Con un mandato di arresto la Corte Penale Internazionale si inserisce a gamba tesa nel conflitto ucraino, mostrando ancora una volta tutte le sue contraddizioni interne. Il mondo è pronto per sostituire finalmente le armi con il diritto internazionale?
Un «dono di speranza alle generazioni future, e un gigantesco passo avanti nella marcia verso i diritti umani universali e lo stato di diritto». Non erano poche le ambizioni, qui espresse nelle parole dell’allora segretario generale delle Nazioni UniteKofi Annan, quando 25 anni fa veniva istituita la Corte Penale Internazionale. Con il Trattato di Roma si metteva per iscritto l’intenzione di istituire un Tribunale internazionale atto a punire, ma anche e soprattutto prevenire, i crimini più violenti di cui troppi uomini si macchiano senza vergogna. Nonostante il nobile fine perseguito attraverso uno strumento non violento e univoco come vorrebbe essere il diritto, quello della giustizia è un seme dalla lunga germinazione e sembra ancora troppo presto per raccoglierne i frutti. Prima di comprendere meriti e limiti politici di questo tribunale internazionale e indipendente bisogna inquadrarne il perimetro d’azione.
A differenza della Corte Internazionale di Giustizia che risolve le controversie fra gli Stati membri dell’Onu, la CPI indaga e delibera sui crimini commessi da individui appartenenti ai 123 Stati aderenti allo Statuto di Roma. Mancano, quindi, 70 Paesi all’appello, comprese assenze che pesano come macigni come Stati Uniti, Russia, Cina e Israele (quest’ultimo ha firmato lo Statuto senza però mai ratificarlo). Il primo problema della Corte dunque non ha bisogno di spiegazioni. Il secondo è forse più sottile: per la Corte è imputabile di un reato solo chi lo ordina con dolo, mentre esecutori materiali e soldati di Stati non membri godono di immunità; non solo: non sussiste alcun obbligo di consegna delle persone arrestate né di collaborazione alle indagini per le Nazioni non aderenti. Il campo concreto d’azione, insomma, ha maglie strettissime. La giurisdizione della Corte è poi limitata ai territori degli Stati aderenti anche se, in qualità di organo sovranazionale, gode di alcune eccezioni e sintetizza un criterio territoriale e un criterio di competenza: in breve, la CPI può intervenire ogni volta che viene commesso un crimine internazionale riconosciuto dalla consuetudine (vedremo quali) nel territorio di uno Stato membro, da uno Stato membro o in uno Stato non firmatario che ne faccia esplicita richiesta. Una giurisdizione che si concretizza solo in modo esclusivo, dunque se i giudici nazionali non possono o non vogliono agire internamente. I reati oggetto delle indagini della Corte sono sostanzialmente quattro: il genocidio, i crimini di guerra, contro l’umanità e di aggressione. Con questo sintetico e affatto esaustivo preambolo, abbandoniamo il campo dello strettamente giuridico e spaziamo con qualche riflessione critica sull’operato della Corte.
La CPI è tornata protagonista delle cronache internazionali quando, lo scorso 17 marzo, ha spiccato un mandato d’arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria presidenziale russa per i diritti dell’infanzia Maria Alekseyevna Lvova-Belova per crimini di guerra commessi in Ucraina; entrambi sono accusati di “deportazione illegale di popolazione e di trasferimento illegale di popolazione dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa, a danno dei bambini ucraini“. Kiev, così come Mosca, non ha mai aderito allo Statuto di Roma, ma l’intervento della Corte è avallato da una dichiarazione di accettazione ad hoc della competenza della CPI per i crimini internazionali commessi sul suo territorio (dichiarazione firmata nel 2014 dopo i fatti di piazza Maidan e in seguito estesa dopo le crisi in Crimea e Donbass). Vale la pena di accendere un faro su una delle criticità più evidenti della Corte. I reati in oggetto riguardano i soli crimini di guerra e contro l’umanità: per perseguire l’aggressione sarebbe infatti necessaria l’adesione della Russia al trattato. È questo il contenuto di uno dei cosiddetti emendamenti di Kampala, aggiunti ai trattati per volontà dello stesso pulpito che oggi condanna solennemente l’invasione, gli Stati Uniti. Diversamente da quanto avviene per gli altri crimini, in caso di aggressione la CPI può procedere solo se a commettere l’atto è uno Stato aderente. Un limite non poco delegittimante anche considerato il ruolo politico delle superpotenze “grandi assenti”.
«Non c’è bisogno di spiegare dove dovrebbe essere usato questo documento» ha commentato, aggiungendo come emoji un rotolo di carta igienica, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev, ma Mosca non si limita a fare spallucce e rilancia la sfida: il Comitato investigativo russo ha prontamente risposto iscrivendo i nomi dei giudici della CPI fautori del mandato di arresto nella lista dei ricercati. La possibilità dell’arresto di Putin, comunque, potrebbe acquisire una qualche vaga concretezza solo ad agosto, in occasione del prossimo summit dei Brics in Sudafrica, Stato membro della CPI che sarebbe quindi tenuto ad ammanettare il presidente russo*. Il Sudafrica è però in netto contrasto con la Corte (in passato si era già rifiutato di arrestare l’ex leader del Sudan Omar Al-Bashir e ha più volte minacciato di uscire dallo Statuto), né sembra spaventato dalla possibilità di perdere i requisiti di ammissibilità all’African Growth and Opportunity Act, l’accordo commerciale che favorisce gli scambi fra gli Usa e decine di Paesi africani. Nessuno si aspetta davvero una sua presa di posizione. Commentando la vicenda, l’avvocato sudafricano Max Du Plessis parla di “opportunità sprecata” del Sudafrica per “contribuire a placare le preoccupazioni sul lavoro della CPI e aiutare a costruire un sistema più forte, più credibile e più sorta di tribunale universale”. Come risolvere le accuse di parzialità se non si milita al suo interno? Fra le critiche più acclamate alla CPI c’è infatti proprio la faziosità del suo operato: ad oggi la Procura ha aperto indagini in 14 casi, di cui 11 nel Continente africano, mentre comprovate violazioni dei diritti umani perpetrate da potenze occidentali restano nascoste dietro a un dito. Il solito “razzismo”? Non è questo il vero tallone d’Achille della Corte secondo l’accademico etiope dell’Università di Keele Awol Allo. Secondo lo studioso, per molti leader violenti del Continente africano, finiti nel mirino della CPI, “è più facile liquidare la lotta della Corte contro l’impunità come un tentativo neocoloniale dell’Occidente” piuttosto che rendere conto delle proprie azioni. Il punto è che la CPI “è eurocentrica e le visioni del mondo, le prospettive e le posizioni che riflette e incorpora sono intransigentemente europee”, macchiate da un “doppio standard di responsabilità” in cui i più potenti non partecipano alla gogna cui condannano i meno potenti. Fa riflettere quanto riportato dal New York Times, secondo cui il Pentagono si sarebbe rifiutato di fornire alla Corte materiali probatori raccolti direttamente sul campo in Ucraina; il timore della Casa Bianca sarebbe che questo tipo di collaborazione esterna possa costituire un precedente vincolante per futuri coinvolgimenti in procedimenti internazionali. Un rischio fattosi concreto quando la CPI ha aperto un’indagine sui presunti crimini contro l’umanità commessi dalle forze armate Usa in Afghanistan, attirando l’ira (e le sanzioni) di Washington, comunque tutelata da una legge che autorizza il presidente a utilizzare “tutti i mezzi necessari” per ottenere il rilascio del proprio personale detenuto su richiesta della CPI; la legge, approvata nel 2002 da George W. Bush, è anche nota come Hague Invasion Act, la “legge sull’invasione dell’Aia” perché sembrerebbe sinistramente ammiccare all’uso della forza militare nella città olandese dove il tribunale ha sede. Un modello che Mosca sembrerebbe voler replicare proprio in questi giorni.
Si apre così una crepa nel lawfare che la CPI vorrebbe incarnare e invece svilisce: questo tribunale indipendente nasce per promuovere “l’utilizzo di strumenti di tipo giuridico per conseguire obiettivi strategici”, nella definizione fornita dal professore di Diritto internazionale all’Università di Trento Antonino Alì, ma la disapplicazione di regole che si fregiano di universalità e i limiti procedurali connessi ai grandi assenti conducono, nei fatti, nel verso esattamente opposto e finiscono per minare l’autorità del diritto nella geopolitica come strumento di risoluzione delle controversie alternativo alle armi. L’adozione di “due pesi e due misure” insomma “consente all’avversario di stigmatizzare l’incoerenza di chi, ciceronianamente, si dichiara servo della Legge per poter essere libero, ma in realtà le si sottrae” fa notare anche il professore di Digital Law dell’Università di Chieti-Pescara Andrea Monti. L’immagine del presidente Putin in manette è più vicina a una litografia di Banksy che non a una possibilità concreta, e il cammino per un nuovo protagonismo internazionale del diritto è ancora lungo e impervio. Eppure, vale ancora la pena di crederci.
*EDIT: Il 19 luglio l’ufficio di Presidenza sudafricano ha annunciato che il presidente russo Putin non parteciperà di persona al vertice Brics. Al suo posto andrà il ministro degli Esteri Lavrov.