L’ultimo è stato Pablito, che domina Vicenza dal grattacielo più alto. Ma sono tanti gli atleti sui muri di tutto il mondo: per sport, ma non solo

In occasione di quello che sarebbe dovuto essere il suo 68esimo compleanno, a Vicenza è stato svelato il gigantesco murale dedicato a Paolo Rossi. Affrescato dall’artista brasiliano Kobra sulla facciata del grattacielo più alto della città veneta (60 metri), raffigura l’iconica foto dell’esultanza di quello che per tutti era già Pablito, durante il vittorioso mondiale di Spagna del 1982. 

La celebrazione del Pallone d’oro ha avuto come scenario il capoluogo berico per il legame speciale che aveva con la squadra, che lo vide protagonista di primo piano per la prima volta in carriera, ma anche con la città, della quale diceva: «Vicenza io ce l’ho dentro. Vado in giro per il mondo, trovo vicentini e tutti pensano che io sia vicentino. (…) Durante il mondiale dell’82, giocavamo spesso alle 17 e molti negozi di Vicenza chiudevano al pomeriggio, lasciando scritto sulle porte “il negozio rimane chiuso perché gioca Paolo Rossi”. Ecco, dicevano Paolo Rossi, non la Nazionale, penso questo dia il significato di quale sia il mio rapporto con Vicenza». Per questo motivo, alcuni tifosi biancorossi sono rimasti delusi che non sia stato raffigurato con la maglia societaria ma «nel murale la maglia è azzurra perché Paolo è di tutti» ha spiegato la moglie Federica Cappelletti

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«Voglio far capire ai giovani che uno qualsiasi, uno normale, può farcela», aveva detto il campione. Paolo Rossi è un simbolo di resilienza, la dimostrazione che si può riemergere anche dopo che un destino avverso ti ha trascinato sul fondo, continuando a inseguire i propri sogni e ad impegnarsi per farli diventare realtà. Era umile come uomo e come giocatore e ha portato con sé questo valore lungo il suo cammino. Quella di Pablito è una bellissima storia italiana che parte dalla provincia e parla di sogni, di passione, di cadute, di riscatto, di amore per la vita e per lo sport. È la storia di un ragazzo che, contro tutto e tutti, riesce nel giro di novanta minuti a diventare il simbolo di un Paese, mettendo a segno una tripletta contro il Brasile di Zico, Socrates e Falcao. L’estate 1982, l’estate “mundial”, nasce una leggenda. 

Paolo Rossi alza la Coppa del Mondo – ANSA

Non eroi, ma esempi

Quello dedicato a Rossi è solo l’ultimo di una lunga lista di murales dedicati agli atleti. Le radici di questa tradizione artistica sono sicuramente gli affreschi dell’antica Grecia e dell’antica Roma dedicati ai vincitori delle competizioni sportive, ma con importanti differenze. 

Lottatori in un bassorilievo in Grecia – SHUTTERSTOCK

Nell’antichità, gli atleti erano celebrati come eroi, spesso paragonati a figure divine. Le Olimpiadi greche e i giochi romani rappresentavano il culmine delle capacità umane e fisiche, e le statue e gli affreschi dedicati agli atleti simboleggiavano la perfezione fisica e il valore culturale della competizione atletica. Gli atleti vincitori erano spesso immortalati con statue che li raffiguravano in pose ideali, per mostrare la loro bellezza e la loro abilità. Anche oggi, gli atleti sono celebrati come eroi moderni, ma i murales contemporanei non solo esaltano la loro abilità fisica, ma spesso li raffigurano come figure di cambiamento sociale, ispirazione e identità collettiva. In questo senso, le opere si concentrano non solo sui trionfi sportivi, ma anche sulle lotte personali, sul lavoro comunitario e sulle battaglie per i diritti civili.

Inoltre, nell’antichità, l’arte celebrativa degli atleti rifletteva i valori della società greco-romana, come la ricerca della perfezione fisica, la forza, la gloria e la competizione. Questi valori erano fondamentali nella cultura greca, dove gli atleti erano considerati quasi sacri, e nella cultura romana, dove i giochi gladiatori e le competizioni sportive avevano una forte componente pubblica e spettacolare. Oggi, i murales che celebrano gli atleti riflettono i valori della società contemporanea, tra cui la diversità, l’uguaglianza, l’inclusione e la giustizia sociale. Ad esempio, atleti come Caster Semenya o Megan Rapinoe non sono celebrati solo per le loro imprese sportive, ma anche per la loro lotta contro le discriminazioni di genere e per i diritti umani.

Caster Semenya – ANSA

Le statue e gli affreschi dell’antichità non erano solo omaggi artistici, ma spesso avevano una funzione politica. Gli atleti vincitori erano considerati simboli del potere e del prestigio delle città-stato greche o dell’impero romano. Una statua di un vincitore olimpico a Olimpia, ad esempio, era un segno di supremazia e orgoglio per la sua città di origine, e i giochi servivano come momenti di unità e competizione tra le polis. I murales moderni hanno anch’essi una funzione sociale e politica. Spesso rappresentano non solo l’atleta come individuo, ma come simbolo di cause sociali o politiche. Ad esempio, i murales di Marcus Rashford in Inghilterra non celebrano solo il suo talento calcistico, ma anche il suo impegno nella lotta contro la povertà infantile e la sua posizione su questioni sociali importanti. I murales diventano quindi strumenti di cambiamento sociale e simboli di lotta collettiva.

“Il discobolo” al Museo Nazionale Romano – SHUTTERSTOCK

Le statue e gli affreschi antichi, tra l’altro, erano caratterizzati da un’estrema attenzione ai dettagli anatomici e a una rappresentazione idealizzata del corpo umano. Gli artisti cercavano di catturare l’essenza della perfezione fisica, un concetto strettamente legato ai valori estetici dell’epoca. Le sculture greche, in particolare, miravano alla simmetria e alla proporzione ideale, mentre gli affreschi potevano rappresentare scene mitologiche o eventi sportivi reali. I murales moderni, invece, adottano una vasta gamma di stili, spesso più espressivi e liberi rispetto alla rigidità della scultura classica. Possono essere realistici, ma molti sono stilizzati o simbolici, utilizzando colori vivaci e forme audaci per trasmettere emozioni o messaggi. Ad esempio, i murales di Mohamed Salah in Egitto sono spesso molto colorati e celebrano il suo ruolo non solo come atleta, ma come icona culturale per la popolazione.

Le opere d’arte antiche che raffiguravano gli atleti avevano anche una funzione educativa. Gli atleti erano modelli di virtù, autodisciplina e coraggio, qualità che i cittadini dovevano aspirare a imitare. La loro rappresentazione serviva a promuovere ideali condivisi di bellezza e forza fisica. Oggi i murales fungono da fonte di ispirazione, ma in modo più inclusivo e sociale. Non si celebrano solo le vittorie e la forza fisica, ma anche la resilienza, l’impegno civico e la capacità di superare le difficoltà. In questo senso, un murale di un atleta può ispirare la comunità locale a credere nelle proprie possibilità e a lottare per il cambiamento sociale o per il miglioramento personale.

Nell’affresco dell’italiano TVBoy, Lionel Messi passa il testimone al giovanissimo Yamal – ANSA

Infine, statue e affreschi si trovavano principalmente nei templi, nei palazzi e nelle arene pubbliche, spazi considerati sacri o significativi per la vita politica e religiosa. Questi spazi simboleggiavano il prestigio dell’atleta e dell’intera comunità che rappresentavano. Invece i murales, per loro natura, fanno parte del tessuto urbano moderno. Appaiono su edifici, muri e spazi pubblici, spesso in quartieri popolari o aree sottosviluppate. In questo modo, i murales diventano accessibili a chiunque, contribuendo a creare un senso di appartenenza e comunità tra chi li osserva e chi vive quotidianamente in quegli spazi.

Muhammad Ali e gli altri

Il murale dedicato a Muhammad Ali al Champ Camp boxing gym, a Louisville – ANSA

Determinare con precisione quale sia stato il primo murale dedicato a un atleta è complesso, poiché i murales come forma d’arte pubblica non sono stati adeguatamente documentati. Tuttavia, esistono alcune chiavi che ci possono aiutare a individuare i primi esempi.

Nel contesto contemporaneo, i murales dedicati agli atleti si sono diffusi maggiormente nel XX secolo, spesso legati a movimenti sociali, culturali o nazionali. Questo periodo vide una crescita nella produzione di arte pubblica, specialmente nell’America Latina e negli Stati Uniti, come parte di movimenti di rivendicazione identitaria e culturale. Tuttavia, i murales specificamente dedicati agli atleti sono diventati più comuni a partire dagli anni ’60 e ’70, con l’ascesa della cultura sportiva globale e la crescente visibilità degli atleti come simboli culturali e sociali.

Uno dei primi e più celebri esempi di arte murale dedicata a un atleta potrebbe essere legato alla figura del pugile Muhammad Ali, negli anni ’70. Sia per i suoi successi sportivi che per il suo impegno politico e sociale, divenne una figura centrale nella cultura popolare americana e globale. Murales a lui dedicati apparvero negli Stati Uniti in quel periodo, soprattutto nelle città a forte presenza afroamericana come Chicago, New York e Los Angeles. Ali fu uno degli atleti più rappresentati nell’arte pubblica a causa del suo impatto sulla società civile e sulla lotta per i diritti civili.

Precedentemente, negli anni ’30 e ’40, in Messico, durante il movimento dei muralisti (con artisti come Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros), alcuni murales potrebbero aver rappresentato figure sportive o eroi locali legati allo sport. Anche se non ci sono evidenze certe di atleti specificamente immortalati in quel periodo, lo sport iniziava a guadagnare rilevanza come simbolo nazionale, e figure sportive erano considerate parte della costruzione dell’identità nazionale.

Kobra al lavoro sul murale di Pelè – ANSA

Negli anni ’70 e ’80, con l’espansione della cultura pop e la diffusione dei murales come forma di espressione artistica urbana, iniziarono ad apparire in diverse città murales dedicati a atleti che incarnavano i valori e le lotte sociali del tempo. Oltre a Muhammad Ali, anche altre figure come Pelé (nel calcio) o Jackie Robinson (nel baseball) iniziarono a comparire nei murales, specie nei quartieri popolari delle grandi città.

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La lista degli atleti diventati opere d’arte “sociali” è vasta e diffusi in tutti i continenti. Serena Williams, la GOAT del tennis, è stata celebrata in un murale a Melbourne, una delle città dove si tiene uno dei quattro tornei del Grande Slam. L’opera evidenzia la sua forza, potenza e determinazione, qualità che l’hanno resa una leggenda dello sport. LeBron James, forse il più grande giocatore di basket di tutti i tempi, ha un murale nella sua città natale di Akron, Ohio, oltre a un altro celebre murale a Cleveland, dove ha portato i Cavaliers a vincere il titolo NBA nel 2016. Il murale di Akron raffigura James con la sua maglia dei Cavaliers ed è un omaggio al suo impatto dentro e fuori dal campo. Non manca il gimaicano Usain Bolt, che a Kingston, è celebrato con vari murales in tutta la città, inclusi alcuni nel celebre quartiere di Trench Town. Bolt, considerato il più grande velocista di tutti i tempi, è spesso raffigurato nella sua famosa posa da fulmine, che ha reso iconica.

Un murale dedicato a Kibe Bryant – ANSA

Zinedine Zidane, icona del calcio francese e ora allenatore di successo, ha origini algerine e una forte connessione con la città di Marsiglia. Diversi murales dedicati a lui sono stati realizzati nella città portuale francese, che lo celebra non solo come campione del mondo, ma anche come un simbolo d’integrazione e orgoglio per la comunità locale. Dopo la tragica scomparsa del campione NBA Kobe Bryant in un incidente aereo nel 2020, la città di Los Angeles è stata tappezzata di murales in suo onore. Uno dei più iconici si trova su Melrose Avenue ed è stato realizzato dall’artista Mamba on Melrose. Il murale lo ritrae in posa da campione e celebra il suo contributo alla città, sia come atleta che come icona culturale. Il già citato Pelé, leggenda del calcio, è celebrato con diversi murales a Rio de Janeiro, che raffigurano momenti chiave della sua carriera, inclusi i suoi trionfi nei Mondiali.

Sui GOAT L’algoritmo del campione

Tra i più recenti, c’è Simone Biles, la ginnasta più decorata della storia, che ha un murale a Houston, la sua città natale, dopo aver parlato pubblicamente della salute mentale degli atleti; Roger Federer, a cui la sua città natale, Basilea, ha dedicato vari murales, che celebrano le sue vittorie nei tornei del Grande Slam e la sua eleganza in campo, riflettendo l’orgoglio della Svizzera per il suo campione: sono tributi duraturi alla grandezza sportiva e ai valori universali di dedizione, sacrificio e ispirazione che gli atleti rappresentano per le persone di tutto il mondo.

E poi Megan Rapinoe, calciatrice e capitana della nazionale femminile di calcio degli Stati Uniti, diventata un simbolo globale non solo per i suoi successi sportivi, ma anche per la sua lotta per l’uguaglianza di genere e i diritti LGBTQ+: a Manhattan, è stato realizzato un murale che la ritrae nella sua iconica posa di esultanza dopo aver vinto la Coppa del Mondo femminile nel 2019. Non mancano Michael Jordan a Chicago, Cristiano Ronaldo a Madeira, Naomi Osaka, in Giappone, considerata un simbolo importante, sia per lo sport che per i suoi sforzi per aumentare la consapevolezza sui diritti civili e la salute mentale degli atleti. Nella capitale della Serbia, Belgrado, ci sono diversi murales che omaggiano Novak Djokovic, il più grande tennista serbo di tutti i tempi. Djokovic è raffigurato in vari momenti della sua carriera, in particolare mentre solleva trofei del Grande Slam, come simbolo di orgoglio nazionale per la Serbia.

In Africa, tra gli altri, troviamo il campione di calcio Samuel Eto’, celebrato con un murale a Douala, la sua città natale in Camerun perchè rappresenta l’orgoglio del Paese per uno dei suoi figli più illustri; l’eroe etiope delle lunghe distanze Haile Gebrselassie ad Addis Abeba; il campione di calcio ivoriano Didier Drogba, riconosciuto anche per il suo ruolo nella promozione della pace nel paese durante la guerra civile; Hakeem Olajuwon, una delle leggende del basket NBA e nato in Nigeria, è celebrato con murales a Lagos. 

Il culto della “mano di Dio”

Uno dei numerosi murales dedicati a Maradona a Napoli – ANSA

Un capitolo a parte va dedicato a Diego Armando Maradona. In Argentina è un’icona nazionale, e ci sono numerosi murales che lo raffigurano, specialmente a Buenos Aires. Uno dei più famosi si trova nel quartiere La Boca, vicino allo stadio della sua squadra. Ma non c’è paragone con il quotidiano tributo che, da mezzo secolo, gli dedica Napoli. Il culto di D10s all’ombra del Vesuvio è un fenomeno unico e profondo, che va oltre il semplice tifo calcistico, assumendo connotazioni quasi religiose e culturali. Maradona non è considerato solo un grande calciatore, ma una vera e propria divinità popolare nella città partenopea, grazie al suo impatto sportivo, sociale e simbolico. Per comprenderlo appieno è necessario analizzare vari aspetti della relazione tra Maradona e Napoli.

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Negli anni ’80, quando l’argentino arrivò a Napoli (nel 1984), la città stava attraversando un periodo di forti difficoltà economiche e sociali, segnata dalla povertà, dall’alto tasso di disoccupazione, e da problemi come la criminalità organizzata. Napoli era spesso considerata inferiore rispetto alle grandi città del nord Italia, come Milano e Torino, anche a livello calcistico. Le squadre del nord dominavano il calcio italiano, e il Sud era relegato a un ruolo marginale.

In questo contesto, l’arrivo di Maradona al Napoli rappresentò una svolta non solo per la squadra, ma per l’intera città. Era già una stella internazionale, e il suo trasferimento nel capoluogo campano fece esplodere la speranza in una rinascita sociale e sportiva. La città vide in lui un simbolo di riscatto e di dignità, qualcuno che avrebbe dato ai napoletani la possibilità di sentirsi finalmente vincitori e rispettati.

Con l’argentino, gli azzurri raggiunsero traguardi mai visti prima nella loro storia. Tra il 1984 e il 1991, Maradona portò la squadra a vincere il suo primo scudetto nel campionato italiano di Serie A nella stagione 1986-1987, e un secondo scudetto nella stagione 1989-1990. Inoltre, il Napoli vinse anche la Coppa Italia (1987) e la prestigiosa Coppa UEFA (1989).

Questi successi segnarono un’epoca storica. Maradona divenne l’eroe che, con il suo talento e la sua carisma, riuscì a sconfiggere le potenti squadre del Nord, incarnando la rivalsa di un’intera popolazione contro il resto d’Italia, da sempre percepita come più ricca e privilegiata. Non era solo un campione sul campo, ma anche un personaggio che incarnava valori e sentimenti profondamente condivisi dai napoletani. Proveniva da un quartiere povero di Buenos Aires (Villa Fiorito), e la sua storia di riscatto personale lo avvicinava alle persone comuni di Napoli, che vedevano in lui un uomo che conosceva la loro sofferenza e le loro difficoltà; si integrò rapidamente nel tessuto sociale della città. Fu amato non solo per le sue imprese calcistiche, ma per la sua umiltà e il suo modo di essere vicino ai tifosi. Rifiutava i privilegi delle élite e si sentiva a suo agio con le persone comuni, creando un legame di affetto reciproco. Per Napoli, Maradona non era solo una star internazionale, ma uno di loro.

Il culto di Maradona a Napoli ha assunto, negli anni, una dimensione quasi religiosa. Per molti napoletani, è venerato come un santo, al punto che la sua immagine è diventata oggetto di devozione in molte forme. Murales giganteschi adornano i muri dei quartieri popolari, raffigurandolo spesso come una figura divina o angelica. Ci sono anche veri e propri “altarini” con foto e cimeli del Pibe de Oro, come accade per i santi della tradizione cattolica.

In alcuni quartieri, i murales vengono regolarmente “venerati” dai tifosi e dagli abitanti locali, con offerte di sciarpe, fiori e altri oggetti. Nel Quartieri Spagnoli è diventato una sorta di luogo di pellegrinaggio per i fan.

Maradona diventò l’icona di una Napoli fiera, che non si piegava di fronte alle difficoltà, né al dominio economico e culturale del Nord Italia. Il famoso episodio durante i Mondiali di calcio del 1990 in Italia, quando Napoli ospitò la semifinale tra Argentina e Italia, è emblematico. Il leader dell’Argentina fece appello ai napoletani per tifare per lui contro il resto d’Italia, ricordando loro come il Sud fosse stato spesso dimenticato dal paese. Questo episodio rafforzò ancora di più il legame tra il giocatore e la città.

Quando Maradona morì nel novembre 2020, la città fu travolta da una commozione profonda, dichiarò un lutto cittadino, e migliaia di tifosi si radunarono per rendergli omaggio, dimostrando quanto il suo mito fosse radicato nell’anima della città. Lo Stadio San Paolo prese il suo nome, in riconoscimento del suo immenso contributo alla storia di Napoli e del Napoli. La sua figura è ancora oggi parte integrante dell’identità collettiva della città.

Omaggi sotto un murale al primo anniversario della morte del campione argentino – ANSA

«Ti vedo scritta su tutti i muri» cantava Jovanotti in una delle sue più celebri canzoni: nel caso dei campioni questo è realtà ma, a differenza degli atleti-eroi dell’antichità, i murales contemporanei sono simbolo di uguaglianza e impegno sociale. Non tutti possono arrivare sul tetto del mondo nella propria disciplina, ma, con impegno e dedizione, ognuno può essere una persona migliore, per sé stesso e per gli altri. Questo ci dicono i “campioni sui muri”. 

di: Giulia GUIDI

Foto ANSA/SHUTTERSTOCK (in copertina il murale dedicato a Paolo Rossi, foto COMUNE DI VICENZA)