Dopo mesi di crisi politica Trudeau lascia la guida del partito e del Paese. Mentre si cerca un sostituto anche Trump dice la sua
Il 2024 è stato uno degli anni più ricchi di appuntamenti politici e, anche, di crisi di governo. In Europa (e non solo) sono molti i Paesi che si trovano a iniziare il 2025 in clima di campagna elettorale, a questa lunga lista si aggiunge il Canada. Il presidente e leader dei Liberali Justin Trudeau ha infatti annunciato le proprie dimissioni come capo del partito e del governo, dichiarando che resterà in carica fino a marzo in modo che il partito possa trovare un nuovo candidato per le elezioni anticipate (che si sarebbero dovute tenere a ottobre 2025).
Da mesi in realtà a Ottawa l’aria era tesa, il primo ministro uscente da tempo non godeva di alta popolarità e aveva perso l’appoggio di alcune forze politiche – il NPD che lo sosteneva esternamente – ma soprattutto le dimissioni a sorpresa della ministra delle Finanze e vice primo ministro Chrystia Freeland, avvenute a dicembre poco prima di presentare il piano di aggiornamento annuale che evidenziava un deficit finanziario molto più alto di quanto previsto, circa 62 miliardi di dollari canadesi, era stato un pesante colpo da gestire.

Trudeau prima delle dimissioni aveva tentato il rimpasto di governo, cambiando 8 dei 35 ministri, scelta che però non ha portato a un concreto superamento della crisi politica e per questo ha parlato di un parlamento “paralizzato da mesi”. La paralisi era iniziata, come anticipato, quando a settembre 2024 Jagmeet Singh, leader del Nuovo Partito Democratico (NDP), aveva annunciato la decisione di non sostenere più il governo, minandone la stabilità. L’accordo tra Liberali e NDP era nato a marzo 2022 e impegnava il partito di sinistra a sostenere il governo (senza entrare in coalizione, quindi con un appoggio esterno) fino al 2025 in cambio di un programma di cure dentistiche per le famiglie a basso reddito e altre politiche intorno alla salute. Nel video pubblicato sui social per annunciare la fine del sostegno politico Singh è stato molto critico nei confronti di Trudeau, sostenendo che il premier avrebbe “dimostrato più e più volte che si sottometterà sempre all’avidità delle grandi aziende”, che i Liberali avessero “deluso” i canadesi e per questo non meritassero “un’altra possibilità”. A incidere sulla decisione erano state anche le tensioni tra i due partiti circa un imponente blocco dei treni merci dovuto a una serrata organizzata dalle due principali compagnie ferroviarie canadesi per il fallimento di un negoziato con i sindacati (a cui storicamente NDP è molto vicino). Secondo diversi analisti, però, anche l’idea di porre una distanza tra i Liberali in caduta nel gradimento avvicinandosi alle elezioni potrebbe aver influito sulle decisioni del partito e anche la possibilità di presentarsi come alternativa valida ai Conservatori alle urne.
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Non solo NDP, però, ha abbandonato il primo ministro. Anche una parte dei Liberali, lo stesso partito di Trudeau, hanno fatto mancare l’appoggio, preoccupati principalmente dall’aumento del costo della vita, del tasso di disoccupazione (6,8%) e delle politiche migratorie. A proposito del partito Trudeau ha anche espresso la convinzione che le “divisioni interne” dei Liberali gli abbiano fatto capire di non essere più la persona adatta a guidare il partito, scegliendo così di dimettersi appunto anche da leader del partito. Oltre alle critiche interne Trudeau è stato criticato anche per il tempismo della decisione, dato che a gennaio 2025 proprio al Canada passa il testimone della presidenza di turno del G7.

Toto nomi
Non è ancora noto chi correrà per prendere il suo posto alla guida del partito, la stampa canadese parla della ex ministra delle Finanze, ma anche di Mélanie Joly, la ministra degli Esteri, del governatore della banca centrale Mark Carney e dell’ex governatrice della British Columbia Christy Clark.
Come leader dei Liberali Trudeau ha vinto le elezioni due volte di seguito e dal 2015 ha ricoperto l’incarico di primo ministro, dal 2019 è alle prese con la mancanza della maggioranza in Parlamento e con una continua perdita di consensi. Nei sondaggi i Liberali si arrestano al 22%, (molto) indietro rispetto ai Conservatori che vantano il 43%, e piuttosto vicini al Nuovo Partito Democratico che si afferma terza forza politica al 19,5%. Il sistema canadese è uninominale, quindi i timori interni al partito sono intorno alla possibilità che il calo dei consensi porti a un importante diminuzione di seggi.
Come anticipato a succedere a Trudeau potrebbe essere la ministra che ha aperto, di fatto, la crisi politica Chrystia Freeland, ex giornalista che dimettendosi aveva sostenuto di non godere più della fiducia del primo ministro e di conseguenza non poter portare avanti il proprio lavoro.
A proposito dell’ex governatore della Banca Centrale e inviato speciale delle Nazioni Unite per il clima, Mark Carney, i Conservatori hanno coniato lo slogan “just like Justin” per sottolineare una vicinanza troppo stretta tra lui e il primo ministro dimissionario.

Sui giornali canadesi per giorni si era fatto proprio il nome di Carney per il posto lasciato vacante da Freeland ma al ministero delle Finanze si è insediato Dominic LeBlanc, anche lui tra i possibili nuovi leader Liberali. Anche in questo caso la vicinanza con l’ex primo ministro sarebbe molto stretta, dato che i due sono amici di vecchia data.
Oltre a questi nomi, per la stampa di Ottawa c’è una possibilità anche per l’avvocata e ministra dei Trasporti Anita Anand, ma anche per l’ex avvocato e ministro per Innovazione, Scienza e Industria François-Philippe Champagne e per la ministra degli Esteri Melanie Joly oltre che per l’ex governatrice Christy Clark.
Vicini ingombranti
Alla notizia delle dimissioni del primo ministro canadese il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sostenuto che “molte persone” del Canada desiderano che il Canada sia il 51esimo stato degli Usa. Trump ha poi ribadito che, in caso di annessione – o per meglio dire “fusione” – Ottawa otterrebbe benefici fiscali perché non ci sarebbero dazi e le tasse si abbasserebbero, aggiungendo che “gli Usa non possono più subire il massiccio deficit commerciale e i sussidi di cui il Canada ha bisogno per restare a galla. Trudeau lo sapeva e si è dimesso”. Il futuro inquilino della Casa Bianca infatti ha annunciato che durante il primo giorno di presidenza, il prossimo 20 gennaio, intende firmare un ordine esecutivo per imporre una tariffa del 25% sui prodotti che dal Canada arrivano negli States.

Sul social Truth ha rincarato la dose postando una mappa degli Stati Uniti che comprende il Canada e ha spesso chiamato Trudeau “governatore”
Le parole del tycoon ovviamente non sono passate inosservate, dal Canada è arrivata una secca risposta tramite la ministra degli Esteri, Melanie Joly, che ha assicurato che “le dichiarazioni del presidente eletto Trump dimostrano una totale incomprensione di ciò che rende il Canada un paese forte. Non ci arrenderemo mai di fronte alle minacce”. Anche il primo ministro dimissionario ha dichiarato che “mai e poi mai il Canada farà parte degli Stati Uniti”.
di: Flavia DELL’ERTOLE
foto in copertina: Adrian Wyld/The Canadian Press via ZUMA Press
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