L’alfabetizzazione e, più in generale, la literacy hanno una stretta correlazione con le disuguaglianze sociali e di genere ma riguardano anche la cultura digitale e i media

L’8 settembre ricorre la Giornata internazionale per l’alfabetizzazione, istituita il 17 novembre 1965 dall’UNESCO. L’alfabetizzazione e, più in generale, la “literacy”, hanno una strettissima correlazione con i diritti umani (e la violazione di essi), le disuguaglianze di genere, la povertà, il diritto alla salute, in una continuità di rimandi storici e implicazioni sociali. L’alfabetizzazione stessa è un diritto fondamentale, essenziale non solo per lo sviluppo e il benessere di un individuo, ma di intere comunità e società.

Il termine inglese “literacy” contiene in sé molte sfumature che comprendono i significati del termine italiano alfabetizzazione (la capacità di leggere, scrivere e far di conto, quindi le abilità di numeracy), letteratismo, educazione, formazione, competenze. Stando alla definizione formulata dall’UNESCO nel 2005 la literacy “identifica un apprendimento continuo negli individui quando tendono ai loro traguardi, allo sviluppo della loro conoscenza e delle loro potenzialità e alla piena partecipazione alla vita. Si tratta, quindi, di una cornice in cui rientra un disegno più ampio rispetto a quello definito dal termine italiano “alfabetizzazione”.

Il ruolo dell’insegnamento in Scuola vendesi, futuro cercasi

Secondo The Sustainable Development Goals Report dell’UNESCO rilasciato nel 2024, solo il 58% degli studenti in tutto il mondo ha raggiunto una competenza minima nella lettura entro il 2019. Guardando agli anni successivi, sicuramente il Covid-19 ha avuto un forte impatto sull’istruzione a livello globale. Certo, rimangono le disparità presenti anche in precedenza: in alcuni Paesi non ci sono neanche strutture adeguate. In generale, il tasso di completamento scolastico è lievemente aumentato tra il 2015 e il 2023 (dall’85% all’88% quello della scuola primaria, dal 74% al 78% quello della scuola secondaria inferiore e dal 53 al 59% quello della scuola secondaria superiore). Tuttavia, nell’Africa subsahariana, ci dice il rapporto, solo due bambini su tre completano la scuola primaria nei tempi stabiliti. I progressi nel completamento della scuola secondaria superiore sono rallentati da 1,3 punti percentuali (nel periodo 2010-2015) a 0,9 punti percentuali all’anno (nel periodo 2015-2023), anche se ci sono Regioni che hanno visto aumentare il tasso di completamento scolastico, come l’Asia orientale e Sud-orientale. Questo mostra quello che già sapevamo: che siamo ancora lontani dal vedere pari opportunità educative per tutti i bambini. A essere marginalizzati sono soprattutto le ragazze e gli studenti con disabilità. A livello globale, riporta il rapporto, solo la metà delle scuole primarie e soltanto il 62% delle scuole secondarie dispone di infrastrutture per gli studenti e le studentesse con disabilità.

Il divario di genere continua ad avere un grande peso. Secondo il rapporto UNESCO in Action for Gender Equality 2022-2023, le donne rappresentano il 63% dei 763 milioni di adulti analfabeti nel mondo (dati del 2021). Tra le più giovani sono circa 122 milioni – una su cinque – le ragazze che non frequentano la scuola. È una situazione stratificata, nella quale si intersecano diversi fattori, dalla povertà agli stereotipi di genere. Tra le cause che portano le giovani a lasciare la scuola ci sono le gravidanze e i matrimoni contratti in giovane (a volte giovanissima) età: secondo l’agenzia nel 2022 il 2% dei Paesi limitava il diritto all’istruzione delle giovani donne sposate, incinte o con figli. Come spiega l’agenzia, le norme e gli stereotipi di genere in alcuni casi rappresentano un deterrente nel frequentare la scuola, anche per i giovani studenti maschi. Sempre secondo il report UNESCO, in molti Paesi ci si aspetta che i ragazzi lascino la scuola prima per poter lavorare, mentre in altri permangono le dannose credenze secondo cui alcune materie siano in contrasto con “le espressioni della mascolinità”, cioè non siano “adatte” ai maschi. È certo, questo, un aspetto culturale fondamentale che affonda nei costrutti sociali e culturali di “mascolinità” e “femminilità”.

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In totale sono 250 milioni in tutto il mondo i bambini che non vanno a scuola, in aumento di 6 milioni dal 2021. A riferire il dato preoccupante è stata la Direttrice generale dell’UNICEF Catherine Russell durante il G7 Istruzione tenutosi a Trieste lo scorso giugno. I Paesi in cui viene maggiormente negato il diritto all’istruzione sono quelli coinvolti in conflitti e/o colpiti da catastrofi umanitarie come il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, la Striscia di Gaza, Haiti, l’Ucraina. Ma non basta aumentare il numero dei bambini e bambine frequentanti, non è, come sappiamo, solo una questione di cifre: cruciale, come ha ricordato Russell, è il miglioramento della qualità e dell’impatto dell’istruzione.

A incidere è anche la povertà, in diverse parti del mondo, Italia inclusa. Secondo dati ISTAT,nel 2023le famiglie in povertà assoluta nella Penisola erano l’8,5%, mentre gli individui il 9,8%, percentuali stabili rispetto al 2022. Sono 1,3 milioni gli under 18 che vivono in famiglie in povertà assoluta. Alla povertà economica si interseca in parte, in un circolo vizioso e dannoso, anche la povertà educativa, che Save the Children ha definito come “impossibilità per i minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. La povertà educativa riguarda diversi aspetti, non solo lo studio e le opportunità scolastiche, ma anche quelle culturali, le occasioni di socializzazione e le attività formative al di fuori della scuola. La povertà educativa non è necessariamente legata alla povertà materiale ma investe anche la dimensione emotiva e quella sociale dei minori.

La pandemia ha avuto un impatto molto forte sulla povertà educativa e ha portato alla luce (e acuito) le disuguaglianze già presenti. Pensiamo al digital divide, il divario tra chi ha accesso a Internet e alle tecnologie dell’informazione e chi non lo ha, sia totalmente, sia parzialmente. La didattica a distanza ha mostrato questo gap, soprattutto quando si dava per scontato che tutti avessero a disposizione PC, tablet o una connessione a Internet. Le scuole e le comunità hanno fatto il possibile ma spesso si sono scontrate con la mancanza di strumenti di welfare adeguati. La pervasività, nel bene e nel male, della cultura digitale è evidente ma sono ancora tante le persone nel mondo rimaste “offline”, precisamente 2,6 miliardi secondo l’Itu, agenzia specializzata delle Nazioni Unite per le questioni relative alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (dati pubblicati nel 2023). C’è stata una crescita rispetto al 2022, quando le persone “disconnesse” erano 2,7 miliardi, e che ha riguardato soprattutto i Paesi considerati a basso reddito ma che non è abbastanza per raggiungere l’obiettivo della connettività globale entro il 2030.

A questo si lega anche la necessità di ampliare e migliorare la “media literacy” (l’alfabetizzazione mediatica), ovvero la capacità di accedere e di analizzare i diversi media nei loro aspetti e nei loro contenuti. Come specifica la National Association for Media Literacy (NAMLE), la media literacy riguarda anche la capacità di creare e agire usando le diverse forme di comunicazione. L’altro aspetto di questo intreccio è quello che viene chiamato analfabetismo funzionale che, diversamente dall’analfabetismo strumentale (cioè il non saper leggere e scrivere), ha a che fare con l’incapacità di saper comprendere a pieno le informazioni che riceviamo quotidianamente. Secondo un’indagine PIAAC-OCSE del 2019, in Italia il 28% circa della popolazione tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale. Prima di cadere nell’allarmismo, se non addirittura nello snobismo, è necessario ricordare che l’analfabetismo funzionale è correlato anche alla dispersione scolastica, che è un fenomeno di per sé complesso, multifattoriale, che ha a che fare con la povertà, la classe (inteso come problema di classe), problematiche familiari e di salute, ma anche con la qualità della didattica, la mancanza di infrastrutture adeguate e, spesso, la mancanza di prospettive per il futuro.