si suicida, anche a causa dei comportamenti ossessivi del pittore che le rimodella a suo piacere. Dora Maar è costretta ad abbandonare la fotografia ad esempio, in cui eccelle, e la costringe sul terreno della pittura dove può dominarla. Anni dopo lei dirà: «io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone». Fino a una musa, Françoise Gilot. Gilot non è come le altre: sa distaccarsi dal pittore, addirittura lo lascia poco dopo la nascita della figlia Paloma, rinfacciandogli che la sua pittura non vale nulla. Lui le spegne una sigaretta sulla guancia, la deride. Ma sarà lei a fare luce sul Picasso sadico, con un libro (Vita con Picasso, 1964) per il quale Pablo la porterà tre volte in tribunale, perdendo tutte e tre le cause.
Nel 1937 viene incaricato di rappresentare la Spagna all’Esposizione Universale, nonostante il clima europeo sia particolarmente ostile all’arte “degenerata” come il suo cubismo e lui sia un oppositore del regime di Francisco Franco; ma Picasso ormai è una celebrità, mal tollerata ma intoccabile. Un uomo si avvicina alla sua tela, la studia. Poi: «avete fatto voi questo orrore, maestro?», chiede il diplomatico del Reich, Otto Abetz. «No, l’avete fatto voi», risponde l’artista. Il nazista sta ammirando Guernica (1937), un’opera cruda che parla di guerra dipinta in soli due mesi dopo la strage nazi-fascista, compiuta a sostegno del regime di Franco. Nel quadro i volti sono stralunati, quasi disarticolati sia dallo stile pittorico a linee spezzate che dalla scelta di luci e ombre, di linee che svelano e celano soggetti in un caos solo apparentemente superfluo: perché è proprio il caos, quello della carneficina, che Picasso, voleva rappresentare. E poi, al centro, una figura di donna che esce da una finestra, deformata. Ha in mano una lanterna con cui illumina il cadavere di un uomo, dai denti digrignati e il corpo contratto accanto a una spada spezzata. Ha gli occhi intrisi di sofferenza, perché come disse lei stessa: «la gioia e la felicità non servivano alla sua arte, mentre con la tristezza, la sua e degli altri, dava il meglio». Quella donna è Dora Maar.
Nel 1945 la Seconda Guerra mondiale finalmente è finita, ma Picasso è di nuovo derubato: il suo amico Max Jacobs è morto in un campo di concentramento; per anni non ha potuto esporre. Per questo lascia Parigi, dove si sente soffocare dalle macerie del passato, e si trasferisce nel Meridione francese, dove colleziona nuove amanti, ritrova nuovo slancio per la vita e sperimenta ancora con la ceramica e la scultura, ma senza dimenticare la pittura: nel 1953 firma a Vallauris, in una cappella sconsacrata, uno dei suoi capolavori: La Guerra e La Pace, che insieme a Massacro in Corea (1951) è quasi il testamento politico e spirituale di Picasso pacifista, che “inventò” la colomba della pace. La relazione con il comunismo è complicata quasi quanto quelle sentimentali, tanto che Pablo se ne allontanerà dopo il conflitto, in seguito a una disputa sul Ritratto di Stalin (1953). Muore 20 anni dopo, a Mougins, nel 1973. Dietro di sé lascia il suo pensiero, i suoi capolavori, le macerie di un’anima inquieta e delle sue vittime.