Cecilia Sala è tornata in Italia dopo 21 giorni di detenzione in Iran, nella prigione di Evin. Ripercorriamo l’accaduto, dalla carcerazione fino all’arrivo a Ciampino

Dopo 21 giorni di prigionia nel carcere di massima sicurezza di Evin, in Iran, la giornalista 29enne Cecilia Sala è tornata a casa. La reporter è atterrata l’8 di gennaio all’aeroporto di Ciampino nel primo pomeriggio mettendo un punto a una storia che ha tenuto con il fiato sospeso gli italiani e ha fatto calare un’aura di innaturale e preoccupante silenzio sullo scacchiere internazionale. “Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, in questi 21 giorni, che sarei stata a casa oggi. Grazie” ha scritto la reporter sui social postando la foto dell’abbraccio con il suo compagno, Daniele Raineri, scattata dai colleghi presenti a Ciampino quando l’aereo che l’ha riportata in Italia è atterrato.

La giornalista Cecilia Sala abbraccia il compagno Daniele Raineri del Post subito dopo l’atterraggio, Ciampino, 8 gennaio 2024. ANSA (np)

Ripercorriamo l’accaduto.

Chi è Cecilia Sala

29 anni, romana, Cecilia Sala era in Iran per registrare un’altra puntata per il podcast di successo Stories, che aggiorna per Chora Media. È una delle giornaliste più seguite sui social, oltre 400mila followers su Instagram per dare due numeri, scrive per Il Foglio e lo scorso novembre ha vinto il premio intitolato a Maria Grazia Cutuli.
Una solida promessa per il giornalismo italiano, Sala non era nuova in Iran: aveva già lavorato come reporter in zone di guerra o aree di crisi e il suo modo di far giornalismo l’aveva premiata per la capacità di unire autorevolezza e capacità di dialogo anche con le nuove generazioni di utenti. Sempre online Sala collabora con Will Media, testata che pubblica notizie e approfondimenti centrati sugli esteri facendo particolare attenzione proprio al pubblico di Instagram, e nel 2023 ha pubblicato con Mondadori il saggio “L’incendio. Reportage su una generazione tra Iran, Ucraina e Afghanistan”. Non era il suo primo libro: nel 2021 aveva pubblicato “Il caso Marta Russo” nato dal podcast di grande successo “Polvere” creato con Chiara Lalli e pubblicato per Huffington Post Italia.

Lo scopo dell’ultimo viaggio era raccontare la nuova legge sull’hijab in vigore a Teheran, con una puntata di Stories pubblicata il 16 dicembre durante la quale Sala dialogava con la 21enne iraniana Diba. Negli ultimi mesi era stata impegnata con l’ultima campagna elettorale americana per Il Foglio e nella redazione di Otto e Mezzo su La7, mentre già da qualche anno, giovanissima, aveva seguito sul campo la crisi in Venezuela, le proteste in Cile, la caduta di Kabul e la guerra in Ucraina, specializzandosi su America Latina e Medio Oriente.

Aveva già prenotato un volo per il rientro in Italia il 20 dicembre ma il giorno prima le guardie iraniane l’hanno arrestata nel suo albergo con l’accusa generica di aver “violato le leggi della Repubblica islamica dell’Iran“. Sala è stata portata nel carcere di massima sicurezza di Evin, simbolo della repressione iraniana sulle donne, e la notizia del suo fermo non è arrivata in Italia fino al 27 dicembre, quando è stata diffusa dalla Farnesina.

L’arresto a Evin

Le condizioni di detenzione per Cecilia Sala hanno destato subito preoccupazione: la reporter era in isolamento, costretta a dormire per terra, la luce sempre accesa, le avevano anche tolto gli occhiali da vista.

Le autorità iraniane non hanno mai fornito dettagli sulle presunte “violazioni” che avrebbero portato all’arresto di Sala e le comunicazioni con la reporter sono state scarne fino al giorno di Capodanno, quando è riuscita a chiamare a casa comunicando le condizioni della sua detenzione ai genitori e al compagno, il collega de Il Post Daniele Raineri. Una telefonata durante la quale ha rivolto ai suoi cari un appello a “fare presto” per trovare una soluzione che le permettesse di tornare a casa.

A questo punto è arrivata la convocazione da parte della Farnesina dell’ambasciatore iraniano a Roma e il 2 gennaio la premier Giorgia Meloni ha organizzato un vertice a palazzo Chigi e incontrato la madre della reporter. Subito dopo esser stata rassicurata dalla presidente del Consiglio, la famiglia di Sala ha chiesto il silenzio stampa.

Il ruolo di Mohammed Abedini

Poche ore dopo la notizia dell’arresto di Sala, il nome della reporter è stato accostato dalla stampa italiana a quello dell’ingegnere Mohammad Abedini Najafabadi, cittadino iraniano arrestato all’aeroporto di Malpensa dalla Digos su richiesta degli Stati Uniti il 16 dicembre. Gli Usa chiedevano l’estradizione di Abedini, accusato di aver “trafficato componenti per droni a favore dei Guardiani della Rivoluzione”. Benché abbia negato ogni collegamento tra i due casi, Teheran ha chiesto dopo il fermo di Sala il rilascio di Abedini e ha invitato l’Italia a “respingere la politica statunitense di presa di ostaggi”.

Le autorità hanno negato un collegamento tra le sorti di Abedini e quelle della reporter ma Giorgia Meloni è partita senza esitazioni per Mar-a-Lago per incontrare il presidente eletto Usa Donald Trump, un colloquio che, secondo fonti vicine alla vicenda citate da Fanpage, avrebbe avuto al centro proprio il caso Cecilia Sala. Da quel momento in avanti le trattative sono sembrate diventare più fluide e le condizioni di detenzione di Sala sarebbero migliorate: la donna sarebbe stata tolta dall’isolamento e le sarebbe stato dato un materasso.

Insomma la correlazione tra i due casi e i due arrestati per quanto esplicitamente negate sia dall’Iran sia dall’Italia non sembrerebbe assurda e le coincidenze autorizzano a ipotizzare un vero e proprio botta e risposta tra i tre Paesi coinvolti – Stati Uniti compresi ovviamente.

Abedini è un ingegnere 38enne: è sposato, ha un figlio di quattro anni e ha doppia cittadinanza, iraniana e svizzera. È molto noto per essere un grande esperto nella costruzione di droni ed è stato arrestato mentre arrivava da Istanbul con l’accusa di aver trafficato tecnologia militare Usa per droni esplosivi, gli stessi che lo scorso 28 gennaio hanno ucciso tre militari americani in una base in Giordania.

Secondo il Wall Street Journal, “Giorgia Meloni sapeva che il rilascio di Abedini come parte di uno scambio di prigionieri rischiava di irritare gli Stati Uniti, incluso il presidente entrante Donald Trump, che dovrebbe rinnovare la sua politica di ‘massima pressione’ sull’Iran. Meloni è volata in Florida sabato per incontrare Trump e spiegargli che liberare Sala era un interesse nazionale italiano e che l’Italia avrebbe dovuto respingere la richiesta di estradizione degli Stati Uniti per Abedini. I dirigenti italiani sono tornati dalla Florida fiduciosi che Meloni si fosse assicurata la comprensione di Trump“.

La notizia della liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala sui principali organi di informazione del mondo, 8 gennaio 2025. ANSA

Abedini è ancora in carcere: la procura si è opposta alla richiesta dei domiciliari e il 15 gennaio la Corte d’appello di Milano esaminerà la richiesta dei suoi legali. “La situazione di Abedini è squisitamente giuridica, e va studiata nella sua complessità, indipendentemente dal felice esito della vicenda Sala – ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervistato da La Stampa. – Dell’estradizione è prematuro parlare, anche perché sino ad ora la richiesta formale non è ancora arrivata al nostro ministero”.

L’inferno di Evin

Il carcere di Evin è, come detto poc’anzi, uno dei luoghi simbolo della repressione politica in Iran. Diverse Ong tra cui Amnesty hanno documentato e denunciato le violazioni dei diritti umani sistematiche, le violenze, le molestie sessuali e le torture, persino le esecuzioni sommarie che sono avvenute qui.

La struttura è stata costruita nel 1972 durante il regime dello Shah Mohammad Reza Pahlavi ed inizialmente era stato progettato per essere una struttura per la detenzione di prigionieri politici ma, dopo la rivoluzione islamica del ’79, è diventato il principale centro di detenzione per dissidenti, giornalisti, attivisti e minoranze: dalla nascita del movimento “Donna, vita, libertà” nel 2022 sono finiti circa 80 giornalisti tra le sue celle, comprese nei 15mila detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento e di carenze igienico-sanitarie. Spesso vengono rinchiusi qui i cittadini con doppia cittadinanza oppure quelli accusati di spionaggio.

Il carcere si trova nel quartiere di Evin, a nord di Teheran, ed è stato soprannominato “Evin University” per via dell’alto numero di studenti e accademici che sono stati incarcerati.
Non è la prima volta che una nostra connazionale finisce intrappolata tra le sue mura: nel 2022 per 45 giorni vi è stata incarcerata la blogger Alessia Piperno.

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA