L’incompiuto dell’arte rivela i mondi interiori dei creatori, il dinamismo e la perfetta imperfezione di qualcosa che non è mai stato e che, per questo, può essere tutto

Ha attraversato ad oggi 142 anni, numerosi conflitti, e poi crisi economiche e terremoti politici; fu iniziato da Francisco de Paula del Villar y Lozano per poi passare nelle mani dell’architetto massimo esponente del modernismo catalano (quell’Art Nouveau che in Italia fu stile Liberty e che rappresentò la Belle Époque a cavallo tra il XIX e il XX secolo) e, alla sua morte, ad altre mani, ancora e ancora. Nel frattempo ha visto il quartiere barcellonese di Eixample trasformarsi da zona agricola a meta d’elezione del turismo mondiale, facendosi fulcro di un giro di visitatori che conta ogni anno quasi cinque milioni di persone.
Nel 2026, a 100 anni dalla tragica morte di Antoni Gaudí i Cornet – investito da un tram e trasportato, non riconosciuto, all’Hospital de Sant Pau dove muore il 10 giugno del 1926 a 74 anni -, il Templo Expiatorio de la Sagrada Familia vedrà completati i lavori di costruzione iniziati nel lontano 1882, precisamente e non a caso il 19 marzo, giorno di San Giuseppe.
Edificio simbolo di Barcellona e della Catalogna, a guardarla oggi, la Sagrada Familia, sembra impossibile immaginare che in origine sarebbe dovuta essere una chiesa in stile neogotico ma che di quel neogotico ha conservato solo una vaga influenza per trasformarsi, invece, in un’opera fantastica e, soprattutto, infinita.

Con la consapevolezza che non avrebbe mai visto l’opera a cui aveva dedicato oltre 40 anni di vita finita, Gaudí fece sì che il suo progetto potesse vivere anche dopo di lui, lasciando indicazioni precise e sezioni complete che potessero fungere da esempio. Il suo è un caso unito, ma l’arte, in tutte le sue forme, è fatta anche e soprattutto di incompiuti, opere non finite, per volontà o impedimento, che a posteriori hanno assunto significati inediti.
Tra gli artisti dell’incompiuto si annovera, su tutti, il rinascimentale Michelangelo Buonarroti, pittore e scultore studiato nella sua profondità di creatore ma anche di essere umano, una personalità geniale ma inquieta, irrequieta, il cui “non finito” ha caratterizzato buona parte dell’opera. La comunità artistica ha attribuito a numerosi fattori l’elevato numero di statue che il Divin Artista, morto 89enne nel 1564, ha lasciato incompiute: fattori esterni, certamente, ma anche caratteriali e artistici. Perdita di interesse e insoddisfazione, da una parte, e risultato della sua tecnica scultorea, dall’altra. “La scultura è quella che si fa per forza di levare”, è la sua celebre frase: il blocco di marmo non viene modellato per creare una figura, è la figura a venire fuori dal blocco di marmo, svelata dallo scultore che agisce come strumento di Dio. Una tecnica che proprio nell’incompiuto trova la sua massima espressione, quando la figura non riesce a liberarsi completamente, come nelle quattro statue del gruppo dei Prigioni conservate nella Galleria dell’Accademia di Firenze (Schiavo che si ridesta, Schiavo giovane, Schiavo barbuto e Schiavo detto Atlante), datate tra il 1519 e il 1534. Ancora l’incompiuto ci ha svelato la tecnica di un altro grande nome dell’arte figurativa (e non solo), il genio universale che fu Leonardo Da Vinci, anch’egli figura chiave del Rinascimento italiano. Nel 1481 i Canonici Regolari di Sant’Agostino commissionarono al pittore una Adorazione dei Magi per la chiesa di San Donato in Scopeto. Leonardo non concluse mai la commessa (che venne poi affidata a Filippino Lippi, oggi conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze) ma la sua pala incompiuta, in parte disegno a carbone, in parte olio su tavola, mostra tutte le fasi del suo lavoro: linee di contorno a carboncino, sfumate per creare continuità tra lo spazio e le figure; il “rinforzo degli scuri” e, invece, la base chiara per i soggetti più illuminati, basi su cui poi avrebbe steso i colori. Una fase che non avrebbe mai raggiunto, e nonostante questo l’opera, anch’essa oggi agli Uffizi, rappresenta una delle fondamentali del periodo, un esempio della capacità innovativa di Leonardo, sconfinata anche quando si confrontava con soggetti comuni.

Ad accomunare Michelangelo e Leonardo nel loro incompiuto è il genio creativo che li sospinse verso altri lidi. Gaudì, invece, nella maestosità della sua opera, dovette piegarsi alla morte sopraggiunta. E sono molte altre le opere che a causa della dipartita dei loro creatori, improvvisa, naturale, violenta, in giovane o tarda età, non hanno trovato una fine. Nell’agosto del 1942 la scrittrice francese di origine ebraica Irène Némirovsky muore di tifo ad Auschwitz; in una valigia affidata alle figlie lascia i suoi scritti, tra questi anche Tempesta in giugno e Dolce, due delle cinque parti che nelle intenzioni avrebbero dovuto comporre un romanzo sulla débâcle militare della Francia del giugno 1940, che nel 2004 hanno visto la luce con il titolo Suite francese. È invece un male incurabile quello che a soli 40 anni stronca Beppe Fenoglio: nel 1968, a cinque anni dalla sua scomparsa e dopo un complesso lavoro filologico, l’editore Einaudi pubblica postumo Il partigiano Johnny, ancora oggi tra i più importanti romanzi sulla Resistenza. Altrettanto autobiografico, altrettanto tragicamente incompiuto, altrettanto rilevante è ancora Il piccolo uomo, ultimo romanzo – ritrovato tra i rottami dell’auto a bordo della quale ha perso la vita in un incidente, il 4 gennaio del 1960 – dello scrittore francese Albert Camus.
Il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura del 1957 non è stato l’unico ad andarsene insieme alla sua opera: lasciata incompiuta sul letto di morte è anche la Messa di requiem in Re minore K 626 del compositore austriaco Wolfgang Amadeus Mozart, morto il 5 dicembre 1791 per cause e in circostanze che ancora oggi, tra leggende romantiche e teorie fantastiche, vengono dibattute. Incompiuta, di nome e di fatto, è ancora la Sinfonia n. 8 in Si minore D 759 di Franz Schubert. Nel suo caso non è la morte – sopraggiunta il 19 novembre 1828, a soli 31 anni, per febbre tifoidea – a impedirne una conclusione: dopo aver scritto i primi due movimenti, Allegro moderato e Andante con moto, e aver solo abbozzato il terzo, Scherzo, il compositore consegna il manoscritto all’amico Anselm Hüttenbrenner, questi lo ripone in un cassetto fino a molti anni più tardi quando acconsente a consegnarlo al direttore d’orchestra Johann Ritter von Herbeck che ne dirige la prima esecuzione il 17 dicembre 1865 a Vienna.

Gli esempi di “non finito” – o di “infinito”, per citare lo storico dell’arte Timothy Verdon – non si esauriscono certo in questa breve lista: lo schizzo, l’abbozzatura, l’opera nel suo divenire, sono l’ossatura di un’arte che si rivela in tutto il suo dinamismo di creazione infinita, perché ancora e sempre possibile, in mille forme diverse. Anche quando il non-finito, che assume valore artistico, di artistico, alle origini, ha poco o nulla. Così, ad esempio, per tornare nel campo dell’architettura, qualche anno fa si diffonde una “corrente artistica” in grado di far risplendere sotto nuova luce qualcosa di abbandonato e lasciato indietro, considerato brutto. Il Non Finito (o Incompiuto) calabrese, così detto, nasce dai moncherini dell’abusivismo edilizio che ha dominato l’Italia a partire dagli anni ‘60 e che in alcune regioni del Belpaese, come appunto la Calabria e in generale il Meridione, ha colpito più che in altre. Il “progresso” e il “futuro” che la Costruzione doveva rappresentare si sono presto trasformati in ponti che non collegano, stazioni da cui non passano treni, pilastri che reggono il vuoto, edifici residenziali mai abitati, abbozzi di qualcosa che sarebbe potuto essere e che non è mai stato, oggi comunemente chiamati “ecomostri”. L’Italia, di questi, ne è piena: 372 opere incompiute al 2022 secondo il Ministero delle Infrastrutture, tante da giustificare come il libro Incompiuto. La nascita di uno stile, realizzato da Alterazioni Video e Fosbury Architecture, definisce l’incompiuto: “lo stile architettonico più importante dal secondo dopoguerra a oggi”. E se di stile si deve trattare, allora, le rovine di cemento e ferro e mattoni nudi diventano parte di un paesaggio che muove e commuove proprio perché “abbruttito”, in grado di ridisegnare dei canoni estetici che non si basano più sul bello ma su un brutto che da estetico diventa artistico.

L’incompiutezza come massima espressione dell’imperfezione, in contrapposizione a una perfetta e per questo immobile compiutezza, toglie il velo allo sguardo anestetizzato e acritico, portando alla riscoperta della spontaneità e alla continua ricerca del mancante che è anche accettazione del difetto. Un infinito di possibilità.