Il primo gennaio del 1994, l’EZLN rivendicava diritti e democrazia nello Stato all’estremo Sud del Messico, facendo sognare un’intera generazione. E la lotta continua
Trent’anni dopo aver imbracciato le armi, ma senza sparare un colpo, il movimento zapatista continua a reinventarsi, per perseguire democrazia, uguaglianza e autodeterminazione. Il primo gennaio del 1994, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) sequestrò ai grandi proprietari terrieri i territori di 7 città in tutto il Chiapas, Stato a Sud-Est del Messico. Ribellandosi a 500 anni di oppressione coloniale, i contadini maya, a volto coperto e con armi improvvisate, chiesero terra, autogoverno e democratizzazione. In un momento in cui le élite messicane celebravano la firma del NAFTA (l’accordo americano per il libero scambio) e il capitalismo assaporava la presunta morte di tutte le alternative, l’esercito senza volto era una scintilla di speranza per le sinistre di tutto il mondo.
Dopo aver rapidamente conquistato simpatie nazionali e globali, i ribelli costrinsero lo Stato a colloqui di pace, inserendo per la prima volta la sovranità indigena nell’agenda del Messico. Ma non ci si poteva fidare dello Stato. Stufi delle sue vuote promesse, gli zapatisti alla fine si allontanarono dai canali istituzionali del potere e iniziarono a costruire la vita che desideravano in modo autonomo.
Prodotto dello storico incontro tra i contadini indigeni del Messico e i marxisti-leninisti cittadini, l’EZLN ha rivitalizzato la pratica maya della democrazia comunitaria in cui l’assemblea del villaggio o della città è il nucleo dell’autogoverno locale. Ha istituito un sistema politico autonomo in cui le assemblee locali inviavano delegati ai livelli superiori dell’autorità, quelli dei comuni e dei “consigli di buon governo” regionali, per coordinare le comunità sparse su un terzo del Chiapas. Rifiutando tutti i servizi sociali dello Stato storicamente oppressivo e paternalistico, ha costruito le proprie istituzioni di giustizia, istruzione, salute ed economia e ha dimostrato che “un altro mondo è possibile”, qui e ora.
Nel novembre 2023, in un atto di autocritica pubblica, gli zapatisti hanno annunciato che il sistema originale da loro creato non funzionava. Non era riuscito, hanno detto, a garantire la priorità dell’assemblea comunitaria, e quindi del popolo, nei tre livelli di governo. La gerarchia si era insinuata nelle stesse strutture progettate per disarmarla, sostituendo la democrazia radicale con una piramide di potere. Come ha scritto il movimento in uno dei suoi ultimi comunicati: «il problema principale è la dannata piramide, in cui è diventato il sistema autonomo. La piramide separava le autorità, municipali e regionali, dalle comunità… Le proposte delle autorità non arrivavano alle comunità senza modifiche, né le opinioni delle comunità arrivavano alle autorità. Le autorità tendevano a voler decidere da sole».Per porre rimedio a questa inversione involontaria nel flusso di potere, gli zapatisti hanno deciso di capovolgere la piramide. I compiti precedentemente gestiti a livello municipale e regionale sono ora nelle mani delle comunità e delle loro strutture locali di autonomia. I livelli superiori esistono ancora, ma con una competenza più ristretta e un’autorità decisionale ridotta.
Ma non sembra esserci pace nello Stato al confine con il Guatemala, nemmeno con il progressista Andrés Manuel López Obrador eletto presidente nel 2018. Gli attacchi armati e le occupazioni di terre sono continuati impuniti e sono spuntate 13 nuove caserme della Guardia nazionale. I programmi di assistenza sociale introdotti dal presidente continuano a erodere il consenso verso gli zapatisti e altre comunità in resistenza, creando discordia tra coloro che scelgono di accettarli e coloro che non lo fanno. È molto probabile che la neo eletta Claudia Sheinbaum, delfina di Obrador, mantenga la stessa linea.
La delfina del Messico. Sheinbaum: questione di numeri
Gli zapatisti, già nel 2021, avevano affermato che lo Stato è “sull’orlo della guerra civile”. Oltre a innumerevoli nuovi gruppi armati che combattono per la terra, le opportunità economiche e il potere politico, il Chiapas sta vivendo un conflitto tra due cartelli criminali: «quello di Sinaloa, che è sempre stato presente, e quello di El Chapo, molto aggressivo e determinato a guadagnare terreno. Parlare di narcotraffico è riduttivo – spiega Vittorio Forte di Cooperazione Rebelde Napoli, spesso in Messico,- qui si parla anche di tratta di esseri umani. Il Chiapas si trova così stretto tra gli ex paramilitari, la Guardia nazionale in continuo aumento e la criminalità organizzata».
Questo stato di guerra in cui si trova il Chiapas, con gli zapatisti che proseguono nel rifiuto di imbracciare armi, è una conseguenza diretta della controinsurrezione degli anni Novanta. Con un governo che, al minimo, finge di non vedere. C’è speranza per gli zapatisti? «In 30 anni abbiamo visto nascere e crescere diverse generazioni post-insurrezione – spiega Forte. – Alcuni di loro hanno completato l’università, cosa impensabile prima del ‘94. Quando siamo venuti con degli studenti europei abbiamo notato che non c’è differenza tra loro, anzi: a volte gli indios erano più preparati. Usano Internet e i social, ma mantengono la propria identità. Certo, nell’invito per la celebrazione del trentennale è stata suggerita una certa prudenza, vista la situazione, ma, come dimostra il cambiamento di sistema del 2023, si “cammina domandando”, ancora».
In 30 anni, gli zapatisti sono via via scomparsi dall’immaginario collettivo che avevano così vividamente colpito a metà degli anni ‘90. Il mondo è indubbiamente molto cambiato e il loro apporto al dibattito politico si è sempre più affievolito, fino a diventare un sussurro. Ma si può ancora ascoltare. Indubbiamente, il limite dell’insurrezione e della successiva gestione è quello di essere strettamente legata al territorio, un modello nato per gli indios che, per qualche fascinazione, si è pensato potesse diventare globale. Non è stato così, ma decine di migliaia di persone, a distanza di trent’anni, hanno migliorato la loro condizione di vita esponenzialmente. Anche se nei cortei “para todos todos” non si canta più.