Tra il 1990 e il 1991 tre giovani aborigeni muoiono in circostanze misteriose. L’assassino non è mai stato trovato

Il New South Wales è lo Stato più popoloso dell’Australia. Qui, la maggior parte della popolazione vive sulla costa, in quella mezzaluna sull’oceano il cui cuore pulsante è la città di Sydney. Nell’entroterra, dove il paesaggio diventa più aspro e la natura si riprende i suoi spazi, vivono ancora le comunità aborigene australiane. Sono l’altra faccia del Paese, la “black” o “First” Australia, con le sue tradizioni e i suoi misteri, la sua storia a tratti feroce e i suoi crimini, talvolta destinati a rimanere irrisolti.

Clinton Speedy-Duroux era un 16enne aborigeno di Bowraville, piccola città nell’entroterra della Mid North Coast, nella Nambucca Valley. In quest’area circa il 15% della popolazione è costituita da indigeni australiani, le tribù di Gumbaynggirr e Ngaku, che abitano questa terra da migliaia di anni. Il 31 gennaio del 1991 Clinton prese parte a una festa insieme alla fidanzatina, Kelly Jarrett; durante la notte di baldoria ai due ragazzi si aggiunse un terzo uomo, che viveva in una roulotte alla periferia della città. Si chiamava Jay Thomas Hart, lavorava alla conceria locale come scuoiatore di pelli, e benché non facesse parte della comunità aborigena della città gli piaceva frequentarla e spesso era lui a fornire l’alcool per le serate di festa. Era, insomma, un volto conosciuto. Perciò quando invitò Clinton e Kelly nella sua roulotte per “continuare i festeggiamenti”, i due ragazzi accettarono. Quando Kelly si svegliò la mattina dopo, Clinton era scomparso. In seguito, la ragazza raccontò alla polizia di essersi svegliata senza slip e intontita, come se fosse stata drogata. Anche Hart era scomparso: era stato visto girare per la città intorno alle cinque quella mattina e, quando venne interrogato, spiegò che stava andando a lavoro.

Clinton venne ritrovato il 18 febbraio. Non dalla polizia ma da due boscaioli che cercavano legna da ardere. I resti del ragazzo erano nella boscaglia, appena fuori dalla strada sterrata che scendeva al fiume Nambucca. Clinton aveva una ferita alla testa e, nei suoi pantaloni, venne trovata una federa della roulotte di Hart. I sospetti si concentrarono sul conciatore di pelli, che venne incriminato: la teoria della polizia era che avesse drogato Kelly per poterla violentare e avesse ucciso Clinton perché aveva provato a fermarlo.

Mentre le forze dell’ordine indagavano sul caso di Speedy-Duroux, un pescatore ripescò dalle acque del fiume Nambucca un paio di jeans: appartenevano a una ragazza di 16 anni, Colleen Walker-Craig, scomparsa il 13 settembre 1990, tre mesi prima di Clinton. I jeans erano stati appesantiti da pietre e quando la squadra di ricerca entrò in acqua trovò altri due sacchetti contenenti i vestiti della ragazza: del corpo, invece, non c’era alcuna traccia. La famiglia di Colleen aveva denunciato la sua scomparsa, ma la polizia non aveva mai avviato le indagini: la 16enne era stata vista per l’ultima volta a una festa a Bowraville e la polizia aveva ipotizzato che fosse semplicemente fuggita, “andata in giro”, come dissero gli agenti alla madre preoccupata, e che sarebbe “tornata da sola”.

Otto giorni dopo il ritrovamento degli indumenti di Colleen, nella stessa zona in cui era stato rinvenuto il cadavere di Clinton, vennero trovati anche i resti del corpo di una bambina di quattro anni: si trattava di Evelyn Greenup, cugina di Colleen, scomparsa il 3 ottobre durante una festa a cui era stata portata dalla mamma, Rebecca Stadhams, insieme ai due fratelli.

In un primo momento l’omicidio di Clinton, quello di Colleen e quello di Evelyn vennero trattati come casi separati ma a lungo andare le somiglianze divennero così marcate che la squadra omicidi incaricata del caso, la Strike Force Ancud, li collegò. Non si trattava più di adolescenti scomparsi, di “ragazzate” come era stata definita l’ipotetica fuga di Colleen o di “genitori irresponsabili” come era stata bollata in un primo tempo la mamma della piccola Evelyn.
A Bowraville c’era un serial killer che aveva preso di mira i giovani aborigeni.

Le famiglie delle tre giovani vittime lottarono perché le indagini non si arenassero. Nel ‘93 Hart fu accusato dell’omicidio di Clinton ed Evelyne, ma i due processi vennero condotti separatamente e quando una giuria lo dichiarò non colpevole del primo omicidio, l’accusa abbandonò anche la seconda causa. Un secondo processo per la morte della più piccola delle vittime si tenne nel 2005. L’anno prima, il coroner del NSW John Abernethy aveva riaperto le indagini sulla morte di Greenup e sulla sospetta morte di Walker e aveva raccomandato un nuovo processo all’emergere di nuove prove. Ma Hart fu dichiarato nuovamente non colpevole e non fu più possibile perseguirlo. La polizia mise in palio anche delle ricompense monetarie per chiunque fosse in possesso di informazioni che potessero portare alla condanna del responsabile dei delitti, ma nessuno si fece avanti. Nel 2016 l’ispettore a capo della task force ha presentato una richiesta al procuratore generale del NSW per un nuovo processo ma la Corte d’appello penale l’ha respinta, concludendo che nessuna delle prove presentate era convincente e non bastavano, dunque, per svolgere un nuovo processo per omicidio.

La comunità aborigena di Bowraville è ancora lì, non ha mai smesso di chiedere giustizia. Nel corso degli anni le famiglie dei tre ragazzi si sono rivolte alla politica, alla stampa, hanno raccontato la loro storia e reso pubblico il loro dolore: sanno che nessuno potrà restituirgli ciò che hanno perso ma sperano ancora che qualcuno possa concedere ai loro figli perduti almeno la dignità. “Dignità” che vuol dire verità, dignità che vuol dire giustizia.

«A volte sembra che non importa quello che faccio, non arriveremo da nessuna parte. Ed è difficile da accettare», ha detto la mamma di Colleen Walker, Muriel, durante un’intervista a The Weekly. «Non dico che la gente pensi “questi sono solo ragazzini neri”, ma ci hanno trattato come se ciò che è accaduto fosse stata colpa nostra per aver lasciato andare i nostri figli in giro». Helen Duroux, la zia di Clinton, ai microfoni di Grazia Magazine ha aggiunto: «è stato devastante sedersi davanti all’alta corte di Sydney, dove qualcuno ha deciso che per questi bambini non valeva la pena dare un’altra occhiata. Che non meritavano giustizia».

Sono parenti addolorati, ma sono anche persone abituate a sentirsi – a torto o a ragione che sia – cittadini di “serie B”. Secondo Helen, gli eventi straordinari della sua famiglia sono stati “nascosti sotto il tappeto dal sistema di giustizia penale” australiano per oltre 30 anni. Situazioni come queste rendono difficile scindere il dolore dalla rabbia, ma il grido di un genitore che ha perso un figlio non ha lingua, né bandiera, né può avere alcuna razionalità. Muriel conclude con una domanda, che è anche un monito: «mi chiedo: saremmo ancora seduti qui se si trattasse di tre bambini bianchi? E mentre lo chiedo so già qual è la risposta».

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