I rapporti delle agenzie internazionali dipingono un quadro fosco sulla situazione dell’acqua nel mondo. Lo storico Ludovisi: “Se non c’è guerra, c’è acqua”. E anche l’Italia non è tranquilla
La crescente scarsità d’acqua a livello globale sta alimentando conflitti e contribuendo all’instabilità. È l’avvertimento delle Nazioni Unite in un rapporto del marzo scorso: «l’accesso all’acqua pulita è fondamentale per promuovere la pace» c’è scritto.
E il report aggiunge: 2,2 miliardi di persone in tutto il mondo non hanno accesso all’acqua potabile pulita e 3,5 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro.
Un altro rapporto Unesco riferisce che le ragazze e le donne sono le prime vittime della mancanza d’acqua, soprattutto nelle zone rurali dove hanno la responsabilità primaria di raccogliere le scorte. Trascorrere diverse ore al giorno a prendere l’acqua, insieme alla mancanza di servizi igienici sicuri, è un fattore che contribuisce all’abbandono scolastico delle ragazze.
«La carenza d’acqua non solo alimenta le tensioni geopolitiche, ma rappresenta anche una minaccia per i diritti fondamentali nel loro complesso, ad esempio, minando considerevolmente la posizione delle ragazze e delle donne», ha affermato il capo dell’Unesco Audrey Azoulay.
Sebbene il rapporto non abbia esaminato specifici conflitti attuali, riferisce che Israele ha gravemente limitato l’accesso all’acqua dolce e pulita durante la guerra a Gaza. Le agenzie delle Nazioni Unite avvertono da tempo che non solo i bambini e le donne corrono un grave rischio di sete e di fame, ma che la mancanza di acqua pulita ha anche interrotto le cure mediche e l’igiene.
Inoltre, la mancanza di sicurezza idrica spinge la migrazione e gli sfollati mettono a dura prova le risorse nei luoghi in cui si stabiliscono. Il rapporto cita uno studio condotto in Somalia che indica un aumento del 200% della violenza di genere contro un gruppo di sfollati.
Secondo i ricercatori, almeno il 10% della migrazione globale è legata allo stress idrico poiché il mondo si trova ad affrontare un clima più imprevedibile. Il rapporto afferma inoltre: «Si prevede che il riscaldamento globale aumenterà ulteriormente la frequenza e la gravità della siccità e delle inondazioni, con eventi climatici e meteorologici più umidi e molto secchi».
Intitolato “Acqua per la prosperità e la pace”, il rapporto rileva che circa la metà della popolazione mondiale sta sperimentando una grave scarsità d’acqua, con alcune aree prive di acqua quasi tutto l’anno. Gran parte delle conseguenze si fanno sentire nei paesi più poveri, che trovano più difficile adattarsi. Il rapporto stima che la fornitura di acqua potabile e servizi igienico-sanitari sicuri in 140 paesi a reddito medio-basso costerebbe 114 miliardi di dollari all’anno.
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Mentre 153 paesi condividono le risorse idriche, solo 24 hanno firmato accordi di cooperazione che coprono tutta l’acqua condivisa, ha detto il capo delle Nazioni Unite Antonio Guterres in occasione della Giornata mondiale dell’acqua.
Oltre il 60% di tutte le risorse di acqua dolce sono condivise da due o più paesi, compresi i grandi fiumi come il Reno e il Danubio in Europa, il Mekong in Asia, il Nilo in Africa e l’Amazzonia in Sud America, ha affermato Sonja Koeppel, segretaria delle Nazioni Unite per la Convenzione sull’acqua.
«La situazione sta diventando sempre più drammatiche perché coinvolgono tutti i continenti, Europa inclusa, dove c’è un problema di acqua in prospettiva, dei prossimi 20/30 anni, ci saranno grossi problemi di gestione dell’acqua, perché abbiamo aumentato il suo utilizzo a dismisura ed in maniera scriteriata, funzionale agli interessi della grande industria, dell’industria delle costruzioni, della speculazione edilizia, speculazione ambientale, basata sul saccheggio delle risorse. Ci sono Paesi che stanno già entrando in crisi idrica, come la Germania, la Francia, i Paesi dell’Europa orientale e anche l’Italia, che, per certi aspetti, lo è già» dice Achille Ludovisi, storico e geografo bolognese con all’attivo decine di collaborazioni con enti scientifici e accademici.

Partiamo dalla situazione più vicina, quella italiana.
«Sono molto preoccupato perché il problema dell’acqua in Italia è un problema che ricalca la stessa problematica dell’economia e della partecipazione delle comunità alla vita nazionale e si lega la rapporto tra nord e sud con una novità non gradevole: che il nord sta continuando in maniera inconsulta a mettere a rischio la ricchezza che ha. Con una urbanizzazione sfrenata, con l’inquinamento, con la mancata gestione del suolo e delle risorse di superficie e di falda. In quest’ultimo caso è avvenuta una devastazione barbarica. Anche laddove non ci sono fenomeni di inquinamento, ce il problema legato alla impermeabilizzazione dei suoli. È un continuo saccheggio delle falde. Il nord, che naturalmente non dovrebbe avere problemi di acqua, in realtà ce li ha. Quando piove l’acqua non viene immagazzinata, anche con infrastrutture banali, come i vecchi maceri per la canapa: questi piccoli bacini, realizzati in modo armonico avrebbero probabilmente evitato il degrado dell’argicoltura a sud della via emilia, che è in una situazione di stress indescrivibile».
Il rapporto Onu parla del tragico binomio acqua e guerra. E lo vediamo anche in Europa.
«Nell’Est Europa, e quindi anche nella zona di guerra attuale, il controllo dell’acqua è decisivo. Il bombardamento russo ai danni della diga di Kherson, nel giugno scorso, è stato un segnale molto preoccupante, perché si sono create delle falle notevoli nel sistema – che aveva raggiunto un faticoso equilibrio durante l’era sovietica – per l’approvvigionamento delle pianure del grano».

Tuttavia se ne parla poco…
«Perché sono coinvolti tanti interessi, soprattutto quelli delle grandi multinazionali del settore agroalimentare, che hanno acquistato i terreni in Ucraina e l’hanno saccheggiata. Ci sono anche imprese italiane, che vengono coinvolte su più livelli, in una strategia integrata di intervento, che va dall’acquisizione dei terreni alla gestione monopolistica delle risorse idriche, fino arrivare al trasporto, sia via mare sia lungo le acque interne. Il problema viene semplificato enormemente limitandolo a quello dell’acqua per gli essere umani, che è certamente un problema serissimo ma l’acqua è qualcosa che riguarda anche altre problematiche, come i trasporti, l’industria, l’agricoltura, l’energia idroelettrica. L’acqua è molto più importante del petrolio».
Le situazioni più critiche sono fuori dall’Europa.
«Esatto, come in Asia centrale e della zona indopakistana, in cui c’è il problema del conflitto per il controllo delle sorgenti dei grandi fiumi, come il Tigri e l’Eufrate, per modificarne il flusso regolare e imporre una regolamentazione a proprio favore».
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«Non ci siamo evoluti molto, da questo punto di vista. Il Kurdistan si trova nella situazione che ben conosciamo perché, pur giocando tutte le sue carte e “offrendosi” alla potenza di turno, è stato ingannato da tutti, ma non ha mai ottenuto nulla. Ha un grande pregio e un grande difetto, cioè le sorgenti del Tigri, dell’Eufrate e di altri corsi d’acqua, che sono le vene idriche della Mezzaluna fertile. I turchi hanno già realizzato il grande piano di sbarramento lungo il corso dei fiumi. Anche la presenza della Turchia in Siria, oltre ad avere una relazione stretta sulla creazione credibile di uno stato curdo, è anche per il controllo dell’acqua».
Il rapporto delle Nazioni Unite parla anche dell’attuale situazione palestinese.
«Il problema dell’acqua è clamorosamente sotto gli occhi di tutti. Oltre allo sterminio in atto a Gaza, anche il problema di un’idrovia, che Israele sta fortemente perseguendo per avere un’alternativa al canale di Suez, all’altezza del porto di Heliat, quindi anche all’interno del territorio di Gaza. In questo modo, Israele potrebbe arrivare al Mediterraneo direttamente, evitando la giurisdizione egiziana e, grazie all’occupazione di quel territorio, anche quella della Palestina. Non solo: in Cisgiordania c’è il problema del Giordano, il cui controllo è decisivo per l’intera zona».

Oltreoceano va meglio?
«No. In Sudamerica l’attenzione è sul bacino del Rio delle Amazzoni, dove non c’è un pericolo di conflitto, perché, di fatto, il conflitto è già in atto. Sia per gli interessi economici e strategici del Brasile e delle popolazioni che lo abitano, sia con gli altri Paesi dell’area, come il Venezuela, ma anche l’Argentina e l’Uruguay».
La situazione più grave è certamente quella africana…
«È il continente più a rischio. Non è vero che in Africa non c’è acqua, pensiamo al Nilo, ad esempio, ma la sua gestione non è sempre stata pacifica. I rapporti tra l’Egitto, l’Etiopia e il Sudan sono influenzati dal controllo delle sorgenti. La consolidata tendenza all’inaridimento sta mettendo a rischio i faticosi equilibri raggiunti con la diga di Assuan. È evidente che se la portata comincia a calare, ci saranno dei problemi, anche seri: ci sono 100 milioni di persone che hanno bisogno di bere. Nella penisola arabica bevono in maniera assolutamente “pazzoide”, se vista in prospettiva. È vero che hanno gli impianti di dissalazione, e adesso questi esperimenti di geoingegneria per provocare la pioggia, ma queste due soluzioni, soprattutto la seconda, sono molto dispendiose. Come i loro grattacieli alti 900 metri, si tratta di fughe in avanti. Le popolazioni hanno il diritto di sperimentare, ma quando si allontanano troppo rischiano moltissimo. È una prospettiva che non ha un respiro. Usano una logica di tipo predatorio, una predazione nuova: non portano via niente a nessuno ma cercano a tutti i costi di avere il meglio del meglio. Ma non rimettono in circolo la ricchezza»
C’è una soluzione?
«Da quando gli umani hanno scelto di vivere nelle città hanno sempre avuto il problema della gestione dell’acqua, e questo problema ha una sola soluzione: entrare finalmente nella logica dello scambio, del punto di intesa nell’interesse delle comunità. Se no, ci saranno scontri anche feroci, perché combattere per l’acqua significa combattere per la vita. Non si può lasciare l’acqua in ostaggio alle guerre. Se non c’è la guerra, non c’è più l’acqua in ostaggio».