Dagli anni Settanta il tema della grassofobia è al centro del dibattito femminista, eppure sfogliando una rivista o navigando sul Web non si fa che incappare in diete miracolose e ossessione per il corpo conforme
Già negli anni Novanta Naomi Wolf scriveva che “il mito della bellezza prescrive un comportamento, non l’aspetto” e nonostante siano passati più di trent’anni tra le pagine che pigramente abbiamo sfogliato sotto l’ombrellone, seppur il martellamento sul tema inizi ben prima della stagione balneare, si continua a leggere di “prova costume” e diete miracolose, segreti delle star e ogni possibile magia per perdere i centimetri che non fanno aderire (soprattutto, ma non solo) le donne all’immaginario imposto dagli stereotipi di bellezza della “cultura della dieta”. Non fa eccezione il Web dove, tra risposte sgangherate in qualche forum sopravvissuto e influencer wannabe che propongono bibitoni dimagranti à la Wanna Marchi, il segreto della felicità dell’essere umano sembra essere la magrezza.
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La lotta alla stigmatizzazione dei corpi grassi entra nel dibattito femminista già nel 1972 quando Judy Freespirit e Aldebaran decidono di fondare il collettivo The Fat Underground per portare avanti la “fat liberation”. Negli anni ‘90, in quella che viene chiamata “terza ondata” femminista – definizione dell’attivista afroameircana Rebecca Walker -, la causa dei corpi grassi si inserisce nella critica delle voci che si stagliano contro le prime esperienze femministe guidate per lo più da donne bianche e borghesi. In questi anni le persone marginalizzate e razzializzate iniziano quel percorso di protesta oggi definito femminismo intersezionale, come coniato dalla giurista Kimberlé Crenshaw, quel femminismo cioè che lotta su vari fronti contemporaneamente mettendo in luce l’interconnessione fra le diverse oppressioni che interessano le categorie culturali usate per definire gli individui (genere, etnia, classe, età, eccetera). Il politico curdo fondatore del Pkk Abdullah Öcalan definiva l’oppressione del genere femminile come “la prima colonia dell’uomo” mostrando l’interconnessione, ad esempio, tra la lotta di liberazione femminile e la lotta al colonialismo. Con il nuovo secolo vengono scritti diversi volumi da attiviste e pensatrici che portano avanti la causa della liberazione dei corpi grassi, facendo aumentare l’attenzione sul tema e facendo nascere i “fat studies” nei primi anni del Duemila.
Gli studi in materia hanno reso evidente un comportamento sistemico verso i corpi grassi e la maggiore attenzione intorno alle persone grasse ha attratto anche l’universo mainstream che ha però depotenziato la causa rendendola una questione di autostima e “self love”. La questione principale, come si legge nel Manifesto del 1973, portata avanti dalla lotta in questione è che le persone grasse abbiano il rispetto e i diritti di qualunque altro essere umano. Nulla a che vedere con l’amore per sé, il motto identitario del movimento sostiene infatti che tutti i corpi siano validi, che tutti i corpi debbano avere lo stesso accesso alle cure mediche e al lavoro – gli studi dimostrano che per i corpi grassi non è così, come per altri corpi marginalizzati – che i corpi grassi non siano solo quel temibile “prima” che viene mostrato nelle pubblicità di prodotti dimagranti.
Che la causa sia stata depotenziata dal mainstream è evidente anche dalle maggiori riviste o dai portali online che si occupano di lotta al body shaming mettendo in copertina corpi conformi, con “qualche chilo di troppo” ma sempre al posto giusto. Le donne hanno fisici a clessidra, se c’è della cellulite è quasi impercettibile e il messaggio è sempre ricondotto all’amarsi “anche” così. Nei media la rappresentazione di persone grasse, inoltre, se non è ridicolizzata è vittimistica. I due binari sono collegati: da un lato si trova l’archetipo della “good fatty”, la grassa simpatica e accomodante che con autoironia (mentre se si tratta del profilo di un personaggio scritto per un film o serie tv il personaggio con corpo grasso sarà indolente, poco attento all’igiene personale, imbranato e tutti gli altri stereotipi del genere) manifesta in realtà una grassofobia interiorizzata a suon di battute; dall’altro la persona grassa tende a mortificarsi e assicurare al pubblico di stare facendo tutto il possibile per cambiare il suo aspetto, durante le interviste viene chiesto di ricordare momenti drammatici subiti nella vita, assistendo a un mea culpa per quel corpo che viene abitato come una condanna divina. Una vittima del proprio corpo. Su questi due binari agisce il femminismo che da un lato dimostra come ci siano donne fiere, che non accettano la riduzione a stereotipo, che mettono in mostra il proprio corpo come ogni persona esistente e che, insomma, non intendono scusarsi per il proprio corpo. Il femminismo rifiuta il ruolo della donna unicamente come vittima e a proposito della vittimizzazione delle donne è fondamentale un passaggio di Michela Murgia: «essere identificati come vittime è una condizione che dovrebbe essere transitoria per chiunque, legata a precise circostanze. Non si è vittime per il solo fatto di esistere come femmine invece che come maschi, ma lo si è sempre di qualcosa o di qualcuno. Il tentativo di trasformare le persone in vittime permanenti a prescindere dalle circostanze costringe la vittima al ruolo di vittimizzata, che è un’altra forma di violenza, più sottile e pervasiva, perché impone una condizione di passività che preclude la facoltà di riscattarsi. Il soggetto non può tentare di uscire dalla condizione di vittima, perché intorno ha un intero sistema che gli impedisce di essere qualcosa di diverso».
Ogni corpo grasso che si mostra e non sottostà a queste dinamiche viene accusato di promuovere l’obesità o comunque stili di vita non sani, ma la salute non è un argomento della fat acceptance perché è un’argomentazione abilista, ovvero che esclude i corpi disabili o che in ogni caso non rientrano nei canoni di “ottima salute”. Il rifiuto del ruolo della vittima e il volersi riappropriare, come nella comunità Queer, del termine “grassa” per renderlo meramente descrittivo – non un insulto, alla stregua di magra, alta, bassa – e mettere fine a quegli infiniti esercizi di stile “cicciottella”, “in carne”, “formosa”, “tanta”, “corpulenta”, “robusta” dato che, come sottolineano le attiviste Mara Mibelli e Chiara Meloni “non sono robusta, robusta è la FIAT Panda intramontabile utilitaria, io sono grassa”.
I corpi grassi, insomma, esistono e riconoscerne i diritti è una questione di giustizia sociale.
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