Il cadetto del sionismo ha portato a compimento ciò che migliaia di ebrei sognano e preconizzano da secoli. Lo scotto da pagare per l’impresa, però, rischia di lasciare in eredità al Popolo di Dio una macchia ancora più grave
Se c’è un vantaggio della scrittura è la possibilità, preziosissima e stabilmente sottovalutata, di riuscire a terminare la frase senza essere interrotti alla prima proposizione con specifiche pedanti, controbattute premature e moniti censori contro la pronuncia dell’impronunciabile. Ché non significa azzittire il sacrosanto contraddittorio, ma ossequiare l’altrettanto sacrosanto diritto di affermare una, anzi due verità, se mai se ne posseggano tante. Il tema all’ordine del giorno, poi, beneficia non poco del vantaggio dello scritto: la carneficina in atto sulla Striscia di Gaza, l’antisemitismo delle piazze (e dei salotti), il destino di una terra contesa legato a quello di un uomo divisivo come Benjamin Netanyahu.
L’attuale primo ministro di Israele ha trascorso 18 degli ultimi 28 anni al governo, plasmando la sua terra come poche altre personalità degli ultimi anni, imponendo il modello sionista su quello del gradualismo, il liberismo sul socialismo. Anche per questo è importante capire la sua figura, le sue radici e il suo seguito, all’alba del suo tramonto politico che aspetta la fine della guerra per calare definitivamente. Oggi, è il segreto di Pulcinella, è lo status di conflitto permanente ad assicurare a Netanyahu una posizione di comando e prestigio militare che la sua popolarità politica ormai non gli consentirebbe più. Ma quello che sta accadendo a Gaza non è il delirio di un uomo solo al comando. Al suo fianco, sul fronte e al Governo, si schierano Shas, Ebraismo della Torah unito, Potere ebraico, Sionismo religioso e Noam che insieme al Likud, di cui Netanyahu è presidente, formano la maggioranza “più di destra della storia di Israele”, come la si è celebrata in tutto il mondo. Al netto del Governo di unità nazionale formatosi dopo il famigerato 7 ottobre, il sesto mandato non consecutivo di Netanyahu è trainato da questa coalizione di partiti ultra-ortodossi ed estremisti di destra; nelle ultime elezioni (novembre 2022) il Likud è risultato il più votato, con il 23% di preferenze rispetto al 17% totalizzato dal secondo classificato, il centrista laburista ed eterno rivale, nonché ex premier, Yair Lapid, leader di Yesh Atid. Così formato, il Governo consolidava ben prima dell’assalto ai kibbutz e al festival Supernova una posizione graniticamente contraria alla soluzione dei “due popoli due Stati”. Oggi questo percorso di pacificazione è poco meno di una chimera, o di una divinità invocata più come intercalare che non per fervido credo. «Le violenze di Hamas, la sproporzionata risposta israeliana e la punizione collettiva di cui sono vittime i palestinesi – non solo a Gaza e non solo dallo scorso ottobre – rende questa soluzione diplomatica una mera illusione – osserva lucido Giorgio Fruscione dell’ISPI. – Le coscienze collettive dei due popoli saranno per sempre corrotte da quanto accaduto negli ultimi cinque mesi».
Approfittando del silenzio omaggiato dalla scrittura, che ci scherma dai “sì ma loro invece…” buttati nel calderone per giustificare il sangue innocente versato da questa o quella fazione, che sempre innocente resta, possiamo perfino addentrarci nella dottrina Netanyahu. È importante: rappresentarlo come un villain fuori controllo, una scheggia impazzita della furia nazionalista, rischia di farci perdere il focus sull’ampio (oggi certamente meno di ieri) consenso che la sua ideologia ha avuto modo di plasmare e consolidare negli anni. «Netanyahu – spiega Mattia Toaldo su Limes – vede la pace come il risultato della superiorità militare, quella “peace through strength” propugnata dai repubblicani da Reagan in poi». E in effetti è proprio il suo rapporto con gli Stati Uniti a indicarci una chiave di lettura corretta. Il legame fra Tel Aviv e Washington è strettissimo, e non solo per l’allineamento atlantico che le accomuna: lo stesso Netanyahu, che ha detenuto la doppia cittadinanza statunitense prima di rinunciarvi per diventare diplomatico, ha molto contribuito alla costruzione di una rete politica israelo-americana che riunisse la destra neocon d’oltreoceano e una certa interpretazione del sionismo che allora, erano gli anni Ottanta, costituiva ancora una minoranza in Israele. Così, intrecciando legami e intessendo tele, si consolida una partnership senza confini in cui gli intellettuali della destra americana si affacciano al banchetto del Medio Oriente mentre Netanyahu si plasma come il perfetto interlocutore per l’Occidente: un approccio pragmatico ma allo stesso tempo intellettuale, con l’azione politica che fa da specchio ad una dottrina teorica che lo stesso Netanyahu, riprendendo gli sforzi intellettuali del padre, ha contribuito a diffondere. Prima ancora del figlio, Benzion Netanyahu ha infatti lavorato e vissuto molti anni negli Stati Uniti, dove oltre a trovare posto nelle cerchie dei businessmen dell’industria dell’acciaio ha preparato e modellato una ricca e influente fetta di opinione pubblica americana, da assistente personale di Vladimir Jabotinsky. Il giornalista russo fondatore del Partito Revisionista Sionista fu una delle personalità più influenti nella costruzione, prima teorica e poi politica, dello Stato di Israele. L’idea originale di Jabotinsky prevedeva un apparato statale in cui cittadini ebrei e arabi godessero degli stessi diritti e doveri costituzionali, prefiggendo addirittura una compartecipazione forzata ai posti di comando delle due diverse etnie. Il suo modello, perlomeno negli anni della Palestina mandataria, era però secondo in quanto a popolarità rispetto a quello dei sionisti socialisti ma anche rispetto ai nazionalisti più estremisti del suo movimento che si opponevano al modello filo-anglosassone di Jabotinsky e alla cooperazione con il Regno Unito. Senza perderci nella disamina storica delle prolifiche correnti di filosofia politica ebraica, ci basti comprendere che il merito di Netanyahu è stato quello di rendere, quasi un secolo dopo, l’approccio nazionalista e liberista filo-occidentale di Jabotinsky prioritario rispetto agli altri, lasciando indietro gli elementi di mediazione culturale che pure erano presenti nel progetto originario.
Seguendo le orme del fratello, Netanyahu si dedica dapprima alla carriera militare, arruolandosi nell’unità di forze speciali Sayeret Matkal e partecipando a diverse missioni, compresa la guerra del Kippur e la guerra d’attrito sul canale di Suez. Nel 1996 l’ingresso sulla scena internazionale, quando diventa il più giovane primo ministro d’Israele, oltre che il primo leader nato in patria dopo la sua fondazione nel 1948. A trainare la sua vittoria è un’ondata di attacchi terroristici di impronta arabo-palestinese, che soffiano sul fuoco di una convivenza stretta fin dalle primissime ore. Che sia tutta una questione di narrativa è forse riduttivo, ma ancora una volta sbaglieremmo a sottovalutare il ruolo dell’opinione pubblica. Ce lo ha recentemente ricordato anche Alex Karp, CEO di Palantir, azienda informatica USA esperta di Big Data che nel solo terzo trimestre del 2024 ha confermato un fatturato di 634 milioni di dollari. Parlando delle proteste in atto contro il massacro di Gaza nei campus statunitensi, Karp ammonisce che “se perdiamo il dibattito sulla narrativa, non sarai più in grado di fare guerra in Occidente”, e dopotutto “non esiste nessuna giustificazione nell’investire nelle nostre scuole elitarie per poi ritrovarci con una religione pagana fatta di mediocrità, discriminazione, intolleranza e violenza”. Le parole di Karp, esponente di spicco dell’élite della Silicon Valley, non sono un manifesto politico, ma il perfetto spaccato di quanto Netanyahu sia stato voce influente e referente politico di un’opinione pubblica diffusa soprattutto nella classe plutocratica dell’America “che conta”.
Questo modello sionista ed etno-nazionalista prende maggior concretezza nel IV Governo Netanyahu, quando la Knesset approva la Legge fondamentale che ripensa Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico. Il provvedimento rafforza il carattere ebraico dello Stato di Israele, tracciando di fatto una linea di confine fra gli ebrei e i cittadini di serie B, israeliani arabi e/o musulmani. La Legge, fra le altre cose, istituiva la Capitale a Gerusalemme; era il 2018 e allora la decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata americana, in appoggio alla decisione di Israele, fece molto discutere il mondo musulmano ma anche cattolico. Allora come oggi, la comunità internazionale se ne lavò le mani, abituata com’era a giudicare il comportamento degli attori politici sulla sola base del loro ordinamento: semaforo verde per le democrazie, rosso per tutti gli altri. Non preoccupavano neppure la massiccia militarizzazione di Israele, la presenza diffusa di formazioni militari e paramilitari ultra-ortodosse né le reiterate campagne di sfratto dei coloni. Non era elementare, Watson? Forse, ma un capo di Stato democraticamente eletto ha il diritto, anzi dovere, di perseguire ciò che ha promesso e il suo popolo chiede.
Interlocutore serio e credibile per la politica e le imprese occidentali, Netanyahu ha così gradualmente allontanato il suo Paese dagli sforzi degli Accordi di Oslo, che da premier eredita e sostanzialmente ripone in cantina. Tre anni dopo la firma, nel 1995, il suo predecessore Yitzhak Rabin che insieme Yasser Arafat, leader dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina, aveva firmato gli Accordi veniva ucciso da un estremista israeliano e quelle che erano state presentate come le “carte della pace” rimasero tali: carte. Ancora, con la benedizione di Bill Clinton e Re Hussein di Giordania, nel 1998 Netanyahu sottoscrive gli Accordi di Wye Plantation, che promettevano una redistribuzione delle terre e la liberazione di prigionieri palestinesi. Ciò che in realtà avvenne fu l’esatto opposto, e cioè un’ulteriore intensificazione degli insediamenti dei coloni che, un po’ per usucapione del bene e un po’ perché cuore del sostegno ideologico a Netanyahu, ancora nel febbraio del 2023 si vedevano riconoscere 9 nuovi insediamenti nel West Bank, in barba alle proteste della comunità internazionale. Dal 1967, anno in cui gli ebrei si sono insediati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, sono stati costruiti almeno 140 nuovi insediamenti che ospitano oltre 600mila persone. «Vogliamo mantenere in vita la soluzione dei “due popoli due Stati”. Netanyahu sa che secondo noi la crescita degli insediamenti massicci non va in quella direzione», si affrettava a ribadire l’ex ambasciatore statunitense Thomas Nides. Di questa comprensione oggi non c’è traccia, e nonostante il Likud ufficialmente promuova la soluzione dei due Stati non è un segreto che Netanyahu, spinto anche dalle frange estremiste di cui non può più fare a meno, stia facendo di tutto per allestire invece la soluzione di un unico Stato, multietnico ma non egualitario.
Oggi però la guerra non è il solo motivo di preoccupazione per Netanyahu, che ben prima del 7 ottobre era già alle prese con una grave crisi di consensi e popolarità. Il primo ministro è infatti coinvolto in tre inchieste diverse che lo accusano di frode, abuso di fiducia e corruzione. Leader carismatico e populista da tempi non sospetti, il premier ha sempre smentito ogni accusa puntando il dito contro la giustizia pilotata e le sentenze politiche, fino alla presentazione della quanto mai divisiva riforma della giustizia. Israele non è dotato di una Costituzione, ma di alcune Leggi fondamentali la cui tutela è affidata alla Corte suprema. Il campo d’azione di questi giudici è genericamente definito da una “clausola di ragionevolezza” che consente loro di abolire potenzialmente qualsiasi legge. Trattandosi anche di una democrazia monocamerale (esiste solo la Knesset), spesso i giudici si sono ritrovati a fare da contraltare alla politica, in un sistema la cui il confine tra legislativo e giudiziario è stato tacciato di ambiguità più volte e da più parti. Pur presentata come un “passaggio democratico necessario per ricalibrare l’equilibrio fra i vari rami dello Stato”, la riforma di Netanyahu è stata un vero e proprio terremoto per la politica israeliana che ha affrontato mesi di proteste senza precedenti, ridimensionando l’autonomia e il campo d’azione dei giudici a vantaggio della politica. Mentre la guerra ha congelato tutto, la stessa Corte ha bocciato il provvedimento giudicandolo estremamente dannoso per la democrazia israeliana. Il testa a testa fra i due poteri postpone lo scontro finale che, ne sono convinti molti, non potrà che avvenire dopo un ulteriore passaggio dalle urne. A 6 mesi dal 7 ottobre i sondaggi sul gradimento della maggioranza Netanyahu sono impietosi: secondo l’emittente pubblica Kan e Channel 12, almeno il 42% della popolazione vorrebbe che il premier si dimettesse immediatamente, mentre il 27% gli “concederebbe” di terminare la guerra che per quasi 7 persone su 10 il leader sta gestendo male.
Non è raro che una società politicamente molto frammentata con un sistema elettorale puramente proporzionale trovi una sintesi efficace nel carisma di uomo forte al comando, espressione di un governismo pragmatico più che politico. Peccato che Netanyahu alla sua visione politica non abbia rinunciato mai, neppure quando, sotto il ricatto della sua stessa maggioranza, sceglie di scendere a patti con gli estremisti cui ha promesso una guerra a oltranza. Se il terrore ha accentuato la polarizzazione della società israeliana, il premier ha ben chiaro da che parte stare, né sembrano preoccuparlo le perplessità dell’alleato Joe Biden, che in casa si gioca la partita della vita e per questo sembra ben disposto a sacrificare parte del supporto tradizionalmente incondizionato alla causa militare di Israele. Non lo avevano fermato le ondate di proteste di piazza dei mesi precedenti, né la minaccia di un allargamento del conflitto con gli Hezbollah libanesi e l’acerrimo nemico Iran, neppure le giravolte politiche necessarie per guadagnare altro tempo nella stanza dei bottoni, nemmeno le accesissime proteste dei genitori degli ostaggi ancora detenuti da Hamas a Gaza. Chi ha fatto da spettatore ai quasi 30 anni che hanno visto Netanyahu protagonista indiscusso della politica israeliana lo sa bene: la Nazione conosce ragioni che il cuore non conosce, potremmo dire parafrasando un vecchio proverbio, ricordandoci che è proprio questo è stato lo scopo dei tanti mandati di Netanyahu: la costruzione di uno Stato etno-nazionalista ricalcato sulla netta distinzione della propria identità storica, culturale e religiosa rispetto alle altre, con spinte centripete dal basso dei cittadini e dall’alto delle istituzioni.
Godendo della libertà di pensiero gentilmente accordata dalla scrittura, ci permettiamo finalmente di suggerire una verità, anzi due, se mai se ne possano detenere tante. Sul viale del tramonto, il cadetto del sionismo può guardarsi indietro fiero di aver portato a compimento il sogno di intere generazioni: lo Stato di Israele, oggi, è davvero lo Stato degli ebrei. Questo è un successo innegabile di chi ha perseguito tale scopo, ed è una prima verità. Il processo maieutico dello Stato ebraico è durato in realtà secoli interi, con politici, pensatori, militari, attivisti e filosofi incappati (quasi tutti) come vittime prima e carnefici poi nel peccato originale del nazionalismo, che a tutto antepone la conquista delle proprie ragioni mentre però non riconosce quelle delle degli altri. Ecco la seconda verità, proviamo a dirla: le colpe di questo fallimento il cui primo firmatario è proprio Netanyahu marchieranno per sempre il popolo di Dio.