Due giorni, 7 round, 32 franchigie, oltre 200 atleti: l’hockey sul ghiaccio nordamericano si prepara a una nuova stagione con gli NHL Entry Draft 2024
È meglio vincere o perdere? Vincere, certamente. Ma se proprio bisogna perdere meglio farlo bene, soprattutto quando a consolare ci pensano i “draft”, il sistema di scelta degli atleti negli sport professionistici nordamericani, l’unico sistema dove davvero l’ultimo sarà (o potrà essere) il primo.
In vista del prossimo 28 e 29 giugno, quando andranno in scena al Sphere at The Venetian Resort di Paradise, Nevada, USA, gli NHL Entry Draft (l’evento annuale che vede protagonisti le franchigie della National Hockey League e gli atleti più promettenti dello sport sul ghiaccio), cerchiamo di comprendere cosa si nasconde dietro i draft, come funzionano e su quali capisaldi si basano. Attenzione però: meglio lasciare da parte qualsiasi conoscenza pregressa sullo sport professionistico se questa si basa su uno sguardo prettamente europeo (e calcistico). In Nord America si parla tutta un’altra lingua.
Per iniziare, un po’ di storia e qualche numero. Nati NHL Amateur Draft nel 1963, gli NHL Entry Draft assumono l’attuale nome – e molte delle attuali regole – nel 1979. L’anno successivo diventano un evento pubblico, accogliendo pubblico e stampa, mentre nel 1984 fanno il loro ingresso anche le telecamere con la prima copertura televisiva offerta, sia in lingua inglese che in lingua francese, dalla Canadian Broadcasting Corporation. Il Canada, infatti, è la madrepatria dell’hockey moderno (la National Hockey League nasce nel 1917 a Montréal e nel 1924 si apre alle squadre statunitensi con i Boston Bruins): per i primi draft in terra a stelle e strisce bisogna aspettare il 1987 con l’evento alla Joe Louis Arena di Detroit, Michigan.
Dalle quattro di partenza, oggi la NHL conta in totale 32 franchigie, 7 canadesi e 25 statunitensi, divise in due conference – Eastern Conference e Western Conference – e quattro division – Atlantic e Metropolitan, Central e Pacific. Il campionato si divide in Regular season (82 partite, 41 in casa e 41 in trasferta), Playoff (16 franchigie per quattro turni per conference, giocati in serie al best-of-seven) e Stanley Cup Finals (i vincitori della Eastern Conference e Western Conference si sfidano in una serie finale giocata al meglio delle 7 partite). Le tre fasi occupano il calendario dal primo mercoledì di ottobre fino alla metà di giugno circa. Il campione della Lega riceve la Stanley Cup, uno dei trofei degli sport professionistici più conosciuti al mondo: nel 2023 è andato ai Vegas Golden Knights, al loro primo titolo. Le franchigie più blasonate sono i Montreal Canadiens con 24 coppe (l’ultima nel 1993), i Toronto Maple Leafs con 13 titoli (ultima vittoria nel 1967) e i Detroit Red Wings con 11 vittorie (dove la Stanley Cup manca dal 2008).
Chi non riesce ad accedere ai Playoff si proietta verso i draft e le giovani generazioni di hockeisti. Sono cosiddetti eleggibili agli NHL Entry Draft i giocatori nordamericani di età compresa tra i 18 e i 20 anni e i giocatori non nordamericani di ogni età all’esordio nella Lega. I giocatori che non rientrano nei criteri di eleggibilità dei draft possono entrare nella Lega come free agent (“svincolato”). Le selezioni sono divise in 7 round (il primo si svolge il 28 giugno, gli altri 6 il giorno successivo) e l’ordine di chiamata, ovvero in quale ordine le franchigie possono parlare, è stabilito da una combinazione di Draft Lottery, risultati ottenuti nella Regular season e risultati dei Playoff. Le 16 squadre che non accedono ai Playoff partecipano alla Lottery, un sistema “ponderato” introdotto nel 1993 per evitare che una squadra perda di proposito per aggiudicarsi la prima selezione ai draft: così le ultime in classifica hanno più probabilità – ma non certezza – di uscire vincitrici all’estrazione. All’ultima Draft Lottery dello scorso 7 maggio, svoltasi negli studi della NHL Network a Secaucus, New Jersey, la prima estrazione ha visto favoriti per la prima volta nella loro storia i San Jose Sharks (47 punti nella stagione 2023-2024 con 19 partite vinte su 82, di cui cinque ai supplementari), seguiti dai Chicago Blackhawks (già vincitori della Draft Lottery 2023 e quindi, per regolamento, preclusi da ulteriori vincite fino al 2028) e dagli Anaheim Ducks. Le posizioni dalla 17 alla 32 dell’ordine di chiamata vengono stabilite in base ai risultati dei Playoff e delle Finals, cosicché la squadra vincitrice della Stanley Cup parlerà per ultima.
Una volta stabilito l’ordine si entra nel vivo delle selezioni. Con la chiamata le franchigie si assicurano il diritto di prelazione, ovvero il diritto di essere l’unico interlocutore di quel giocatore, ecco perché un atleta può essere “draftato” ma non per forza ingaggiato – se non si raggiunge un accordo in fase di negoziazione – e soprattutto perché le “scelte” sono merce di scambio preziosa tra le squadre. Ad esempio, è vero che per il 2024 i San Jose Sharks si sono aggiudicati la prima chiamata ma non parleranno per primi in tutti e 7 i round: al terzo, quarto, quinto e sesto round, infatti, cederanno la parola rispettivamente ad Anaheim Ducks, NHL Utah team (il franchise attivato a Salt Lake City dopo lo stop imposto agli Arizona Coyotes), Montreal Canadiens e Vancouver Canucks in virtù di accordi stipulati precedentemente, per lo più scambi di giocatori. È infatti prassi diffusa e consolidata che i diversi franchise si accordino per scambiarsi o cedersi a vicenda turni di chiamate o, una volta chiamati i nomi degli atleti, gli stessi giocatori, secondo le più disparate esigenze. In questo aspetto si nasconde il vero scopo dei draft: scegliere strategicamente quali rookie – “reclute” – inserire nei propri roster – “rosa di squadra” – per gli anni a seguire, una scelta che può fortemente influenzare l’andamento della Lega e che, proprio grazie all’ordine di chiamata che favorisce anche e soprattutto chi non vince, contribuisce a mantenere equilibrato il livello delle diverse squadre. Tra i fattori che non bisogna tralasciare quando si cerca di comprendere il sistema dei draft, poi, ci sono il sistema sportivo che supporta la formazione degli atleti prima degli eventuali draft e, soprattutto, il salary cap (“tetto salariale”). Nel primo caso giocano un ruolo da protagoniste le associazioni sportive che fanno riferimento ad high school e university: ad esempio il grande favorito degli NHL Entry Draft 2024 – secondo i mock draft (le previsioni degli esperti) – è Macklin Celebrini, centro dei Boston University Terriers della Boston University e vincitore dell’Hobey Baker Award della National Collegiate Athletic Association. Il salary cap, utilizzato per le principali leghe sportive nordamericane e applicato agli ingaggi dei giocatori, invece, fa sì che non si creino squilibri tecnici tra franchigie con diverse disponibilità economiche: per la stagione NHL 2024-2025 il tetto è stabilito a 87,7 milioni di dollari.
Il sistema dei draft, come detto, accomuna tutti i principali sport di squadra del Nord America; la NHL, dunque, non è l’unica Lega a indire l’evento annuale: lo stesso fanno – con regole leggermente diverse, ad esempio, su numero di round, criteri di eleggibilità degli atleti, ordine di chiamata, o più banalmente sul periodo dell’anno, in base alla stagionalità dello sport – anche Major League Baseball, Major League Soccer, National Basketball Association, National Football League e Major League Rugby. Il draft più famoso e seguito in assoluto, nonché il più “storico” (il primo, prima della fusione tra BAA e NBL, risale al 1947), è quello dell’NBA: il prossimo avrà luogo il 26 e 27 giugno, a parlare per primi saranno gli Atlanta Hawks.
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BOX – Da “first overall pick” ad “all-star”
Gli esiti dei draft possono influire sull’andamento delle Leagues e allo stesso tempo permettere di fare delle previsioni sulle carriere degli atleti. Se è vero che non essere la prima scelta non si traduce automaticamente in una carriera mediocre o fallimentare – nel Draft NBA, ad esempio, si parla di “steal of the draft” quando un giocatore chiamato con una scelta molto bassa si impone poi tra i migliori della sua generazione -, è anche vero che nel corso degli anni molte prime scelte sono entrate di diritto nell’Olimpo dello Sport. Nel 1984 l’hockeista canadese Mario Lemieux è la prima scelta assoluta dei Pittsburgh Penguins: dal 1997 fa parte della Hockey Hall of Fame e ancora oggi è riconosciuto come uno dei giocatori migliori di tutti i tempi. Nel febbraio del 2002 Sports Illustrated mette in copertina un giovanissimo LeBron James titolando “The Chosen One”, il prescelto. Non a caso: ai Draft NBA del 2003 il cestista dell’Ohio è la prima scelta assoluta dei Cleveland Cavaliers, oltre 20 stagioni dopo (adesso in forze ai Los Angeles Lakers) detiene il titolo di miglior marcatore nella storia dell’NBA con oltre 40mila punti segnati in carriera. E ancora, tra i nomi dello sport nordamericano che condividono storie e percorsi simili ci sono: Peyton Manning (prima scelta nel Draft NFL 1998 e cinque volte MVP), John Elway (prima scelta nel Draft NFL 1983 e primo quarterback ad aver giocato come titolare in cinque Super Bowl) e Bruce Smith (prima scelta nel Draft NFL 1985 e detentore del record di sack in carriera); della National Baseball Hall of Fame fanno invece parte Harold Baines, Ken Griffey Jr., Chipper Jones e Joe Mauer, rispettivamente prima scelta assoluta dei Major League Baseball draft nel 1977, 1987, 1990 e 2001.
BOX 2 – Franchigie e club, a cambiare è il modello
Un importante punto di distanza tra lo sport europeo e quello nordamericano riguarda le società sportive, a partire dal nome. Laddove nel Vecchio Continente si parla di club, in Nord America il discorso vira sulle franchigie, o “franchise”. Il termine – che in generale indica realtà economiche identificabili con brand e business propri – definisce compagnie private il cui scopo principale è produrre profitti attraverso (ma non solo) le performance sportive. Queste operano in un sistema in cui non è previsto il meccanismo di promozione/retrocessione che invece è fondamentale nello sport di squadra europeo (calcio in primis) e in cui il legame con il territorio è allo stesso tempo labile e privo di concorrenza: sono pochissimi i casi di franchigie attive nella stessa città e allo stesso livello e una franchigia che volesse spostare il suo centro d’interesse economico da una città all’altra potrebbe farlo senza troppi intoppi. Nessuno, invece, potrebbe immaginare squadre come il Real Madrid, il Manchester United o la Juventus lontane da Madrid, Manchester e Torino.