La nuova presidente del Messico, in carica da ottobre, eredita un vastissimo consenso popolare ma anche onerosi fardelli: la criminalità organizzata più violenta della storia del Paese, una crisi migratoria senza fine, una transizione energetica tutta da fare
Fisica e ricercatrice climatica, attivista e già sindaca della Capitale: Claudia Sheinbaum Pardo ha convinto il Messico a eleggere il suo primo presidente donna. Come? Mostrando concretezza, vantando competenza e conservando un profilo più riservato rispetto al suo istrionico mentore e predecessore, il presidente uscente Andrés Manuel López Obrador. Dal canto suo AMLO (questo l’acronimo dell’ex capo di Stato) ha promesso di ritirarsi a vita privata nel ranch di famiglia. Pochi si aspettano davvero che il suo ego sia capace di cotanto passo indietro: dipenderà anche e soprattutto dall’ego di Sheinbaum che, salda nel suo pragmatismo STEM, dovrà riscoprirsi più politica di quanto non abbia finoggi dimostrato.
La presidente e il suo programma in Scienza e ambiente: la ricetta Sheinbaum
Il responso dei popoli non è mai sufficiente a se stesso. Perlomeno così credono i mercati che non mancano di etichettare puntuali le elezioni in base al tasso di rischio, notare bene, percepito. Nonostante infatti l’economia del Messico nel 2023 sia cresciuta del 3,2%, i mercati hanno dimostrato di covare qualche timore in merito all’elezione di Sheinbaum. Per la coalizione di Governo si profila infatti una maggioranza parlamentare tale da consentirgli di approvare indisturbata le sue riforme costituzionali. «La nuova amministrazione sarà sfidata a non invadere l’attività del settore privato e il libero mercato, evitando un’ulteriore erosione della qualità istituzionale», ammonisce a metà fra il minaccioso e il paternalistico Alberto Ramos, a capo delle ricerche economiche sull’America Latina di Goldman Sachs. Le riforme illiberali cui accennano i mercati sono state in parte già presentate da AMLO a febbraio, in un pacchetto di 20 proposte. «A preoccupare sono soprattutto le riforme che coinvolgono il sistema giudiziario e l’Istituto Nazionale Elettorale, ma anche la scomparsa di corpi intermedi autonomi di controllo. Tutti organismi che contribuiscono attivamente a controbilanciare i poteri» ci spiega Maite Azuela, giornalista e analista politica del periodico messicano El Universal. Non ci sono dubbi insomma che “Sheinbaum non troverà alcuna resistenza nel Congresso con la maggioranza assoluta” e che nonostante la promessa di ulteriori confronti e un giudizio negativo della popolazione “la decisione è già stata presa, e le conseguenze saranno immediate per i mercati”.

Ma la popolarità del presidente uscente, che ha spianato la passerella per Sheinbaum, è ormai cementificata grazie ad ampie riforme in termini di sussidi e welfare: sono stati successi come il raddoppiamento del salario minimo, la diminuzione della povertà (secondo la Banca Mondiale tra il 2020 e il 2022 sono uscite dalla povertà 8,8 milioni di persone) e della disoccupazione (che a febbraio tocca il minimo storico del 2,5%, anche se più di un occupato su due lavora senza contratto o tutele) e il rafforzamento del peso a convincere i messicani che la coalizione di AMLO meritasse altri 6 anni al Governo. Ecco la vera sfida di Sheinbaum: mettere a sistema l’equazione del consenso e quella del mercato senza scontentare né chi l’ha votata né chi avrebbe il potere di ostacolarla.
Nel frattempo, non si perdano i conti della politica estera che bussa alle porte del Palácio Nacional, eretto sull’antico palazzo dell’imperatore indigeno Moctezuma, prima ancora che Sheinbaum vi sia effettivamente entrata. È successo, ad esempio, con l’automotive: ad aprile Washington ha fatto pressione sulle autorità del Messico affinché non concedesse incentivi alle aziende cinesi per l’apertura di nuove sedi di produzione. In un generale clima di reticenza (né Obrador né il ministro dell’Economia Rogelio Ramírez de la O hanno commentato la vicenda) il Paese ha dunque chiuso la porta a Pechino, nonostante l’importanza che investimenti diretti esteri come questo avrebbero per la sua economia. Dal canto loro, gli USA temono che la penetrazione cinese abbia lo scopo di aggirare i dazi, approfittando dell’accordo di libero scambio Usmca(l’United States–Mexico–Canada Agreement che nel 2020 ha sostituito il North American Free Trade Agreement), e trovare così una scorciatoia verso il mercato americano. La questione pone Città del Messico a un bivio: anteporre a tutto la sostituzione di fonti fossili con energia pulita, magari approfittando dei bassi costi della produzione cinese, o preoccuparsi di chi dovrebbe gestire la transizione? Una risposta accorta considererebbe entrambe le variabili, valutando i benefici di un proprio spazio autonomo in un mercato in crescita, anziché appaltare in toto la transizione ecologica alle solite potenze straniere che si presentano a mani piene, ma non se ne vanno mai a mani vuote.

Nel frattempo, l’Economist ci spiega che dal 2021 al 2023 Pechino ha fornito all’America Latina esportazioni di pannelli solari, macchine elettriche e batterie al litio per oltre 9 miliardi di dollari, con la Cina che si conferma mittente di un terzo di tutti i veicoli venduti nel Paese. Segno che gli yen sono stati accompagnati fuori dalla porta, ma facilmente rientreranno dalla finestra. A tal proposito, “Sheinbaum non è stata troppo esplicita riguardo la sua agenda di politica estera” spiega ancora Azuela. Ad ogni modo, sembra che la presidente voglia intraprendere la strada del nearshoring (la ricollocazione dei siti di produzione in Paesi vicini), dando la priorità alla produzione regionale per sostituire le importazioni asiatiche, come è emerso anche da un suo recente incontro con Kamala Harris. A tal proposito, Azuela ricorda la sfida del 2026 quando il Messico dovrà rinegoziare il T-MEC con gli Stati Uniti: «tutto indica che la priorità sarà data alle tecnologie di energia pulita del Nord America». Un approccio che sarà mantenuto anche in politica estera: questo perlomeno è quanto ci si aspetta da Sheinbaum, che pur mantenendo relazioni cordiali con tutti i suoi vicini, Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva in primis, probabilmente resterà fuori dai BRICS, come ha già anticipato a marzo il ministro degli Affari Esteri.
I calcoli di Sheinbaum non possono poi ignorare altre due macro-variabili: sanità e immigrazione. La sanità non potrà che essere l’ago della bussola delle sue prossime politiche di welfare. Se è vero che un quarto dell’elettorato messicano beneficia dei sussidi approvati da AMLO che, pur avendo ristretto la platea, ha aumentato il volume dei fondi, bisogna fare ancora di più: oggi due messicani su cinque non hanno accesso all’assistenza sanitaria, compresa nel welfare statale solo se collegabile ad un lavoro, pubblico, autonomo o dipendente (e abbiamo visto quanto sia diffuso il lavoro in nero). La questione dell’immigrazione è invece strettamente correlata ad un altro appello alle urne, quello statunitense che a novembre determinerà il volto della prossima controparte di Sheinbaum. Nel 2023 si è toccata la cifra record di 2,5 milioni di attraversamenti illegali della frontiera con gli Usa: circa 10mila passaggi al giorno, in aumento del 71% rispetto all’anno precedente.
«Nei giorni scorsi Sheinbaum ha incontrato il team di Joe Biden– prosegue Azuela: – gli USA esercitano forti pressioni per ridurre i flussi migratori durante le elezioni, un dato che inciderà moltissimo sulla rielezione di Biden. Ci aspettiamo che Sheinbaum segua pedissequamente i diktat USA, cooperando con le deportazioni al confine settentrionale e rafforzando le azioni contro i migranti al confine meridionale». Se una vittoria di Donald Trump potrebbe non facilitare le relazioni fra i due Paesi, anche Biden ha già deluso le aspettative. Lo scorso ottobre il presidente ha infatti dovuto acconsentire alla costruzione di un nuovo tratto di muro al confine con il Messico per il quale i fondi erano già stati stanziati, in barba alle leggi ambientaliste federali e a testimonianza di una vecchia lezione: in politica i numeri contano più dell’ideologia. Una legge (non) scientifica che sembra scritta per Sheinbaum.
La terra del litio
Per comprendere le ambizioni latinoamericane della Cina bisogna anche ricordare che il Continente ospita alcuni dei principali giacimenti di litio del mondo, con Argentina, Bolivia e Cile che da soli forniscono il 58% del fabbisogno mondiale. Così, alcuni Paesi hanno imboccato un percorso di nazionalizzazione delle risorse, dal monopolio (Bolivia) all’affidamento delle estrazioni a società pubbliche statali (Cile). Anche il Messico segue la stessa strada, con Obrador che ha già espresso l’intenzione di nazionalizzare il litio “in modo che non possa essere sfruttato dai Paesi stranieri”.


La morsa violenta dei cartelli
Ci si interroga poi se la delfina di AMLO seguirà i suoi passi anche nella lotta ai violentissimi cartelli della droga, con una media di oltre 30mila omicidi all’anno, di cui 250 solo durante le elezioni, e l’ombra del fentanyl la cui produzione sta ormai diventando più attrattiva (e soprattutto remunerativa) anche della cocaina. Obrador ha inaugurato il suo mandato inneggiando a una “lotta pacifica” con i cartelli: il suo slogan (letteralmente: “abbracci, non proiettili”) è rimasto tale non portando praticamente nessun risultato se non una riduzione nell’efficacia alla lotta, con il passaggio di consegne dalla polizia nazionale e municipale all’esercito. «Il mandato di 6 anni di López si conclude con almeno 200mila omicidi e un brutale aumento delle sparizioni, che oggi ammontano a oltre 100mila. Uno scandalo cui la stampa nazionale si è ampiamente dedicata parlando anche di “sparizione degli spariti”, soggetti persino rimossi dai registri delle persone scomparse» ci racconta Azuela. Il sistema di sicurezza, insomma, “ha evidentemente fallito”, così come l’intenzione di ridurre la corruzione nello sfruttamento delle risorse pubbliche. Sheinbaum ha già espresso la sua intenzione di rinforzare ulteriormente i poteri dei militari ma in generale si è lasciata andare a proclami meno sensazionalistici, lasciando intendere di voler mantenere il medesimo approccio del suo mentore.