La nuova frontiera dei racconti dell’orrore è online e si chiama Creepypasta
Ciò che rende unico il mondo sconfinato di Internet è certamente la possibilità di essere praticamente privi di qualsiasi divieto. Contrariamente alla vita reale, sul web nessuno può esser messo a tacere, non esistono filtri alle affermazioni o alle opinioni, e tutti noi abbiamo la facoltà di accedere, tramite banali click, a qualsiasi tipologia di contenuto e materiale, soverchiando facilmente quelle che sono le semplici regole imposte dal web.
Ed è proprio lungo questa scia che prendono vita le Creepypasta, racconti dell’orrore diffusi sui siti Internet in forma completamente anonima. Le storie, come molti fenomeni della rete, vengono pubblicate in lingua inglese e sembra che siano diventate popolari tra gli adolescenti in particolare grazie alla piattaforma 4Chan, sito web “imageboard” fondato da Christopher Poole nel 2003. Queste storie sono principalmente accomunate da specifici fattori, quali l’appartenenza ad uno stesso filone che oscilla tra paranormale, ghost story, splatter e blood story, oltre a non avere una collocazione temporale definitiva.
All’interno della narrazione sono presenti frequenti colpi di scena e ribaltamenti di prospettiva, in grado di assorbire direttamente il lettore, passando da un “tu” lettore a un “tu” personaggio. In chiusura, si raggiunge il climax, caratterizzato da finali shock, dove i protagonisti sprofondano in un macabro e cruento destino.
La brevità è un must delle Creepypasta: vive e muore essendo letta, copiata e condivisa. Alcuni articoli vengono fatti circolare come JPEG con testo scritto su di essi, mentre altri sono realizzati con una singola immagine inquietante. Un sottogenere di queste è costituito da fotografie contenenti un elemento di disturbo, come un volto distorto. Questi sono chiamati, con sottigliezza adolescenziale, Shitbrix: quando si è improvvisamente spaventati, “cagherai mattoni”.
Tra tutti i racconti, quello che detiene il primo posto nel genere narrativo “creepy” è certamente The Russian Sleep Experiment, una lunga storia su un esperimento condotto negli anni ‘50. Esso consisteva nella somministrazione di un gas stimolante a cinque prigionieri politici tenuti come cavie umane, così da tenerli svegli per diverse settimane, con lo scopo di osservarne l’evoluzione del comportamento. Svolto a vista, a causa dell’assenza delle telecamere a circuito chiuso non disponibili nell’URSS, inizialmente il test sembrò svolgersi per il meglio: i prigionieri non si lamentavano e parlavano tranquillamente tra di loro. Nei giorni a seguire, la follia conquistò il pieno “controllo” della situazione: le cavie presero i libri, li sporcarono con le proprie feci e li appiccicarono di fronte alle finestre, così che gli scienziati non potessero più vedere cosa accadesse nella stanza e per tre giorni consecutivi, oltre a non poter supervisionare la situazione, non udirono alcun suono, nonostante i microfoni funzionassero perfettamente. La storia finisce, dopo varie esperienze macabre, con un unico sopravvissuto, che dopo aver ricevuto un colpo di pistola da un ufficiale, mormorò sottovoce: “ero quasi libero”.
Ma l’horror, quello vero ed efficace, ha ben poco a che fare con il sangue: secondo quanto scrisse il poeta e scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft in un suo saggio, “l’atmosfera è la cosa più importante poiché il criterio finale di autenticità non è l’intreccio di una trama, ma la creazione di una determinata sensazione”. E a ricalcare questa affermazione è proprio il fenomeno legato alla Sindrome di Lavandonia, un’inquietante storia, sulla quale sono state scritte moltissime Creepypasta (lette con una melodia di fondo) riguardante una particolare serie di casi clinici e morti registrati in tutto il Giappone, riconducibili alla famosa serie di giochi per Nintendo: Pokemon. Inizialmente gli eventi non vennero collegati ad una causa comune, fin quando nel 1996 un dipendente della società Game Freak Inc, Satou Harue, pubblicò una nota che riportava un elenco di nomi, date, sintomi e referti riguardanti bambini tra i 7 e i 12 anni che, dopo aver giocato al videogame, riscontrano diversi problemi di salute: mal di testa, sanguinamenti da orecchie, sbalzi d’umore tendenti all’irascibilità e violenza; ben il 67% di questi mostrò tendenze suicide. Le tragedie registrate si sono verificate a causa di una particolare melodia in 8-bit di sottofondo che accompagna il giocatore all’interno della tetra città di Lavandonia, oltre all’ambiente cupo che circonda il concetto di morte nella TorrePokémon.
Oltre all’atmosfera, ciò che rende inquietanti le Creepypasta sono i personaggi principali: è il caso del famoso Slender Man, soggetto chiave di molti racconti che tutt’oggi continuano ad infestare il web e a seminare terrore nelle menti dei bambini (e non solo). Nato nel 2009 dall’idea dell’illustratore Eric Knudsen e pubblicato sul sito web Something Awful in seguito a un concorso fotografico che prevedeva l’utilizzo del fotoritocco per inserire entità misteriose nelle foto,ilpersonaggioha un aspetto fisico ben preciso: è di carnagione bianca, non ha volto, è calvo, molto alto (circa due metri e 40 centimetri), e ha lunghe braccia che arrivano alle ginocchia con grosse mani munite di lunghi artigli. Chi diventa la sua vittima, ha vita breve: oltre a cadere nella totale paranoia, entra in uno stato di irrequietezza psico-fisica caratterizzata da comportamenti ossessivo-compulsivi e disturbi multipli della personalità, generalmente definiti “Slender Man sickness”.
Il problema di queste storie è che, come sovente capita, passare dalla finzione alla reale tragedia è un attimo: a maggio 2014, nella contea di Milwaukee, le 12enni Morgan E. Geyser e Anissa E. Weier accoltellarono, riducendola in fin di vita, la loro coetanea Payton Isabella Leutner. Durante l’interrogatorio, le bambine confessarono che si sarebbe trattato di un sacrificio in onore di Slender Man, con l’obiettivo di scongiurare un eventuale attacco del mostro ai membri delle proprie famiglie. Nello stesso anno, in Florida, una 14enne, Lily Marie Hartwell, ossessionata dall’uomo nero, diede fuoco alla propria abitazione con dentro la madre e il fratello minore di appena 9 anni.
La situazione, però, peggiora drasticamente quando le persone non sono spinte dal terrore, bensì creano una sorta di legame empatico, immedesimandosi nel personaggio fittizio: è il caso di Jeff The Killer, uno dei principali soggetti narrati nelle Creepypasta. Jeffrey Alan Woods, meglio conosciuto come Jeff o Jeff the Killer, fu nominato lo scorso 2008 dallo YouTuber Sesseur in un suo video nel quale parlava di questa nuova figura dell’horror, diventata virale in pochissimo tempo grazie alla frase che lo identifica: “go to sleep”. Molti giovani, troppi, si identificano nella figura di Woods, in particolare per gli episodi violenti subiti dal personaggio, che lo hanno portato a massacrare un gruppo di bulli, diventando, così, una sorta di paladino dei deboli, un vero e proprio “messia” per le nuove generazioni. Navigando sul web, infatti, è possibile leggere sui vari forum commenti del tipo “come mi piacerebbe uccidere quei ragazzi che a scuola mi prendono in giro” oppure “ha fatto bene, se lo meritavano”. Addirittura, su certi siti affermano di poterlo evocare grazie ad uno specifico rituale, che potrebbe mettere a repentaglio la vita dell’avventore: «siediti sotto il lenzuolo stringendo un coltello da cucina e dì “Jeff the Killer” per tre volte, poi togliti il lenzuolo e Jeff sarà lì davanti in piedi a fissarti», scrive un utente su un sito Internet. Altri ancora, invece, sottolineano perfino la necessità di utilizzare “uno specchio” e di “gocciolarci sopra il tuo sangue” come sacrificio umano necessario, afferma un user anonimo.
Internet è un’immensa risorsa nella nostra quotidianità, in grado di offrire un’innumerevole quantità di servizi per tutti i gusti e il problema non è legato tanto all’informazione, quanto a coloro che leggono ciò che è reso pubblico; talvolta sono bambini piccoli, piccolissimi, i neo nativi digitali facilmente suggestionabili. Nonostante l’utilizzo del “parental control”, le tragedie non accennano a diminuire. Secondo Alessio Pennasilico, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Associazione italiana per la sicurezza informatica, Clusit, il controllo del minore non può dipendere esclusivamente da un supporto tecnologico, bensì necessita di una supervisione genitoriale: «se lo piazzo di fronte alla tv per tante ore il problema non è la classificazione dei contenuti, ma che non sto seguendo il bimbo. Lo strumento tecnologico andrebbe considerato come un supporto all’educazione. Uno dei compiti educativi dei genitori diventa allora scegliere per i figli un giusto dosaggio tra possibilità esplorative e rischi di errore», dichiara Pennasilico.
È innegabile che le generazioni precedenti siano cresciute a pane e Piccoli Brividi, conditi dai racconti macabri del maestro del genere letterario horror, Edgar Allan Poe, ma le Creepypasta si differenziano principalmente per il mezzo con cui sono diffuse: Internet, strumento attraverso il quale si può essere facilmente trascinati dai vari commenti degli users a compiere gesti avventati e pericolosi, per sé stessi e per gli altri. Eliminare per risolvere? Non è una soluzione. Come il passato insegna, più si cerca di eliminare radicalmente una situazione, più questa continuerà a scorrere come un fiume in piena. Probabilmente, supervisionare maggiormente i forum e il web potrebbe essere una valida alternativa per non limitare chi ha pieno diritto di frequentare Internet, punendo chi se ne approfitta per scopi personali, o per il semplice gusto di farlo, traendo in fallo le menti malleabili dei più piccoli.