Le Olimpiadi di Parigi sono state una immensa operazione di marketing per la città, anche dal punto di vista della sostenibilità. Ma non tutto è andato per il verso giusto

A partire dalla tanto monumentale quanto controversa cerimonia di inaugurazione, le Olimpiadi di Parigi hanno voluto essere un’edizione spartiacque non tanto nella storia agonistica della competizione quanto nell’impostazione. 

Per la prima volta, infatti, gli atleti non hanno sfilato all’interno di un palazzetto ma lungo la città, addirittura utilizzando la Senna come passerella. E l’intera “ville lumière” è diventata la scenografia per un kolossal di quattro ore in cui hanno trovato spazio i capisaldi della cultura della repubblica francese, anche i più recenti. La cerimonia non è stata che l’ouverture del diffondersi dello sport olimpico nei luoghi più iconici della città: oltre alla Senna, in cui si sono svolte, non senza polemiche, le gare di Triathlon e di Nuoto di fondo, non mancano tra le location delle gare Versailles (equitazione), il Grand Palais (scherma) e la Tour Eiffel, sotto alla quale è stato allestito uno spettacolare campo di Beach volley. 

«L’obiettivo di queste Olimpiadi, anche in termini di sostenibilità, era quello di evitare nuove costruzioni, nuove strutture: l’impatto urbanistico che queste grandi kermesse internazionali, non solo sportive, portano con sé è, da decenni, il grande problema – spiega Viviana Ferrario, docente di Geografia del paesaggio all’Università Iuav di Venezia -, a differenza del passato, quando erano motore di sviluppo. La stessa Tour Eiffel è stata costruita in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, nel centenario della Presa della Bastiglia. Al tempo, l’obiettivo era di costruire spazi nuovi, inni alla modernità, che nascevano in occasione di questi eventi. Adesso il problema è inverso. Lavorare sul già costruito, in generale, per un criterio di risparmio e di sostenibilità. Un’idea assolutamente apprezzabile». 

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La gara di ciclismo sotto la Torre Eiffel – Ansa

C’è da dire che si tratta di un “costruito” di una bellezza nota in tutto il mondo… 

«Parigi ha un valore simbolico elevatissimo: quindi, da un lato c’è la ricerca della sostenibilità, e dall’altro l’importanza mediatica del toponimo. Per lungo tempo è stata la capitale d’Europa. Cerco di immaginarla come devono percepirla i non europei che vi approdano per la prima volta: un meraviglioso simbolo dell’epoca d’oro del nostro continente. Pensiamo anche alle gare a Versailles: a Londra non si gareggiò certo a Buckingam Palace. Insomma, c’è anche la diconotomia Repubblica vs Monarchia, dove, nel primo caso, tutti gli spazi sono accessibili». 

«Mi ha colpito e affascinato l’idea di fare della città la scenografia dell’Olimpiade… . Si esce dai comuni palazzetti, che rimangono comunque il cuore delle competizioni, per portarle dentro la città, che la avvolge come la più bella delle scenografie. E la cerimonia inaugurale ha seguito questo schema – aggiunge Riccardo Crivelli, inviato a Parigi della Gazzetta dello Sport -. La scherma al Grand Palais, il tiro con l’arco all’Hôtel des Invalides…  è la prima volta che una città si spende così marcatamente nell’organizzazione di una Olimpiade, rendendosi protagonista più ancora dei suoi palazzetti e di tutto il contorno. Il problema, secondo me, di questa concezione innovativa e che probabilmente solo Parigi e poche altre città al mondo possono permettersi, è quella che tutto il resto è stato lasciato un po’ da parte, quasi che la bellezza della città possa sopperire a tutto il resto». 

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Crivelli, a cosa si riferisce?

«Noi giornalisti siamo abbastanza penalizzati nei trasporti: ci si deve organizzare da soli perchè non c’è quasi nessun aiuto da parte dell’organizzazione dei volontari. Ciascuno di noi, dopo un paio di giorni esperimenti, ha capito quali sono i sistemi più rapidi per arrivare alle varie sedi. Alla sera ci salvano sempre i taxi. Al di là delle piccole magagne dei giornalisti, mi sembra di capire che anche gli atleti si lamentino, a cominciare dalla cerimonia inaugurale, perché questa sfilata sulla senna li ha fatti inquadrare per pochi secondi e, soprattutto, non sono stati coinvolti, nessuno di loro ha visto lo spettacolo, a differenza delle tradizionali cerimonie nei palazzetti». 

Gara equestre a Versailles – Ansa

Ferrario, lei cosa pensa di questo problema dei trasporti, di queste difficoltà nella viabilità?

«Mi hanno colpito molto le immagini della città senza macchine, perché questa è una specie di visione del futuro. Una decina di anni fa si cominciò a ragionare su un possibile futuro senza auto, poi l’avvento dell’auto elettrica ha allontanato questa prospettiva. Sostituendo un carburante con un altro. Il fatto di vedere una città vuota, con i grandi boulevard haussmaniani, concepiti per l’intenso traffico di carrozze (ma anche per evitare assembramenti), deserti è straniante. Ma bello. Il mondo senza auto presuppone che ci sia un investimento poderoso nel trasporto pubblico, di cui Parigi è stata pioniera, con la metropolitana inaugurata nel 1900. È un contesto ideale. La difficoltà dei giornalisti di muoversi non è un problema fondamentale, diciamo, ma probabilmente c’è stata qualche lacuna organizzativa. Vedere un boulevard senza auto è anche un modo per sollecitare una riflessione. Forse dovremmo fare lo stesso sforzo per ogni città. Pensiamo alle prime zone pedonali, che adesso sono le parti migliori della città e favoriscono il turismo. Fino a qualche anno fa erano impensabili».

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Se la Parigi ecologica, e quindi futuribile, fa sognare, altrettanto non si può dire del Villaggio Olimpico “green”, che voleva essere una medaglia già appuntata sul petto del Comitato Olimpico. Ma il racconto di Crivelli, in linea con quanto emerge dalla stampa, descrive una realtà ben diversa: «Al villaggio la situazione è precaria, dalle stanze al cibo, tanto che alcune nazionali, come quella inglese, se ne sono andate, in favore di strutture alberghiere. Altre squadre si sono trasferite vicino alle zone di gara, come il nostro canottaggio e pallavolo. Sicuramente un contesto straordinario, bellissimo, come il campo di Beach sotto la torre, ma, alla fine, di questa olimpiade cosa resterà è da vedere». 

Crivelli, lo sforzo francese per un impatto più vicino allo zero è stato importante. Non si possono sopportare alcuni disagi, in virtù di questo?

«Sicuramente è uno degli aspetti fondamentali di questa Olimpiade e lo sarà anche delle prossime. Però, molti giocatori si sono lamentati perchè “ok” alla borracce ecologiche, ma non c’è l’acqua fredda, né il ghiaccio. E poi il problema Senna, la cui bonifica è costata un miliardo e 400 milioni, però le condizioni non sono eccellenti. E forse è anche pericolosa con la balneazione. E poi i letti di cartone, la distribuzione del cibo, i vassoi riciclabili… .Tutto bellissimo, ma se l’atleta mangia cose “respingenti” non va bene. Il cibo è sempre lo stesso, non c’è varietà, non è cucinato da chef stellati: insomma, secondo chi ci vive, mangiare al villaggio rende l’esperienza meno gradevole. Io non ho molto tempo per mangiare e di solito lo faccio a tarda notte, nei locali ancora aperti. Con prezzi esorbitanti». 

Fermoimmagine del video postato dall’atleta Husein Alireza con Thomas Ceccon, addormentato nel parco – Ansa

Ma il problema principale del Villaggio Olimpico “green” è stata l’aria condizionata: simbolo del disagio degli ospiti è divenuto, suo malgrado e a sua insaputa, il nuotatore medagliato Andrea Ceccon, paparazzato a fare il sonnellino pomeridiano in giardino anziché in stanza. Dopo aver ricevuto una serie di lamentele e aver deciso di consentire alle delegazioni nazionali di prenotare a proprie spese unità di aria condizionata mobili, gli organizzatori di Parigi si trovano ad affrontare l’accusa di aver creato dei Giochi a due livelli: chi ha potuto permettersi sonni freschi e tranquilli e chi no. 

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La questione dell’aria condizionata era stata molto scottante già prima dei Giochi. Come parte dell’impegno di Parigi per delle Olimpiadi più ecologiche, è stato deciso che l’aria condizionata non sarebbe stata installata e i funzionari hanno invece promesso che le stanze degli atleti sarebbero state tenute fresche tramite un sistema di acqua geotermica che pompava acqua fredda sotto gli edifici. 

Il Villaggio olimpico – Ansa

Pressata sulla questione l’anno scorso, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, aveva detto ai giornalisti: «Ho molto rispetto per il comfort degli atleti, ma penso molto di più alla sopravvivenza dell’umanità. Voglio che i Giochi di Parigi siano esemplari dal punto di vista ambientale».

Il Comitato Olimpico Internazionale ha affermato che il sistema dell’edificio avrebbe raggiunto una temperatura obiettivo di 23-26 °C nelle ore più calde della giornata durante un’ondata di calore, ma queste rassicurazioni non hanno convinto molti dei Paesi più grandi e ricchi, o, comunque, squadre che puntavano a una medaglia. E sono molti i video degli atleti sui social nei quali si ironizza sull’efficacia dei ventilatori. 

Se Crivelli, corrispondente da Pechino 2008, promuove questa edizione, dal punto di vista dell’organizzazione, con una sufficienza molto molto molto stiracchiata, è diversa l’opinione dell’urbanista Ferrario, che (lontana dalla capitale francese) ne ha colto il lato immaginifico e, soprattutto, propositivo nell’ottica del risparmio energetico e della salvezza del pianeta. È possibile coniugare grandi eventi e sostenibilità? Parigi ci ha provato, con tutta la sua bellezza. Sicuramente, si può migliorare, ma la via (rosa o di altri colori) è quella giusta. E obbligata. 

di: Giulia GUIDI

(foto ANSA/EZIO CAIROLI)