Tratto dal romanzo omonimo di Alasdair Gray, il nuovo film di Yorgos Lanthimos, “Poor things!”, è un viaggio alla scoperta dell’autodeterminazione femminile

Visionario è un termine spesso abusato ma descrive accuratamente Poor things!,il nuovo film di Yorgos Lanthimos (con sceneggiatura di Tony McNamara). La pellicola ha vinto il Leone d’Oro all’ 80esima Mostra del Cinema di Venezia, due Golden Globes, uno come Miglior Film Commedia o Musicale e uno come Miglior Attrice in un Film Commedia o Musicale, grazie all’interpretazione di Emma Stone (che è anche produttrice). L’attrice ha vinto anche un Critics Choice Awards come Miglior Attrice Protagonista.

Si tratta della trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Alasdair Gray, uscito nel 1992, ripubblicato in traduzione italiana nel 2023 da Safarà Editore. Gray, scomparso nel 2019, non è molto conosciuto in Italia ma è considerato uno degli autori più importanti della letteratura scozzese e britannica. Scrittore, drammaturgo, illustratore, grafico, poeta, docente, le sue opere passano dal fantasy alla fantascienza distopica al realismo, con vene di surreale, grottesco, gotico ed erotico, volte a una critica sociale sviluppata con un umorismo caustico. Un’altra delle particolarità di Gray è la sperimentazione grafica e tipografica.

Caratteristiche che ritornano anche in Poor Things!. Siamo in epoca vittoriana, Bella Baxter (interpretata da Emma Stone) è una giovane donna ritrovata nelle acque del fiume Clyde a Glasgow (nel romanzo; il film è, invece, ambientato a Londra) e riportata in vita dallo scienziato Godwin Baxter (Willem Dafoe), che le impianta il cervello del feto che porta in grembo. Bella parte da uno stato infantile ma giorno dopo giorno acquisisce consapevolezza e cresce in lei il desiderio di conoscenza e di emancipazione. La giovane è promessa sposa al giovane medico Max McCandless (Ramy Youssef), poi decide di fuggire con l’avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo) in un viaggio in giro per il mondo, da Alessandria d’Egitto a Parigi, che la porterà alla costruzione di sé anche attraverso la sessualità e l’esplorazione del corpo. Può sembrare una trama lineare, e invece non lo è per niente: nel romanzo Gray gioca con i punti di vista e lascia lettori e lettrici a fare i conti con l’inaffidabilità del narratore. È il caso di dire niente è come sembra (o forse no). Nell’opera ritornano temi già affrontati dallo scrittore come le disuguaglianze sociali e l’identità.

Che ritornano anche nel film. Nonostante Lanthimos si prenda molte libertà rispetto al romanzo, riesce a mantenerne il significato e a seguire la stessa direzione narrativa, conservandone il tono allucinato, grottesco, sarcastico e divertente. Nel libro Gray evidenzia l’ipocrisia della società vittoriana, in particolare quella scozzese: nella pellicola il regista greco riflette e si prende gioco dell’ipocrisia, traslandola a tutte le epoche, anche a quella attuale. Nel film l’ambientazione vittoriana viene resa in modo surreale, colorato e futuristico, attraverso elementi steampunk, che contribuiscono comunque a dare un riferimento temporale. Questo è un tratto fondamentale del lungometraggio: Yorgos Lanthimos prende i concetti espressi da Alasdair Gray, rendendoli in modo più esplicito, ampliandoli, ma senza snaturare il significato dell’opera originale.

Poor things! è un coming-of-age, una storia di emancipazione femminile e femminista, in cui l’esplorazione del mondo e di sé, la ricerca della propria identità, passano attraverso lo scontro con le convenzioni sociali. Nel libro seguiamo la storia di Bella Baxter prima dal punto di vista degli uomini, e solo alla fine dal punto di vista di Bella (non sempre coincidono, e questa non è una grande sorpresa, ovviamente). Nel film invece il regista mette in scena solo la prospettiva di Bella, attraverso la quale viene mostrata l’ipocrisia e l’oppressione intrinseca alle norme sociali e ai ruoli ai quali le donne vengono consegnate e ristrette. Nelle opere si riflette sulla sessualità femminile, sul lavoro sessuale e sul capitalismo. Il sesso ha sì, un ruolo centrale ma non è il nucleo della storia: è uno strumento, o meglio una delle modalità, attraverso cui Bella Baxter conosce sé stessa e il mondo. E lo fa in modo libero, radicale e autentico: ha letteralmente il cervello di un feto, quindi non conosce sovrastrutture e convenzioni, da qui nascono sia lo stupore, sia il conflitto. È vero, però, che il sesso – e la sessualità femminile in particolare – smascherano tutte le contraddizioni della società.

Il linguaggio rappresenta un’altra modalità di esplorazione, conoscenza e liberazione. Tema che ritorna anche nel film di Lanthimos, che si era già misurato con la questione – seppur in modo differente – in Dogtooth nel 2009. Per parafrasare la scrittrice Ursula K. Le Guin, potremmo dire che in Poor Things! alle figure maschili viene associato il linguaggio come sistema di potere e controllo, a Bella Baxter come possibilità e creazione di immaginari. In entrambe le opere seguiamo la crescita della protagonista anche attraverso le modifiche che appronta al suo modo di parlare, di usare le parole, di rimaneggiare e creare concetti.

Qui si innesta una riflessione sul significato del termine “creatura”. Le “povere creature”, soprattutto nel film, sono, seppur con sfumature differenti, gli uomini, non Bella. Proprio lei, creatura di Godwin Baxter (è chiarissimo il gioco di parole con “God”, “Dio”), diventa artefice e narratrice. Godwinè a sua volta una creatura, in quanto è lui stesso frutto degli esperimenti eseguiti dal padre.

Spesso paragonato al Frankenstein di Mary Shelley, a cui sicuramente deve moltissimo (ma chi non deve qualcosa a Shelley?), Povere creature! sviluppa una storia diversa. Innanzitutto, Bella Baxter non è propriamente considerata “mostruosa”, anzi le persone che la circondano credono tutte di amarla. Credono, è il punto. In questo senso la storia va al di là degli archetipi della “donna-mostro” e dello “scienziato pazzo”, sembra invece distaccarsene.

Riprendendo l’iconografia della creatura di Frankenstein, possiamo dire che gli atti di cucire e ricucire sono fondamentali nella storia, nella costruzione della personalità, nella narrazione, e nell’autonarrazione. È la stessa protagonista a dire nel romanzo che il suo “povero sciocco” marito ha inventato e cucito per lei una vita dai “motivi gotici e romantici”.

Ma Poor things! è anche una riflessione esistenziale creata attraverso non solo il rovesciamento di archetipi (e stereotipi) e di generi, ma anche attraverso il loro superamento. Entrambe le opere sono complesse e stratificate, ma il film molto più del romanzo procede per tesi, ridicolizza il potere di stampo patriarcale e rappresenta un attacco alla società tutta. Ed è estremamente divertente.