Alcuni sportivi hanno riempito anche le pagine di cronaca nera. E tra loro c’è anche la vittima di uno storico errore giudiziario
I grandi campioni dello sport assumono ruoli divini nell’immaginario collettivo. Vincenti, bellissimi, ricchi. E, proprio come ha cantato Omero, a volte crudeli, in alcuni casi feroci. Quando accade, si scatenano i mass-media e l’opinione pubblica, rosi da una curiosità dettata dall’ammirazione ma anche dalla morbosità.
Il serial killer della setta

Nonostante un rendimento scolastico alquanto scadente, Robert Earnest Rozier Jr., nato in Alaska ma cresciuto in California, era stato scelto dall’Università dello stato grazie al suo straordinario talento nel football, che gli permise anche di giocare a livello professionistico nella NFL. Era il ‘79. La propensione alla droga e alla piccola criminalità stroncò la sua carriera dopo appena un anno. Non andò meglio neanche nella lega canadese: sicuramente preferiva dedicarsi alle truffe, collezionando in poco tempo ben 36 mandati di cattura e una condanna penale per una frode da 83mila dollari (secondo il valore attuale).
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Tornato negli Usa, in Florida, nel 1982 incontra Yahweh ben Yahweh e, in 4 anni, diventa uno dei più ferventi sostenitori della sua setta, la Nazione di Yahweh, secondo il cui credo “i neri americani sono i veri ebrei “. Donò tutti i suoi beni e prese il nome di Neariah Israel.
Nel tentativo di unirsi alla Fratellanza di Yahweh, «un gruppo segreto di giovani uomini alti e muscolosi disponibili per missioni», Rozier comincia a uccidere “diavoli bianchi“, scelti a caso. Nell’aprile 1986, nel quartiere di Coconut Grove a Miami, seguì un uomo bianco ubriaco nel suo appartamento e uccise lui e il suo compagno di stanza con un coltello giapponese da 30 centimetri. Il 5 settembre, l’ex atleta e un altro membro della Fratellanza uccisero un uomo addormentato nella sua auto, parcheggiata all’esterno di un bar; i due uomini tagliarono l’orecchio della vittima per mostrarlo a ben Yahweh, ma lo persero e tornarono sulla scena del crimine per tagliare l’altro. Quindici giorni dopo, Rozier e altri tre Yahweh uccisero con 25 coltellate un rivale religioso.
Il 27 ottobre 1986, la Nazione di Yahweh acquistò cinque appartamenti in un condominio a Opa-locka, in Florida, per 480.000 dollari (circa 1,33 milioni di oggi). I membri della setta, però, volevano l’intero stabile. Il 31 ottobre, i proprietari dei due appartamenti rimasti furono uccisi a colpi di arma da fuoco; le indagini condussero a Rozier. Al momento dell’arresto, dichiarò di avere «404 anni e di non riuscire a ricordare la sua vita prima della conversione». Nei primi mesi la setta sostenne il proprio membro, sia a livello stampa che legalmente, ma quando l’ex atleta chiese un altro avvocato, minacciando di parlare, fu scomunicato. Da quel momento Rozier diventò un pentito e barattò una condanna ad “appena” 22 anni, con una minuziosa descrizione del funzionamento e dei crimini della Nazione di Yahweh e della Fratellanza.
Nel 1990, la magistratura di Miami aveva elaborato un’accusa di cospirazione per 14 omicidi contro 16 membri della setta e il loro leader spirituale. La linea di difesa era screditare il testimone ed ebbe successo: ben Yaweh fu assolto.
In ogni caso, grazie al programma di protezione testimoni, Rozier fu trasferito in un carcere fuori dallo stato con un nuovo nome. Nel 1996, dopo appena dieci anni, fu rilasciato sulla parola con la nuova identità di Robert Rameses. Nel 1999 espresse rimorso per i suoi crimini, dicendo all’Associated Press di aver «ricostruito la sua vita in un’intensa trasformazione spirituale e intellettuale», ma nello stesso anno fu arrestato dallo sceriffo della contea di El Dorado, California per un assegno scoperto di qualche decina di dollari. Rozier ha svelato volontariamente il suo passato criminale e la sua identità precedente; sebbene la nuova accusa fosse per un reato minore, la legge dello stato prevede che la terza condanna sia punita con l’ergastolo. E così è stato. Il 68enne si trova nel carcere di Mule Creek, come Robert Rameses.
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Errore giudiziario

Dopo un’adolescenza costellata di piccoli reati, un congedo con disonore dall’esercito e 4 anni di carcere per aggressione e rapina, il 26enne Rubin Carter, nel ‘61, scelse la carriera del pugile. E fece bene. Testa rasata, baffi prorompenti, sguardo aggressivo e fisico possente facevano di lui una presenza intimidatoria sul ring, decenni prima che questo look divenisse consuetudine nel pugilato. Il suo stile aggressivo e la potenza dei suoi pugni, che gli fruttarono molti KO, avevano catturato l’attenzione, facendolo diventare un beniamino del pubblico, e gli fruttarono il soprannome Hurricane (uragano).
Nel ‘64 raggiunse la possibilità di sfidare il campione dei pesi medi ma perse; da quel momento la sua carriera cominciò a spegnersi, finendo ufficialmente il 6 agosto 1966, con 27 vittorie, 12 sconfitte e un pareggio in 40 incontri, con 8 knockout e 11 knockout tecnici.
Qualche settimana prima, il 17 giugno, alle 2 e 30 del mattino, due uomini afroamericani erano entrati nel Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey, e aprirono il fuoco. Un uomo e il barista vennero uccisi sul colpo, una donna morì circa un mese dopo per le gravi ferite riportate. L’unico supersite perse un occhio. Alfred Bello, un noto criminale si aggirava nei pressi del Lafayette e vide la scena e allertò la polizia. L’inquilina del piano di sopra vide due uomini di colore salire in una macchina bianca e partire verso ovest. Un’altra persona sentì gli spari e, affacciatosi alla finestra, vide Bello correre per Lafayette Street. Sentì anche lo stridere degli pneumatici e vide una macchina bianca sfrecciare verso ovest, con due uomini di colore sui sedili anteriori. La macchina di Carter coincideva con quella vista dai testimoni; la polizia fermò il pugile e l’amico John Artis e li portò al Lafayette circa trenta minuti dopo la sparatoria. Nessuno dei testimoni riconobbe in Carter o Artis uno dei criminali, nemmeno l’uomo ferito all’occhio.
Comunque nella macchina di Carter la polizia trovò una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12, lo stesso calibro usato dagli assassini. Furono interrogati in commissariato. Nel pomeriggio, entrambi vennero sottoposti al test del poligrafo. L’esaminatore trasse le seguenti conclusioni: «Dopo un’attenta analisi dei risultati dati dal poligrafo, è opinione dell’esaminatore che i soggetti stavano mentendo. Ed erano coinvolti nel crimine. I soggetti negano qualsiasi connessione col crimine». Il poligrafo non era comunque giudicato attendibile e quindi era inammissibile come prova. Carter e Artis furono rilasciati il giorno stesso.
Sette mesi dopo Bello rivelò alla polizia che quella sera c’era un altro uomo con lui, tale Arthur Dexter Bradley. Dopo un ulteriore interrogatorio, Bello e Bradley identificarono Carter come uno dei due uomini di colore armati che avevano visto fuori dal bar la notte degli omicidi; Bello identificò anche Artis come l’altro uomo armato. Basandosi su questa ulteriore prova, Carter e Artis vennero arrestati, incriminati e condannati all’ergastolo. Durante la sua prigionia, Carter scrisse la sua autobiografia “The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472” (“Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472”), pubblicata nel 1974. Sostenne la sua innocenza e ottenne il sostegno della gente, che spingeva per la grazia o per un nuovo processo.
Bob Dylan gli dedicò una canzone, Hurricane (1975), sostenendo l’innocenza di Carter. Nel frattempo, Bello e Bradley ritrattarono la testimonianza data nel 1967; questa ritrattazione fu usata come base per la mozione atta a ottenere un nuovo processo, ma il giudice Larner, che aveva presieduto sia il processo originale sia la ritrattazione di Bello e Bradley, negò la mozione. Gli avvocati della difesa formularono un’altra mozione, basata sulle prove che vennero alla luce durante il processo della ritrattazione, tra cui un nastro della polizia contenente un interrogatorio a Bello. Larner negò anche questa mozione, ma la Corte Suprema del New Jersey concesse a Carter e Artis un nuovo processo nel 1976.
Siccome Bello aveva dato molte versioni dei fatti avvenuti quella notte, il procuratore Humphreys gli fece ripetere la sua versione dei fatti analizzandolo con due diversi poligrafi. Entrambi dichiararono che era sincero, uno dei poligrafi giunse alla conclusione che era entrato nel Lafayette Bar subito dopo o addirittura durante la sparatoria.
Durante il nuovo processo, accantonò la ritrattazione e tornò a sostenere la testimonianza del 1967, identificando Carter e Artis come i due uomini armati che aveva visto al Lafayette Grill. I due furono ancora una volta giudicati colpevoli, questa volta da una giuria che includeva due afroamericani, in meno di nove ore, e furono quindi condannati di nuovo alla prigione a vita.
Dopo il secondo processo, Carter sembrava ormai aver perso la speranza quando ricevette una lettera inviatagli da un ragazzo di colore che abitava in Canada. Gli rispose e, tempo dopo, il ragazzo lo andò a trovare e gli fece conoscere i suoi amici che si interessarono al caso. Questo gruppo, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, lavorò sodo e aiutò l’ex pugile e i suoi avvocati a promuovere una petizione alla Corte Federale. Tre anni dopo gli avvocati promossero una petizione per appellarsi alla Corte Federale. Ebbero successo: nel 1985 il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin sentenziò che Carter e Artis non avevano avuto un processo equo, affermando che l’accusa era «basata su motivazioni razziali». I procuratori del New Jersey si appellarono senza successo contro la decisione di Sarokin alla Terza Corte d’Appello e anche alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che si rifiutò di ascoltare il caso.
I procuratori della contea di Passaic avrebbero potuto processare Carter e Artis per una terza volta, ma decisero di non farlo. I testimoni erano irreperibili o morti, il costo di un terzo processo sarebbe stato altissimo e non era chiaro cosa sarebbe scaturito da un eventuale terzo processo. Nel 1988 i procuratori del New Jersey archiviarono una mozione per allontanare gli atti d’accusa originali portati contro Carter e Artis nel 1966, facendo quindi cadere tutte le accuse.
John Artis, dopo essere stato rilasciato sulla parola nel 1981, fu ancora incarcerato nel 1986 per traffico di cocaina e possesso di un’arma rubata.
Dal 1988 Carter visse in una fattoria poco fuori Toronto in Ontario, ricoprendo la carica di direttore esecutivo dell‘Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005, lavorando inoltre come motivatore. Nel 1993 ricevette ad honorem la cintura di Campione del Mondo dal World Boxing Council. Nel 1996 venne nuovamente arrestato a Toronto, ma anche in questo caso si trattò di un errore basato su uno scambio di persone e riconosciuto dalla polizia. Il 14 ottobre 2005 ricevette una laurea Honoris Causa in Legge dall’Università di New York, da quella di Toronto e anche dalla Griffith University di Brisbane, grazie al suo lavoro per l’ADWC. Da tempo affetto da cancro alla prostata, Rubin Carter morì a Toronto il 20 aprile 2014 all’età di 76 anni.
Vittoria. Ad ogni costo

Il 6 gennaio 1994, la pattinatrice su ghiaccio Nancy Kerrigan fu aggredita dopo gli allenamenti alla Cobo Arena di Detroit, nel Michigan, in quello che sarebbe diventato uno dei più grandi scandali sportivi della storia.
Il sicario era Shane Stant, che usò un manganello estensibile di mezzo metro per colpire la gamba destra dell’atleta olimpica. Con suo zio Derrick Smith, era stato ingaggiato da Jeff Gillooly, l’allora marito della rivale Tonya Harding, e dalla guardia del corpo di lei, Shawn Eckhardt.
Secondo Harding, Kerrigan era l’ostacolo che le impediva di entrare nella squadra olimpica. La disperata brama di Tonya di voler vincere a tutti i costi spinse Gillooly a organizzare l’attacco con una banda così scalcinata che un ottimo sceneggiatore comico non avrebbe potuto immaginare meglio.
La competizione era iniziata tre anni prima, quando Harding trionfò su Kerrigan ai campionati statunitensi di pattinaggio di figura del 1991. Il mese successivo la superò di nuovo, vincendo l’argento contro il bronzo di Tonya ai Campionati del Mondo ISU in Germania. Nancy divenne anche la prima donna americana a eseguire con successo un triplo axel in una gara.
In un crescendo di odio e rancore, arrivò il giorno dell’agguato, ripreso dalle telecamere e poi dai giornali di tutto il mondo: Nancy, in lacrime, urlava: «Perché? Perché? Perché? Perché io?».
Le ferite al corpo dell’atleta non erano gravi ma quelle al suo equilibrio mentale sì: la ragazza si ritirò la notte stessa. Due giorni dopo, Tonya Harding alzò i pugni al termine del suo programma, sapendo di aver conquistato la medaglia d’oro al campionato femminile e un posto alle Olimpiadi invernali di Lillehammer, in Norvegia, proprio come sperava. Non solo: visto il ritiro di Kerrigan, le venne offerto un posto anche per competere anche alle prossime Olimpiadi di Atlanta, in programma due anni dopo.
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Delle indagini si stava occupando l’FBI e impiegarono appena una settimana per arrivare alla guardia del corpo della nuova campionessa: Eckardt confessò il suo coinvolgimento nell’agguato e indicò come complici Stant, Gillooly e Smith, che era l’autista dell’auto usata per la fuga dal palazzetto.
Il giorno dopo Kerrigan tenne una conferenza stampa, esprimendo soddisfazione sui primi risultati delle indagini. Nel frattempo la federazione di pattinaggio si interrogava sull’opportunità di convocare comunque Harding in nazionale, visto il coinvolgimento della sua guardia del corpo: la decisione fu positiva, poiché non c’erano riscontri su un suo coinvolgimento. Ma durò poco.
Sentitosi alle strette, il 27 gennaio Gilloy, l’allora marito dell’atleta, confessò all’FBI di aver orchestrato l’assalto e coinvolse anche Harding. Lei negò con tutta la sua forza: «Nonostante i miei errori e il mio brutto carattere, non ho fatto nulla per violare gli standard di eccellenza nella sportività che ci si aspetta da un atleta olimpico».

Ma il 1° febbraio, in cambio di una pena più leggera, Gillooly testimoniò contro l’ex moglie e si dichiarò colpevole del reato di “racketeering”, cioè di aver preso denaro per organizzare l’assalto. Dalla spazzatura della coppia emersero appunti sul programma di allenamento di Kerrigan in Massachusetts. Un grafologo confermò che erano stati scritti dalla stessa Tonya. Nonostante questo, il Comitato olimpico statunitense decise di far pattinare la sospettata.
Due settimane dopo, il coup de théâtre: ripresasi dallo shock, Kerrigan partecipò agli allenamenti della squadra olimpica, proprio fianco a fianco con Harding. I fotografi la immortalarono mentre volteggiava attorno alla rivale sotto inchiesta, con lo stesso costume che indossava il giorno dell’aggressione. Alla stampa disse: «L’umorismo è positivo, dà potere».
Il 25 febbraio fu il giorno del debutto olimpico per Harding, che interruppe improvvisamente l’esibizione a causa di un laccio rotto. Le fu permesso di ripetere il programma ma il risultato fu un deludente 8° posto. «È il karma», commentarono in molti. Andò meglio alla “risorta” Kerrigan, che però rimase delusa del secondo posto, dietro all’esordiente ucraina Oksana Baiul.
Due settimane dopo la conclusione della competizione olimpica invernale, il 16 marzo, Harding si dichiarò colpevole di un reato minore, “complicità in ostacolo alla giustizia“. Ricevette tre anni di libertà vigilata e una multa di 160.000 dollari. Pochi mesi dopo, il suo titolo al campionato nazionale del 1994 le venne revocato e venne bandita per sempre dalla federazione. Tutti gli altri coinvolti finirono in carcere.
Dietro quella porta

Nella notte del 14 febbraio 2013, il velocista olimpico e paralimpico sudafricano Oscar Pistorius sparò mortalmente a Reeva Steenkamp, una modella di 29 anni, star dei reality e sua compagna. Il delitto scosse il mondo e distrusse l’immagine di una superstar dello sport. È stato rilasciato sulla parola nel gennaio scorso, dopo aver scontato quasi nove anni di prigione per omicidio.
Pistorius, con le sue leve in carbonio, fu il decimo atleta della storia a competere sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi, il primo capace di vincere una medaglia in una competizione iridata per normodotati, ottenendo l’argento con la staffetta 4×400 metri sudafricana ai Mondiali di Taegu 2011.
Ha sempre sostenuto di aver sparato alla donna in un tragico errore, pensando che ci fosse un pericoloso intruso nella sua lussuosa casa nella capitale sudafricana, Pretoria. Ma per i pubblici ministeri l’aveva uccisa intenzionalmente, durante una discussione a tarda notte. Un giudice inizialmente credette alla storia di Pistorius, ma la Corte Suprema d’Appello annullò la condanna per omicidio per legittima difesa e lo dichiarò colpevole di omicidio.
Pistorius non ha mai negato di aver sparato quattro volte attraverso la porta chiusa a chiave del bagno di casa sua con la pistola 9 milimetri legalmente detenuta, colpendo la vittima alla testa, al braccio e all’anca. Il “perché” fu la parte centrale del suo drammatico processo, durato sette mesi e trasmesso in diretta in tutto il mondo.
La versione dell’”intruso” venne attaccata dai pubblici ministeri, che gli chiesero come non avesse prima controllato dove si trovasse la fidanzata, visto che era così preoccupato. E dimostrarono che sarebbe dovuto passare davanti al lato del letto della vittima per andare verso il bagno. Pistorius rispose di essersi svegliato e di essere uscito sul balcone per recuperare un ventilatore e sarebbe stato in quel momento che avrebbe sentito il rumore: era spaventato e in panico. Si sarebbe quindi precipitato a prendere la sua pistola, presumendo che Reeva fosse a letto. Dopo aver sparato, avrebbe realizzato che la compagna non era a letto e che, tragicamente, non poteva che essere lei nel bagno. Avrebbe quindi sfondato la porta con una mazza da cricket per tentare di salvarla. Ma era troppo tardi.

Ma secondo la pubblica accusa non era andata così: Pistorius si sarebbe preso il tempo di indossare le sue protesi alle gambe prima di sparare alla donna. Si trattava quindi di premeditazione. Gli avvocati difensori, mostrando la traiettoria dei proiettili grazie ai buchi nella porta del bagno – portata in tribunale come reperto – dimostrarono che i colpi erano stati esplosi mentre era in piedi sui monconi. I legali fecero perfino camminare l’atleta lungo l’aula del tribunale senza le protesi, volendo dimostrare che, senza queste, era instabile e vulnerabile: una possibile spiegazione alla sua reazione di panico. I pm dovettero incassare il colpo.
E giocarono un’altra carta: la coppia, che si frequentava solo da pochi mesi, avrebbe avuto una discussione a tarda notte e Reeva si era rifugiata in bagno per sfuggire alla collera dell’atleta. I vicini testimoniarono di aver sentito grida e urla provenire dalla villa intorno alle 3 del mattino; poi colpi e spari. C’era quindi una lite in corso, finita nel peggiore dei modi.
La difesa ha fornito una ricostruzione diversa: le urla erano di disperazione e i colpi erano quelli della mazza per abbattere la porta. Il direttore del quartiere recintato dove viveva Pistorius e sua figlia furono le prime persone ad arrivare sulla scena: il manager testimoniò che l’uomo stava piangendo, urlando e pregando, mentre trasportava il corpo insanguinato della donna giù per le scale.
Alla fine, la Corte Suprema d’Appello ha condannato l’ex campione per omicidio: secondo la legge sudafricana aveva sparato con eccessiva imprudenza, senza pensare che qualcuno poteva essere ucciso, senza essere una reale minaccia. Ma non c’era premeditazione né intenzionalità: la condanna, infatti, è stata di appena 13 anni e cinque mesi. Questa la verità processuale; cosa sia successo realmente durante quel tragico San Valentino lo sa solo Pistorius, Reeva non potrà mai dire la sua versione.
Il caso più eclatante, il “processo più seguito della storia”, il duplice omicidio di cui fu accusato (poi assolto) O.J. Simpson è qui: L’uomo che ha diviso l’America
di Giulia GUIDI
foto Ansa