Da star musicale talentuosa acclamata dalla critica a neonazista che plaude a Trump ostracizzato dai brand. La parabola di Kanye West
Il 29 ottobre il marchio tedesco di abbigliamento Adidas e Ye (più noto come Kanye West) hanno raggiunto un accordo extra processuale in merito all’interruzione della loro collaborazione. Il Ceo di Adidas Bjorn Gulden ha assicurato che l’accordo non prevede pagamenti al rapper e produttore statunitense. Per capire come e soprattutto perché si è arrivati alla fine di questa (parecchio) fruttuosa collaborazione è utile ripercorrere la parabola di West che da artista di spicco e innovativo è passato a essere ostracizzato per le sue esternazioni e al suo progressivo avvicinarsi all’estrema destra statunitense.

Le vicende
Kanye Omari West (dal 10 ottobre 2021 ha cambiato nome legale in Ye) si è imposto nella scena musicale statunitense e non solo nel 2000, quando in veste di produttore dell’etichetta Roc-A-Fella Records ha partecipato ad album e canzoni di successo di artisti quali Jay-Z, Alicia Keys e Janet Jackson. Non solo come produttore ha segnato la storia Ye, anche i suoi dischi da solista sono stati un successo dopo l’altro – ognuno dei primi cinque album da solista ha conquistato il disco di platino negli Usa ed è stato acclamato dalla critica oltre ricevere diversi premi – e più in generale ogni progetto musicale toccato da questo re Mida ha conquistato largo successo: 9 dischi consecutivi su 10 hanno raggiunto il primo posto della classifica degli album negli States.
Ye tra il 2004 e il 2016 si era affermato dunque sia come produttore sia come rapper. Proprio nel 2016 hanno inizio le sue dichiarazioni più controverse, durante la campagna elettorale – alle elezioni vinte da Donald Trump contro Hillary Clinton – sostenne tesi quali che la schiavitù degli afroamericani negli Stati Uniti fu “una scelta”, che Bill Cosby fosse innocente (rispetto alle accuse di stupro rivoltegli da più di 70 donne).
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Politicamente, dopo essersi fallimentarmente candidato alla presidenza degli Stati Uniti, iniziò a virare sempre più a destra, oltre a dichiarare il suo sostegno a Trump, arrivò (nel 2022) a dichiarare di amare “un sacco di cose” di Adolf Hitler e a negare l’Olocausto; si è definito nazista e ha sostenuto che i “media ebraici” sono colpevoli di far pensare alla persone che il nazismo non abbia portato niente di buono al mondo e ha aggiunto che le persone ebree controllavano l’America.

Ye disse anche di aver ricevuto la diagnosi di disturbo bipolare, cercando di sostenere la tesi per cui tutto potesse essere ricondotto a problemi psichiatrici.
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Se da un lato il cantante e produttore ha iniziato a essere abbandonato dai vari brand che avevano con lui importanti collaborazioni e l’opinione pubblica ha progressivamente visto Ye per un estremista di destra, i gruppi neonazisti e suprematisti bianchi degli Stati Uniti hanno iniziato a idolatrarlo. A Chicago, nel 2022, in un cimitero ebraico vennero vandalizzate diverse lapidi con delle svastiche e la scritta “Kanye aveva ragione”.
Qualche volta Ye ha cercato di metterci una toppa, come ad esempio quando scrisse un post in ebraico su Instagram chiedendo scusa alla comunità ebraica per poi, poche settimane dopo, farsi fotografare con una t-shirt di Varg Vikernes, musicista black metal norvegese fervente neonazista condannato per l’omicidio del chitarrista Euronymous nel 1993.
La fine delle collaborazioni
Insomma, il quadro del perché molte realtà abbiano interrotto i rapporti con Ye (ma anche la critica abbia deciso di non recensire l’ultimo album) è chiaro.
A proposito di Adidas la situazione precipitò quando nell’ottobre del 2022 il cantante, ospite in un podcast, sostenne di “poter continuare a dire cazzate antisemite” perché il brand non avrebbe mai chiuso la collaborazione che, secondo le stime, fruttava tra il 4 e l’8% dei suoi ricavi. Evidentemente si sbagliava.
Poche settimane prima anche Balenciaga aveva interrotto la collaborazione con Ye dato che il cantante era apparso, durante la settimana della moda di Parigi, con una maglietta con stampato lo slogan “white lives matter” della destra a stelle e strisce per screditare il movimento per i diritti civili delle persone afroamericane; era stato quasi ultimato un documentario sulla vita che è stato annullato e anche la Creative Artists Agency, che lo rappresentava dal 2012, ha deciso di chiudere i rapporti. Non solo, addirittura la squadra di basket della scuola privata cristiana fondata da Ye è stata espulsa dai tornei locali e il museo delle cere di Londra ha rimosso la statua del cantante dalla mostra.

La scelta di indossare la maglia con quello slogan e i suoi commenti erano state contestate da diverse personalità come Puff Daddy, Reese Witherspoon, Jamie Lee Curtis e anche dall’ex moglie di Ye, Kim Kardashian. Sul Financial Times l’imprenditore dell’industria dell’intrattenimento, Ari Emanuel, aveva scritto che Ye “non è una persona qualsiasi: è un’icona della cultura pop con milioni di fan in tutto il mondo” e che “tra loro ci sono giovani le cui opinioni si stanno ancora formando. Per questo è necessario che tutti noi alziamo la voce a riguardo. L’odio e l’antisemitismo non dovrebbero avere posto nella nostra società, non importa quanto denaro sia in gioco”.
Sempre relativamente ad Adidas è importante sottolineare le cifre in ballo. L’azienda aveva stimato che la fine di questa partnership le sarebbe costata 250 milioni di euro di utile netto nel 2022 (dal 2015, anno di inizio della collaborazione, la linea Yeezy aveva fruttato ad Adidas circa due miliardi all’anno) ma nonostante le perdite da capogiro Adidas aveva spiegato di non tollerare “l’antisemitismo e qualsiasi altro tipo di incitamento all’odio. I recenti commenti e azioni di Ye sono stati inaccettabili, pieni di odio e pericolosi e violano i valori aziendali di diversità e inclusione, rispetto reciproco ed equità”. Secondo Forbes “l’antisemitismo di Kanye West ha compromesso il suo patrimonio” stimando che l’interruzione della collaborazione con il brand sportivo gli sia costata il titolo di miliardario e che il patrimonio di Ye sia sceso a 400 milioni di dollari (tra immobili, contanti, una partecipazione del 5% nell’azienda di abbigliamento dell’ex moglie Kim Kardashian e il suo catalogo musicale).
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di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/EPA/RINGO CHIU