Paga chi muore e paga ancora chi resta, quando la responsabilità umana si perde nei meandri dei processi giudiziari

C’erano Matteo, Giovanni, Gerardo e Antonio: quattro ragazzi di Torre del Greco, tutti sotto i 30 anni, diretti a Nizza e Barcellona. Poi, a malapena 20enni, Luca, Davide, Angela e Luciana, rimasti schiacciati dalle macerie dei loro sogni. Quel sogno che forse stavano già vivendo Alessandro, Gabriele, Linda, Alessandro, Luana, Marinella, Faye, Emanuele, Roberto, Ilaria, Cecilia. Amavano la montagna, la stessa che li ha voluti tenere con sé, Filippo, Paolo, Davide, Gianmarco ed Emanuela. Giovanissimi e innamorati, con la voglia di riprendere una vita normale dopo la pandemia, Silvia e Alessandro, Serena e Mohammadreza. Giuseppe e Andrea, padre e figlio, insieme a Diego, volevano solo mettere al riparo la loro automobile. E poi, ancora, c’era chi si sentiva al sicuro dentro la propria casa prima che venisse avvolta dalle fiamme; chi si era concesso una vacanza al “Profumo d’agrumi” nel Mediterraneo; chi ha solo cercato di mettersi in salvo. Chi per ore, sotto la pioggia battente, ha atteso l’arrivo dei soccorsi, bloccati dal fango, mentre la propria casa guardava il baratro dall’alto di una frana.

Sono queste alcune – una piccolissima parte di un numero sempre troppo alto – delle vittime che nell’Italia degli ultimi anni hanno trovato la morte in eventi di carattere estremo, uccise chi dall’acqua, chi dal fuoco, chi dalla neve, chi dal tetto sopra la propria testa, chi dal caso; uccise, comunque, dall’errore umano. Una morte che a volte veste i panni di una beffa, se non fosse che la vera beffa arriva dopo, nelle aule di tribunale, e colpisce come un macigno non chi se ne va, ma chi resta.

Lo scorso ottobre, al Tribunale civile de L’Aquila in composizione monocratica, emettendo la sua sentenza nel caso della richiesta di risarcimento danni per il crollo di uno stabile in via Campo di Fossa, nel centro del capoluogo abruzzese, durante il sisma del 6 aprile 2009, la giudice Monica Croci ha stabilito l’esistenza di un concorso di colpa di alcune delle 24 vittime. Gli abitanti dell’edificio, per lo più studenti, infatti, sarebbero tornati a dormire dopo che nella notte tra il 5 e il 6 aprile due scosse, una intorno alle 23 e una intorno all’una, anticiparono la scossa distruttiva di magnitudo momento 6.3 delle 3.32, causando dunque almeno in parte la loro morte. «È fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile. Concorso che può stimarsi nel 30 per cento», si legge a pagina 16 della sentenza che, oltre che alle vittime, attribuisce il 30% della responsabilità a Ministeri dell’Interno e delle Infrastrutture e il 40% alle eredi del costruttore, deceduto prima dell’evento.

In realtà quelle due scosse furono solo due eventi di uno sciame sismico iniziato già il 14 dicembre del 2008, e conclusosi, ben dopo l’evento catastrofico di quell’aprile, nel 2012. Perché quei ragazzi tornarono a dormire è presto detto: le autorità avevano rassicurato loro e tutta la popolazione della provincia aquilana. Il 31 marzo precedente, a seguito di una scossa di magnitudo 4.0, la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile decretò come “improbabile”, pur non da “escludere in maniera assoluta”, la possibilità di una scossa “come quella del 1703” (il cosiddetto Grande Terremoto, ricordato come il più grave evento sismico della storia italiana, che causò 9.671 vittime). L’allora presidente vicario della commissione, Franco Barberi, come si legge nel verbale, affermò che “non c’è nessun motivo per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento” e tutti convennero che, mancando evidenze scientifiche in un senso o in un altro, “l’unica difesa consiste nel rafforzare le costruzioni”.

Qual è stato il ruolo della Commissione e dell’esito della riunione nella morte di 309 persone lo ha deciso un procedimento giudiziario penale – il cosiddetto “Grandi Rischi” – conclusosi nel 2015 con la conferma in Cassazione della sentenza d’appello che, dopo una condanna in primo grado a 6 anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni, ha assolto 6 componenti – tra cui lo stesso Barberi – per incapacità di “raggiungere un sicuro convincimento di responsabilità in ordine alla stessa sussistenza del fatto contestato”. Gli esperti, semplicemente, non si erano espressi, avevano detto tutto e allo stesso tempo nulla: un ago della bilancia perfettamente bilanciato nell’ignavia. Aveva deciso di pendere, invece, l’allora vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis: ancor prima dell’incontro della Commissione, infatti, si era rivolto ai microfoni televisivi dicendo che lo sciame che aveva interessato la zona si collocava “in una fenomenologia senz’altro normale dal punto di vista dei fenomeni sismici che ci si aspetta in questa tipologia di territori”, e anzi rappresentava “una situazione favorevole” per “uno scarico di energia continuo”. Dichiarazioni che la giustizia ha giudicato “negligenti” ed “imprudenti”, una “scorretta condotta informativa” e una “comunicazione di contenuto inopportunamente e scorrettamente tranquillizzante” che ha finito per indurre “taluni destinatari all’abbandono di consuetudini di comportamento autoprotettivo rivelatosi fatale”. Per il suo “errore” De Bernardinis è stato condannato con sentenza passata in giudicato a due anni di reclusione per l’omicidio colposo di 13 persone. In attesa che la magistratura lo giudicasse (la sentenza di primo grado risale al 22 ottobre del 2012), il 7 ottobre del 2010 il Consiglio dei ministri, allora presieduto da Silvio Berlusconi, nominò De Bernardinis presidente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) “per l’eccellente opera da lui svolta in 9 anni di attività presso il Dipartimento della Protezione Civile”. Una carica mantenuta fino al 15 luglio del 2017 quando gli succede il già direttore generale Stefano Laporta.

Tornando all’oggi, il clima intorno alla sentenza della giudice Croci è chiaro: «mi sbalordisce, sono schifato ed esterrefatto, sono considerazioni indegne. Erano soprattutto ragazzi fuori sede che erano a l’Aquila per studiare e non sapevano che fosse città sismica, una beffa atroce averli uccisi per due volte. Vedo una società civile che non riesce in nessun caso, quando c’è una responsabilità delle istituzioni o di grandi compagnie, a fare verità e giustizia», sono le parole, amare, che Vincenzo Vittorini (che ancora piange moglie e figlia) pronuncia all’Agenzia DIRE.

Proprio una grande compagnia si nasconde dietro un altro evento che ha segnato l’Italia degli ultimi anni, il crollo del viadotto autostradale Polcevera, meglio noto come Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto del 2018 a Genova. Il bilancio, terribile, fu di 43 morti, oltre 500 sfollati e una città divisa in due dai bracci monchi del viadotto, con importanti conseguenze sull’economia e la viabilità del nord-ovest italiano. Il processo penale e civile per l’accaduto – che conta in totale 59 imputati tra vertici e tecnici di Autostrade per l’Italia, allora titolare della concessione per il tratto di autostrada crollato, e la società gemella Spea (Società Progettazioni Edili Autostradali), incaricata delle manutenzioni dell’infrastruttura, ex e attuali dirigenti del Ministero delle Infrastrutture e del provveditorato delle opere pubbliche, e 220 parti civili ammesse contro 502 escluse – è ancora nel pieno del suo svolgimento ma l’accusa, da parte dei Pubblici ministeri e dei coinvolti, è ferma e decisa: chi avrebbe dovuto monitorare sulla sicurezza del viadotto non l’ha fatto ben sapendo lo stato in cui versava e tradendo “il patto di fiducia tra Stato e cittadini” in funzione del guadagno. Sebbene sia alle prime battute, il procedimento giudiziario ha già riservato momenti di indignazione, mentre lo spettro della prescrizione si aggira dietro l’angolo.

Durante l’udienza preliminare del 24 novembre 2021 la Gup Paola Faggioni ha deciso l’esclusione del comitato Ricordo vittime del ponte Morandi dalle parti civili perché formatosi dopo il fatto. Come ha sottolineato Raffaele Caruso, legale che rappresenta il comitato, tuttavia, “è il reato stesso ad aver creato questa collettività”. Ad aggiustare il tiro, lo scorso settembre, è stato il collegio composto dal presidente Paolo Lepri e da Fulvio Polidori e Ferdinando Baldini che ha riammesso il comitato tra le parti civili ammesse, una misura “giusta e doverosa”, come ha commentato Egle Possetti, in questi ultimi quattro anni diventata il volto e la voce delle vittime e dei loro cari. La stessa Possetti, lo scorso aprile, ha commentato il patteggiamento concesso dalla Procura di Genova alle due società coinvolte, Autostrade per l’Italia e Spea, inizialmente imputate per la responsabilità amministrative, che hanno lasciato il processo versando in totale circa 30 milioni di euro ed evitando le sanzioni interdittive. «Il patteggiamento non lava la coscienza di nessuno per quello che è successo. E, anzi, avrà un impatto importante sull’iter processuale degli altri imputati. Significa che l’impianto accusatorio è valido». Un amaro in bocca lasciato anche dall’esito, lo stesso, del processo scaturito da un’inchiesta secondaria sui falsi report resi dalle società: «l’unica nota positiva è che le società certificano nuovamente la loro gravissima inadempienza».

La stessa apparente “inadempienza” che in molti altri casi non ha ricevuto giustizia. Sempre a Genova, il 2021 ha visto chiudersi con dolore la complessa vicenda giudiziaria che in 10 anni ha tentato di attribuire le colpe per la morte di 6 persone, avvenuta il 4 novembre del 2011 a causa dell’esondazione dei torrenti Bisagno e Fereggiano. La parola fine è arrivata il 5 ottobre dello scorso anno con la decisione del Tribunale di Sorveglianza: i tre condannati per omicidio colposo, disastro colposo e falso, l’allora sindaca Marta Vincenzi, l’ex assessore alla Protezione Civile Francesco Scidone e l’ex dirigente Gianfranco Delponte, sono stati destinati ai servizi sociali.

Ancora con un “troppo poco” si è concluso il procedimento sul naufragio della Concordia di Costa Crociere, avvenuto il 13 gennaio del 2012 nelle acque dell’Isola del Giglio, che ha causato la morte di 32 persone. Lo scorso agosto la Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo ha respinto con decisione il ricorso presentato dal capitano Francesco Schettino e dal suo legale per presunta violazione dei diritti fondamentali. L’allora comandante della nave è stato condannato con sentenza passato in giudicato il 12 maggio del 2017 a 16 anni di reclusione (10 per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose, cinque per naufragio colposo, uno per abbandono della nave) e a cinque anni di interdizione dalle professioni marittime. Una condanna definitiva che ha lasciato solo delusione. «Non è vera giustizia. Meritava solo l’ergastolo […]. Quella vicenda ci ha rovinato la vita. Gli unici che ci hanno rimesso in questa storia sono i passeggeri: ognuno di noi era salito su quella nave per festeggiare qualcosa, io ad esempio il mio viaggio di nozze. E invece ora ho più ricordi del giorno del naufragio che del mio matrimonio», aveva dichiarato ad Ansa Umberto Trotti, uno degli oltre 4.000 naufraghi di quella terribile notte.

Chissà, invece, quali tormentati ricordi hanno oggi i sopravvissuti della strage di Viareggio che a 13 anni da quella notte di fuoco, quella del 29 giugno 2009, si trovano ancora nei Palazzi di Giustizia a chiedere un responsabile per l’incidente ferroviario e la morte di 32 persone. L’8 gennaio del 2021, infatti, la Corte di Cassazione ha dichiarato prescritti gli omicidi colposi. Resta il reato di disastro ferroviario colposo che vede per l’ennesima volta escluse le “grandi compagnie”, in questo caso Rete Ferroviarie Italiane, Trenitalia e Mercitalia Rail, assolte dalla responsabilità amministrativa perché “il fatto non sussiste”.

Quello della prescrizione è forse uno dei nodi principali dell’apparente ingiustizia che incorre in casi di questo tipo, in cui le tempistiche di indagine e di procedimento sono molto lunghe. In media, infatti, un processo penale nei tre gradi di giudizio – dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione – dura 1.600 giorni (pari a quattro anni e quattro mesi circa, con punte fino a 2.241 giorni in alcune città, secondo uno studio de Il Sole 24 Ore sui dati del primo semestre del 2018), un arco temporale che diventa sensibilmente più lungo in casi complessi come quelli citati, in cui i reati contestati sono molteplici così come gli imputati e le parti in causa e in cui l’attenzione mediatica è molto alta. Negli ultimi anni sul tema sono intervenute due misure, la cosiddetta Legge Spazzacorrotti, la numero 3 del 9 gennaio 2019, promossa dall’allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ed entrata in vigore l’anno successivo, e la tanto discussa Riforma Cartabia elaborata dalla Guardasigilli del Governo Draghi, la cui entrata in vigore è prevista per la fine dell’anno. La legge Bonafede è intervenuta sulla disciplina della prescrizione stabilendo la sospensione sine die del termine di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, “fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”, fino quindi al passaggio in giudicato o all’assoluzione. La misura, ai tempi criticata dalla politica per il rischio di un “fine processo mai”, ha ricevuto un no deciso sia dall’Associazione nazionale magistrati che dall’Unione camere penali. Proprio sui tempi dei processi ha quindi deciso di intervenire Marta Cartabia con l’obiettivo di un taglio del 25%: la riforma approvata lo scorso settembre al Senato abroga la precedente disposizione sulla prescrizione per introdurre la cosiddetta “cessazione della prescrizione”, ovvero la cessazione definitiva del corso di prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Per evitare all’imputato di finire incastrato nelle maglie del processo, inoltre, il provvedimento ha aggiunto una nuova causa di improcedibilità (che comunque non si applica ad alcuni tipi di reato e può essere ritirata in caso di decisione volontaria dell’imputato), ovvero tempi prestabiliti – che tengono conto di eventuali proroghe e sospensioni – per i gradi di impugnazione al termine dei quali il processo penale è da considerarsi chiuso.

Ad influenzare fortemente il procedimento giudiziario per stragi ed eventi tragici, inoltre, è spesso l’attenzione mediatica ricevuta e subìta dai suoi protagonisti. Al di là del diritto di cronaca, preoccupa la tendenza alla spettacolarizzazione laddove, da una parte, mina la salvaguardia della presunzione d’innocenza degli imputati e, dall’altra, può incidere negativamente sull’imparzialità dei giudici. A ben vedere, la dinamica per cui parallelamente al foro di giustizia venga allestito un foro mediatico mette a rischio anche il valore intrinseco della sentenza. Come scrive il giurista Glauco Giostra, infatti, “se, dopo anni, il pronunciamento giurisdizionale confermerà la ‘sentenza mediatica’, offrirà l’impressione di una giustizia inutilmente lenta e farraginosa. Se, invece, dovesse discostarsene, sarà la prova di quanto sia formalistica e fallace la giustizia istituzionale, atteso che la verità nell’immaginario collettivo resterà quella apparsa in tutta la sua evidenza sullo schermo”. L’apparente errore della magistratura, dunque, potrebbe non corrispondere a realtà quanto essere vincolato a un approccio pregiudizievole del suo “pubblico”.

Ad essere sempre reale, invece, è la sofferenza di quegli stessi protagonisti diventati loro malgrado anche personaggi. Delle dolorose storie elencate all’inizio resta indietro la valanga che il 18 gennaio del 2017 investì e distrusse l’hotel Rigopiano-Gran Sasso Resort di Farindola, Abruzzo, seppellendo 29 persone; resta indietro l’incidente della funivia Stresa-Alpino-Mottarone del 23 maggio del 2021, quando la rottura di una delle funi traenti dell’impianto determinò la caduta di una cabina e la morte di 14 persone; resta indietro il crollo di un grosso seracco sulla Marmolada, nelle Dolomiti, lo scorso 3 luglio, che causò la morte di 11 persone e le cui responsabilità restano da stabilire; e ancora, restano indietro le alluvioni che hanno colpito a settembre le Marche e a novembre Casamicciola, sull’isola di Ischia, e il dolore, di nuovo, che solo il fango riesce a dare in un’Italia sempre troppo spesso in lutto. Restano indietro tutte le storie a cui non si riesce a dare un nome, un volto, un luogo, una giustizia. Tutte quelle storie che dopo, nelle aule di tribunale, perdono spessore nella corsa a una risposta che arriva sempre troppo tardi, sempre troppo debole, mentre l’errore umano resta impagato.