L’alter ego dei wagneriani nasce e cresce nel Donbass ucraino contro i secessionisti. Nel 2023 è ancora lì, caduto nel fuoco e uscito “purificato”
Come muta l’animo umano collettivo, che ha “la virtù del camaleonte di mutar colore a ogni nuovo incontro”, e come mutano i suoi ideali, non più ancorati in porto ma “risospinti senza posa” da interessi, amicizie e, ancora meglio, inimicizie. Lo sapranno bene gli europei dell’Europa in mano alla NATO che nel XXI secolo sono chiamati a simpatizzare per l’Ucraina, un Paese invaso, martoriato, distrutto, che chiede aiuto alla più grande istituzione sovranazionale democratica del mondo. Un’Ucraina che nella sua “lotta alla libertà” dal giogo russo si avvale di un’unità ex paramilitare dichiaratamente di ispirazione neonazista, già in precedenza accusata di crimini di guerra. Un’Ucraina in cui le frange di estrema destra hanno portato avanti la loro spinta europeista aspirando a un’Europa che non esiste più. Un’Ucraina amica, perché nemica del nemico, la Russia.
Nello scorso numero abbiamo visto la nascita del Gruppo Wagner, una Compagnia militare privata russa che ha fatto la sua prima comparsa nel 2014 con la guerra in Crimea, conclusasi con l’annessione del territorio ucraino alla Russia all’apice delle proteste dell’Euromaidan. In quell’anno, mentre il popolo ucraino protesta, finendo con l’esautorare l’allora presidente Viktor Janukovyč (sostituito prima, ad interim, da Oleksandr Turčynov e poi da Petro Porošenko), troppo vicino alla Russia per i cittadini che guardano all’Europa, gli “omini verdi” e le forze filorusse intervengono in Crimea, organizzano posti di blocco, prendono il Parlamento locale e fanno insediare un governo a favor di Cremlino. Il 16 marzo si svolge il “referendum per l’autodeterminazione” della regione: la maggioranza, “bulgara”, parla chiaro e il 18 marzo successivo Mosca annuncia formalmente che la penisola di Crimea entra a far parte della Federazione russa.
È a quel punto che anche la scintilla indipendentista nel Donbass, mai sopita sin dalla caduta dell’URSS, si riaccende. Esattamente in opposizione all’Ucraina occidentale, infatti, le regioni più orientali (a cui fino a quel momento era stata garantita una certa autonomia, tra cui l’uso e l’insegnamento della lingua russa) in quegli anni, complice la crisi socio-economica che scontenta tutti, sviluppano una sorta di ucrainofobia. Con l’allontanamento di Janukovyč e la stretta dei governi successivi il malcontento dilaga tra la comunità russa fino allo scoppio di nuove proteste, questa volta pro-russe, che vedono la collaborazione delle forze di Mosca e dei wagneriani. All’inizio d’aprile l’Oblast’ di Donec’k insorge, indice un referendum e proclama la Repubblica Popolare di Doneck. Segue l’Oblast’ di Luhans’k (che a sua volta proclama la Repubblica Popolare di Lugansk, repubbliche indipendenti mai riconosciute dalla comunità internazionale così come dalla stessa Russia, che le riconoscerà solo nel febbraio del 2022 e no, il tempismo non è mai un caso), e così a catena molte altre città della regione cadono nelle mani dei secessionisti contro il governo centrale, tra cui Mariupol’, grande protagonista dei nostri giorni.
Kiev guarda con preoccupazione alla rivolta e programma l’intervento, duro e crudo, ma le vicissitudini – leggasi repressione delle proteste prima, colpo di Stato dopo – ne hanno indebolito le forze statali già scarsamente equipaggiate. Ad aiutarle ci pensano allora i cosiddetti “Battaglioni di volontari civili”, gruppi paramilitari che uniscono combattenti provenienti da gruppi nazionalisti dell’estrema destra – come l’Assemblea Social-Nazionale (ASN) e i Patrioti d’Ucraina – e dal resto d’Europa e del mondo. Il Ministero degli Interni li regolarizza e li affianca così all’esercito come parte della Polizia, dando vita a cinque unità paramilitari: i battaglioni “Aidar”, “Dnipro-1”, “Dnipro-2”, “Donbass” e, ovviamente, il battaglione “Azov”.
Il Battaglione Azov deve il suo nome al Mar d’Azov su cui affaccia Urzuf, città ucraina del Donec’k non molto distante da Mariupol’, in cui viene stabilita la sua prima sede. A fondarlo e comandarlo c’è Andrіj Bіlec’kyj, classe 1979, cresciuto a pane, nazionalismo e suprematismo, tanto da essere noto come “il Führer bianco”. Già da ragazzo, mentre si forma nelle arti del combattimento, Bіlec’kyj rifiuta la prassi sovietica, legge libri proibiti sulla storia ucraina e si affeziona più ai colori giallo-blu che a falce e martello. Entra in politica e guarda soprattutto a posizioni ultranazionaliste prima con Tryzub, poi con il Partito Social-Nazionale dell’Ucraina prima che diventi Svoboda, successivamente rifondando Patrioti d’Ucraina e infine riunendo sotto l’egida dell’ASN le organizzazioni più radicali del Paese. L’Euromaidan prima e le spinte indipendentiste dopo sono la sua occasione: nel 2014 diventa uno dei leader del partito Pravyj Sektor, fondato solo l’anno prima e descritto come ultranazionalista e neonazista, operando negli Oblast’ dell’est, e il 5 maggio fonda, finalmente, il Battaglione Azov. È proprio nel Donbass, e a Mariupol’ in particolare, che gli “omini neri” – così detti in contrapposizione ai wagneriani – si distinguono nella lotta ai movimenti secessionisti per tattica militare, resistenza e forse, a ben vedere, crudeltà, o almeno così diranno le successive accuse della comunità internazionale. Dopo la firma del Protocollo di Minsk, avvenuta il 5 settembre in Bielorussia, accordo che mette fine ai combattimenti e dichiara il cessate il fuoco – in realtà mai pienamente rispettato, il suo unico merito sarà quello di fornire una finestra per temporeggiare -, i cinque battaglioni vengono incorporati nella Guardia nazionale e Azov diventa così un’unità militare regolare e permanente. Il gennaio successivo, infine, viene elevato a Reggimento Operazioni Speciali e denominato Distaccamento autonomo operazioni speciali “Azov”, nome che si porta dietro ancora oggi. Nel frattempo Bіlec’kyj riprende la carriera politica: nell’agosto del 2014 viene insignito dell’Ordine per il coraggio e promosso a tenente colonnello ma a ottobre entra alla Verchovna Rada come deputato, lascia il comando di Azov e l’esercito ucraino. Nel 2016 fonda Corpo nazionale ma alle elezioni del 2019 il partito, in lista con Svoboda, non supera la soglia elettorale.
Tra la guerra in Donbass e l’invasione russa datata 24 febbraio 2022 a comandare Azov si susseguono un paio di personalità che precedono quella forse più rilevante, il tenente colonnello Denys Prokopenko, ex ultrà della Dinamo Kiev detto “Rédis”. Entrato a far parte dell’unità paramilitare nel 2014 – le sue origini finniche avrebbero giocato un ruolo rilevante nell’intraprendere battaglia contro la Russia -, nel settembre del 2017 Prokopenko viene nominato comandante del Reggimento e tale resta seppur non a livello operativo ancora oggi, dopo la tenace resistenza andata in scena lo scorso anno nell’acciaieria Azovstal’ di Mariupol’. Il 20 maggio del 2022, 82 giorni dopo l’inizio dell’assedio, le forze russe pubblicano un video in cui circa 2.500 difensori ucraini si arrendono per evitare che il numero delle vittime, già alto, cresca ancora. Alcuni vengono portati fuori dal dedalo sotterraneo dell’acciaieria in barella, tutti vengono perquisiti e infine arrestati, sequestrati in quanto prigionieri di guerra. Il 18 giugno il maggiore Nikita Nadtočij viene nominato comandante ad interim del Reggimento mentre Prokopenko, il suo vice Svjatoslav “Kalina” Palamar, altri tre comandanti e circa 200 soldati verranno “liberati” il settembre successivo in uno scambio di prigionieri e posti sotto l’autorità della Turchia. Il destino degli altri prigionieri è ancora oggi per lo più sconosciuto, alcuni di loro è dato per certo fossero tra gli oltre 50 morti del raid sul carcere di Olenivka, nel Donec’k, avvenuto nell’agosto dello scorso anno, raid che ha causato un – ennesimo – scambio di accuse tra Kiev e Mosca. Del resto in guerra tutto è lecito, anche le domande: testimoni scomodi o un colpo al cuore della resistenza?
Il legame tra Azov e Mariupol’, a questo punto si sarà intuito, è quasi viscerale. Nonostante questo la caduta della città non ha decretato la morte del Reggimento che come una fenice è rinato dalle sue ceneri. Il reclutamento è stato immediato, nutrito da veterani da una parte e foreign fighters dall’altra, ma anche un certo “rebranding”, e oggi Azov marcia verso un’altra città simbolo del conflitto, la Bakhmut di Wagner.
Andrà forse fatta a questo punto una precisazione: Azov è, almeno nelle dichiarate intenzioni, uno dei motivi principali per cui Mosca avrebbe mosso guerra contro l’Ucraina. L’obiettivo delle forze russe sarebbe infatti la “denazificazione del Paese”, un Paese colpevole di aver reso ufficialmente parte delle proprie forze armate un “gruppo nazista” che proprio nel 2022 – cosa avevamo detto del tempismo? – la Russia ha riconosciuto come gruppo terroristico, indicandolo come emblema del dilagare della russofobia e dell’estremismo di destra in Ucraina (poco importa, da un punto di vista russofilo, che il Gruppo Wagner e il suo “alter ego ideologico e operativo ma opposto” condividano la stessa matrice ideologica dal momento che la Russia ne sfrutta i servigi senza tuttavia riconoscerlo fino in fondo). Andrà forse anche detto che Azov, almeno l’Azov di Bіlec’kyj, non può a conti fatti essere definito in altro modo che “gruppo nazista”: parlano chiaro le affermazioni del suo fondatore nel 2010, secondo il quale la missione dell’Ucraina è “guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale contro gli Untermenschen (termine dell’ideologia nazista riferibile ai non appartenenti alla ‘razza ariana’, n.d.a) guidati dai semiti”; parla chiaro quello che è stato il simbolo della milizia fino alla débâcle dell’Azovstal’, un Wolfsangel, “amo per lupi”, un amuleto medioevale adottato nel XX secolo dal nazismo esoterico e da alcune unità militari delle SS, tra cui la 2. SS-Panzer-Division “Das Reich” – poi sostituito da un Tryzub, un tridente, formato da tre spade; parlano chiaro – e qui la propaganda russa possiamo affermare senza troppe remore che ci ha marciato sopra – i simboli indossati dagli appartenenti del Reggimento, croci uncinate e svastiche.
D’altro canto bisogna dare ad Azov il merito di aver visto la sua caduta come un’opportunità, di combattere nuovamente per l’Ucraina, certamente, ma anche di ripulirsi l’immagine davanti alla comunità internazionale, di legittimare ancor di più davanti alla stessa le richieste dei vertici ucraini, presidente Volodymyr Zelensky in primis, e al contrario di delegittimare l’“operazione militare speciale” di Vladimir Putin. Prima ha onorato i suoi caduti lo scorso 22 dicembre, il solstizio d’inverno, con una cerimonia in cima a una collina condita di fiaccole, braci e simulacri – i più critici diranno che ricorda troppo la cerimonia di “rinascita del Sole” adottata dal Terzo Reich. Poi è andato in Israele, dove è stato accolto con calore nonostante il dichiarato antisemitismo di Bіlec’kyj, e in particolare nel sito archeologico di Masada, luogo simbolo del nazionalismo sionista, e qui tutto torna. Durante la visita, come se non ne fosse stato chiaro lo scopo, il responsabile dell’intelligence del Reggimento, Ilya Samoilenko, ci ha tenuto a far sapere che Azov “è cambiato. Ha epurato il suo oscuro passato. L’unico radicalismo che abbracciamo è la nostra volontà di difendere l’Ucraina”.
La sovranità dell’Ucraina è ora il solo e unico scopo del Reggimento, al bando ideali e ideologie, non c’è tempo per i simboli. Anche Kiev, che già nel 2014 non aveva osato disarmare l’estrema destra, troppo utile contro i secessionisti, non fa tanto la schizzinosa: quella contro la Russia è ormai una guerra decisiva, potrebbe stabilire le future sorti del Paese all’interno delle istituzioni militari, economiche e geopolitiche più importanti del globo, basta tenere in piedi questo castello di carte dove l’Europa chiude gli occhi a piacimento, dove “il nemico del mio nemico è mio amico”, sperando solo che non arrivi un forte colpo di vento a far crollare tutto.