L’ultimo in ordine di tempo è l’episodio che ha visto la campionessa Egonu in lacrime a causa dei continui e insopportabili insulti razzisti. Ma nello sport il fenomeno è endemico
C’è Paola Egonu in lacrime a bordo campo dopo che con la nazionale italiana di pallavolo ha conquistato la medaglia di bronzo ad Apeldoorn, Paesi Bassi, ma quelle che solcano il suo viso non sono lacrime di gioia. La pallavolista 23enne, che nell’ambito del Volleyball Nations League 2022 ha ottenuto nuovamente il riconoscimento del titolo di Most Valuable Player (il primo MVP arriva nel 2015) e quello di Miglior opposto, spiega al suo procuratore, Marco Raguzzoni, che «mi hanno chiesto anche se sono italiana. Questa è la mia ultima partita in Nazionale, sono stanca». Perché oltre a essere una delle pallavoliste più forti in Italia Paola Egonu è una giovane italiana nata da genitori di nazionalità nigeriana.
Egonu, come molti altri atleti con la pelle nera,combatte il razzismo da anni. Quando nel 2021 viene diffusa la notizia che sarebbe stata lei a rappresentare l’Italia come portabandiera alle Olimpiadi di Tokyo sui social è scoppiata la polemica, innescata da Mario Adinolfi che twitta: «Paola Egonu diventa portabandiera olimpica perché incarna un cliché e non per meriti sportivi, ci sono almeno 30 atleti nella delegazione italiana con un curriculum più valido della Egonu, ma con la colpa di essere bianchi o eterosessuali. Egonu è un triste inno al conformismo». Il leader del Popolo della Famiglia fa riferimento anche alla sessualità della campionessa che nel corso di un’intervista al Corriere della Sera ha raccontato di aver telefonato alla fidanzata dopo una sconfitta, quando il giornalista le fa notare la semplicità con cui ne parla Egonu risponde serenamente «infatti, lo trovo normale». Di lì a poco la azzurra ha spiegato di innamorarsi di una persona non in base al sesso o al genere, ma della persona in sé.
Insomma Paola Egonu non solo è una giovane donna dalla pelle nera, ma è anche “normalmente” una persona con una vita sentimentale fluida. Tutte caratteristiche che razzisti e omofobi utilizzano per insultare e prendere di mira la 23enne; lei stessa infatti sfogandosi spiega a Raguzzoni: «io un simbolo? Ma quando questo simbolo non va bene è il primo che viene attaccato».
Il razzismo che colpisce Paola Egonu è un fenomeno endemico nello sport. Non ha evitato di colpire nemmeno Serena Williams, la “queen”del tennis che ha dichiarato sui social: «sono sempre stata orgogliosa di essere ciò che sono, di essere nera, e sento che non sarei quello che sono, non sarei così forte come sono, non sarei riuscita ad andare così lontano e ad avere una carriera così straordinaria, se non fossi stata nera».
Ma è soprattutto nel calcio che il razzismo ha un terreno particolarmente fertile. Le curve che urlano il verso della scimmia non appena i giocatori neri tocchino la palla, gli episodi di violenza verbale vissuti da Dalbert, Matuidi, Lukaku, Balotelli, Pogba, solo per citare i nomi più noti e che hanno fatto più notizia; il gruppo degli ultras laziali degli Irriducibili che tappezza la curva sud dell’Olimpico di Roma di figurine che ritraggono Anna Frank con indosso la maglia della Roma insieme agli adesivi con la scritta “romanista ebreo”; il fantoccio nero con cappio al collo che i tifosi dell’Hellas Verona hanno esposto in curva nel ‘96 quando in squadra sarebbe dovuto entrare Maickel Ferrier (che non vestirà mai i colori gialloblu).
Tutte queste manifestazioni rientrano negli “hate speech” un fenomeno generale che, purtroppo, le minoranze incontrano in diversi ambiti della vita, non solo nello sport. Quello che emerge, però, è che lo sport – e in particolare il calcio – è uno dei frangenti in cui gli attacchi razzisti si fanno più consueti e violenti. Secondo il sociologo Alessandro Dal Lago, che ha studiato il fenomeno negli anni ‘90, gli attacchi razzisti sono una sorta di “rituali” della partita. Perché il calcio, in quanto fenomeno collettivo, porta alla creazione di una sottocultura con simboli e linguaggi propri, gli insulti razzisti si fanno così arma comune della tifoseria che vede nella partita una vera e propria “battaglia”.
Per fare un punto sul fenomeno, Lunaria, Uisp APS e Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) nel luglio 2020 hanno sottoscritto un protocollo di intesa con l’obiettivo di sopperire la mancanza di un monitoraggio in materia di insulti razzisti in campo sportivo così da far luce suglihate speech anche a livello amatoriale e dilettantistico dove i casi non mancano, ma non hanno la stessa copertura mediatica di attacchi rivolti a sportivi più celebri. Il primo report dell’Osservatorio Nazionale contro le discriminazioni nello sport – Mauro Valeri presenta una fotografia drammatica dei campi sportivi. I dati, seppur parziali, documentano 211 episodi di discriminazione compiuti dal 1° giugno 2021 al 30 giugno 2022; 79 negli ultimi 7 mesi del 2021 e 132 nei primi 6 mesi del 2022. Sono i cori razzisti o di discriminazione territoriale gli episodi più frequenti, ma sono state riscontrate anche violenze verbali individuali, degenerate in aggressioni fisiche (in due casi) e sono presenti segnalazioni di discriminazioni istituzionali. La nazionalità, l’origine nazionale e le caratteristiche somatiche sono causa di insulti più frequenti, ma sono stati documentati anche casi di sessismo, omofobia, abilismo e body shaming. Gli atleti vittime di insulti sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 29 anni, seppur 31 casi sono stati compiuti ai danni di minori. Il 78,7% delle discriminazioni documentate è stata registrata nel mondo del calcio, le violenze sono state denunciate agli organismi sportivi nel 66% dei casi, mentre il 14% delle vittime ha denunciato via social l’accaduto, il 20% degli atleti vittime di insulti ha scelto di non denunciare.
L’attenzione sugli insulti razzisti è sempre più alta, ma non è abbastanza. Le varie federazioni sportive hanno il dovere morale di impegnarsi in maniera significativa e attuare punizioni più incisive per chi si macchia di hate speech. Troppo spesso gli attacchi razzisti sono derubricati a semplici atti di goliardia, mentre si tratta di veri e propri reati, come regolamentato dalla Legge Mancino del 25 giugno 1993. La resilienza degli atleti vittime di discriminazioni è ben spiegata da Paul Pogba: «i miei antenati e i miei parenti hanno sofferto per la mia generazione, per farla sentire libera, farla lavorare, farle prendere il bus, per farla giocare a calcio. Gli insulti razzisti sono ignoranza e possono solo rendermi più forte, motivandomi a combattere per la prossima generazione».