Una vita alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra spazio e forma, il pittore olandese che ha fondato il Neoplasticismo e rivoluzionato l’arte universale

Ottant’anni fa, il primo febbraio del 1944, moriva a New York il pittore olandese Piet Mondrian. Fondatore del Neoplasticismo, Mondrian è stato un “equilibrista”, oltre che un creativo: per tutta la sua vita ha cercato un equilibrio tra lo spazio e la forma, alla spasmodica ricerca di una perfezione formale che rendesse l’arte “universale” e, così facendo, non solo ha rivoluzionato il settore dell’arte ma ha influenzato anche i territori che più gli si avvicinano, come il design, l’architettura, la moda, fino alla cultura pop nella sua accezione più ampia.

All’anagrafe Pieter Cornelius Mondriaan, il pittore olandese è nato ad Amersfoort, il più importante nodo di traffico ferroviario nella provincia olandese di Utrecht. Lo si potrebbe definire un figlio d’arte: suo padre era un insegnante di disegno molto apprezzato in società e suo zio Fritz era un pittore, il pupillo dell’artista olandese Willem Maris. Proprio insieme allo zio, Piet iniziò a disegnare e poi dipingere lungo le rive del fiume Gein, non lontano dalla casa di famiglia. Agli albori, Mondrian era un paesaggista: in periodo tardo-ottocentesco – dopo il diploma preso alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten (l’Accademia Statale di Belle Arti) di Amsterdam – si dedicava alla riproduzione di paesaggi tipici olandesi e si inseriva in quella corrente “figurativa” che ha dato il nome a tutto un periodo nella storia dell’arte. Il primo Mondrian era un allievo quasi involontario dei pittori della “Scuola dell’Aja” influenzato dal realismo della scuola di Barbizon, tanto che lui stesso dirà in seguito, parlando di quei primi passi da artista: «non ho mai dipinto in modo romantico. Fin dall’inizio, sono sempre stato un realista».

Guardando a ritroso le sue opere, consapevoli a posteriori del percorso evolutivo che lo avrebbe portato dall’essere un paesaggista al diventare la vera grande star dell’avanguardia del Novecento, si nota come Mondrian giocasse fin dall’inizio con le figure geometriche, con elementi verticali come alberi e mulini a vento che restituivano ordine e davano ritmo alla tela. Proprio questi furono gli strumenti per la sua sperimentazione: tramite gli elementi verticali e orizzontali del paesaggio il pittore trovò il modo di ridurre il mondo che poteva guardare alla sua essenza più vera, un ritmo alternato di piani, colori e linee. Gli occhi di un artista possono diventare una lente da cui osservare la realtà in modo differente: guardano il mondo che li circonda e lo interiorizzano, per poi restituirlo sulla tela come solo loro hanno potuto osservarlo. C’è differenza, d’altronde, tra “vedere” e “guardare”: si può vedere una sequela infinita di paesaggi scorrere fuori da un finestrino del treno e una volta scesi dimenticarli tutti, perché non se ne è “guardato” nessuno. Mondrian riuscì, fin dai suoi primi paesaggi, a guardare oltre il velo della “realtà visibile” e a interiorizzarla in modo più personale, dando un significato più profondo ai suoi dipinti e alle immagini che volevano restituire.

Il passaggio dalla figurazione all’astrazione avvenne nei primi anni del ‘900. Tra il 1908 e il 1920 il pittore si distanziò sempre di più dalla scuola dell’Aja e sperimentò, passando attraverso il postimpressionismo, il simbolismo, il cubismo di Picasso, in una lunga quanto appassionata ricerca di equilibrio e perfezione formale che culminò nella fondazione del Neoplasticismo, insieme al collega Theo van Doesburg: «alla fine, le mie composizioni consistevano solo di linee verticali e orizzontali, che formavano delle croci. Osservando il mare, il cielo e le stelle, desideravo indicare la loro funzione plastica mediante una molteplicità di elementi verticali e orizzontali». Il nuovo movimento artistico girava intorno alla rivista De Stijl, “Lo stile”, che divenne il fondamentale mezzo di divulgazione delle idee dei due fondatori.

Per Mondrian lo scopo ultimo dell’artista doveva essere la ricerca dell’universale, vale a dire la “realtà pura”. Il pittore riteneva che l’espressione di questa realtà assoluta fosse possibile solo con l’astrazione, perché altrimenti sarebbe stata ostacolata da ogni componente personale e soggettiva, oltre che dalla rappresentazione di ogni dettaglio descrittivo. «L’aspetto delle forme naturali si modifica, mentre la realtà rimane costante. Per creare plasticamente la realtà pura è necessario ricondurre le forme naturali agli elementi costanti della forma, e i colori naturali ai colori primari», spiegava. Per questo nei suoi quadri le forme principali vengono rese con il rettangolo, unica forma che il pittore considerasse “neutra”, perché priva dell’ambiguità della curva. Inoltre, in un rettangolo le forze “contrastanti” della linea verticale e orizzontale si equilibrano: così si arriva a un ordine, una logica lineare, che riesce a disciplinare una realtà altrimenti priva di senso ai suoi occhi. Basati su questo principio, i quadri di Mondrian svelano una complessità che smentisce l’apparente semplicità, seppur spesso vengano ancora oggi imitati e banalizzati. I dipinti più famosi consistono in forme rettangolari che alternano da un lato il bianco e il nero, che stanno agli estremi opposti della scala dei colori, e dall’altro i colori primari giallo, rosso e blu: «ritengo sia possibile ottenere un’opera d’arte tanto forte quanto vera grazie a delle linee orizzontali e verticali usate in modo consapevole ma non calcolato, tracciate con grande intuizione e costruite con armonia e ritmo». Inoltre, sempre dalle parole dell’artista si percepisce quanto il suo concetto di “arte universale” coinvolgesse molti più ambienti che quello della mera pittura: «la pittura può diventare ancora più reale, meno soggettiva, molto più oggettiva quando le sue possibilità vengono realizzate in architettura in modo tale che le capacità dell’artista siano unite a quelle costruttive».

Tra le particolarità che caratterizzano la storia di Mondrian ce n’è anche una dipesa più dal contesto sociale, che da lui. A differenza di molti suoi colleghi che sono stati scoperti, studiati e amati solo postumi, Mondrian ha goduto di un notevole successo anche in vita, soprattutto nelle città che gli hanno dato la fama: Parigi, Londra e, su tutte, New York. Il suo lavoro è stato celebrato in svariati settori: basti pensare che nel 1965 persino il colosso della moda Yves Saint Laurent gli dedicò una collezione-tributo. Oggi, viene ricordato come il pittore equilibrista, un “alchimista” oltre che un artista, che ha cambiato per sempre il mondo dell’arte includendo nella sua opera i più lontani estremi della vita.

BOX – Il Mondrian filosofo

Mondrian era, a suo modo, anche un filosofo. Si interessava di studi spirituali e dal 1909 faceva parte della sezione olandese della Società Teosofica, a cui si era avvicinato studiando il movimento di Helena Petrovna Blavatsky, definita la “Sfinge del XIX secolo”. Blavatsky voleva “creare una fratellanza universale dell’umanità” e comparare gli studi in religione, scienza e filosofia per spiegare “le leggi naturali e i poteri occulti dell’uomo”.