L’omicidio irrisolto di un serial killer chiude una delle pagine più cruente della storia americana. Ma lo Strangolatore di Boston è veramente morto?

25 novembre 1973. Nell’infermeria della Walpole State Prison, la prigione di massima sicurezza del Massachusetts, un’ombra che non verrà mai identificata impugna un coltello e scrive col sangue la fine di una storia iniziata ben 11 anni prima. Qualche ora più tardi, gli inservienti del carcere trovano riverso a terra il cadavere di un detenuto, Albert DeSalvo, lo strangolatore di Boston. Nessuno si preoccupa più di tanto di fare chiarezza su quell’omicidio. Un brutale assassinio non può bastare a trasformare un serial killer cruento e pericoloso come lui in una vittima. Non agli occhi della stampa, non agli occhi implacabili dell’opinione pubblica. Eppure…

Quando si parla di “cold case” si fa riferimento principalmente a omicidi rimasti senza colpevole, delitti che continuano a suscitare l’interesse del pubblico e diventano storie: storie da raccontare, da ascoltare in un podcast, da leggere tra le pagine di una rivista patinata. Anche quella di Albert DeSalvo è una storia, con un protagonista controverso e tante comparse di cui non si è in grado di cogliere la rilevanza fino all’ultimo. Una di queste si chiama Ames Robey. Robey era lo psichiatra forense che aveva in cura DeSalvo. Quando l’ergastolano venne trovato morto, Robey raccontò di aver ricevuto una sua telefonata qualche giorno prima: DeSalvo era terrorizzato da qualcosa, da qualcuno, e voleva riferirgli “qualcosa di importante sugli omicidi dello strangolatore“. Che cosa, non si è mai saputo. Di certo c’è solo che è stato ammazzato prima che potesse parlare e che qualcuno ha fatto calare il sipario su una storia cominciata nell’estate del 1962.

Il 14 giugno di quell’anno una sarta di nome Anna Slesers viene trovata morta nel suo bagno: ha la corda dell’accappatoio legata intorno al collo a formare un fiocco e ha subìto violenza sessuale. Il 28 giugno una donna di 85 anni di nome Mary Mullen viene uccisa con le stesse modalità; due giorni più tardi viene trovata morta la 68enne Nina Nichols: tutte le vittime sono nude, con le calze legate a formare un fiocco sul corpo. Lo stesso giorno poche miglia più a nord le forze dell’ordine trovano il cadavere della 65enne Helen Blake. La realtà che trapela da quella sfilza di omicidi è chiara: sulle strade di Boston gira un serial killer. La stampa dà in pasto alla città tutta la storia: trapelano particolari perversi sulle prime pagine dei quotidiani, la popolazione è spaventata e affascinata in egual misura, come spesso accade con avvenimenti così macabri; le indagini si concentrano su un profilo elaborato dall’FBI: quello di un uomo, presumibilmente malato mentale con forti risentimenti verso la figura materna; ma ogni pista è un buco nell’acqua. Il 19 agosto del 1962 lo strangolatore miete una nuova vittima, nel West End: la 75enne Ida Arga. Il 22 viene trovato un sesto cadavere: l’infermiera 65enne Jane Sullivan, strangolata con le sue stesse calze di nylon. Poi, così come è iniziata, la scia di sangue si arresta. Per tutto l’autunno, l’assassino scompare nel nulla. Il 5 dicembre del 1962 una ragazza di 21 anni, Sophie Clarke, studentessa afroamericana, viene trovata morta. È stata stuprata ma nonostante alcune somiglianze, il modus operandi sembra essere diverso. Clarke non combacia con il profilo delle vittime collezionate fino a quel momento e non solo, per la prima volta gli investigatori rinvengono sul corpo della morta tracce ematiche. Inizia un periodo di paradossi e confusione che fa precipitare Boston in una nebbia ancora più fitta: nel gennaio del 1963 viene strangolata e uccisa una 23enne, Patricia Bissette. Il 6 marzo viene trovato il cadavere di una 68enne, Mary Brown; il 6 maggio è il turno della 23enne Beverly Samans; l’8 settembre muore la 58enne Evelyn Corbin e il 25 novembre la designer 24enne Joann Graff. Infine, il 4 gennaio del 1964, quasi un colpo di coda di tutta quella violenza, l’assassino uccide la 19enne Mary Sullivan. Il suo caso è il più cruento: il suo corpo viene trovato sul letto con la schiena contro la testiera e un biglietto con gli auguri di buon anno appiccicato ai piedi. Un messaggio per la polizia, una presa in giro, ma anche una sfida.

Forse il nome di DeSalvo non sarebbe mai stato associato a quello dello strangolatore di Boston se non fosse stato per una serie di eventi apparentemente casuali che ebbero inizio nell’ottobre del 1964, quasi un anno dopo l’ultimo omicidio. Una giovane donna sporse denuncia dopo esser stata stuprata da un uomo che si era finto un poliziotto e si era introdotto nel suo appartamento a East Cambridge. La vittima identificò lo stupratore in Albert DeSalvo, che venne catturato il 3 novembre seguente e internato al Bridgewater State Hospital. Qui, DeSalvo finì in stanza con un altro uomo accusato di omicidio: George Nasser. Nasser è come un’ombra in questa storia: il suo nome salta fuori continuamente, fin dall’inizio, eppure il suo ruolo non acquisisce mai contorni definiti. Robey, lo psichiatra, lo definì “un grande manipolatore“. Quale che sia la verità, dopo lunghe ore passate in compagnia di Nassar, DeSalvo chiese di parlare con l’avvocato Francis Lee Bailey e gli confessò di essere lui, lo Strangolatore che la polizia stava cercando. Scoppiò il caos. C’era un’urgenza così marcata di chiudere quel caso, gli indizi erano così tanti e così dispersivi, i vertici delle forze dell’ordine erano tanto sulla graticola, che quando DeSalvo si dimostrò in grado di raccontare dettagli che non erano stati resi pubblici nessuno indagò oltre. Eppure non esistevano prove concrete, sufficienti per sostenere la confessione: non si poteva provare che DeSalvo fosse lo strangolatore, ma non era così importante, perché l’uomo era già dentro per stupro e violenze, commesse non una, ma svariate volte. Il pubblico aveva il suo assassino: il sipario poteva calare sulla scena del crimine e Boston poteva tornare alla sua placida normalità. Se anche qualcuno non fosse stato convinto, che importava? D’altronde, che motivo poteva avere un uomo già in gravi rapporti con la legge per fingersi un maniaco serial killer? Il suo psichiatra tentò di rispondere anche a questo. Robey dichiarò che DeSalvo aveva un’incredibile memoria per i dettagli, quasi fotografica, ma soprattutto che soffriva di un’importante sindrome narcisistica: aveva il bisogno fisico impellente di sentirsi sempre al centro dell’attenzione. Era straordinariamente difficile coniugare il profilo di un uomo che aveva stuprato e poi lasciato in vita, con il rischio serio che lo identificassero (come di fatto era accaduto) decine di donne, con quello del killer che aveva ucciso in modo macabro e perverso 8 anziane e cinque ragazze. Ma dopo la sua condanna lo Strangolatore non si fece più vedere: e come in molti altri casi questo bastò a dichiarare il caso chiuso. Nel corso degli anni la vicenda venne riesaminata varie volte. Nel 2001 i cadaveri di DeSalvo e di una delle vittime, Mary Sullivan, vennero riesumati su richiesta delle famiglie per essere sottoposti a nuove perizie. Il risultato portò a una nuova inchiesta: sul corpo e sui vestiti di Sullivan erano state trovate tracce biologiche di due diversi soggetti, nessuno dei quali era DeSalvo. Questo andava ad aggiungersi ad altri dettagli considerati di minor importanza: nessuno dei testimoni oculari aveva riconosciuto in DeSalvo le fattezze dell’assassino e sui luoghi del delitto erano stati repertati mozziconi di sigaretta. DeSalvo non fumava. Ancora, la nipote di Sullivan, Casey Sherman, dopo la condanna contestò il fatto che nella confessione registrata c’erano alcuni dettagli che non corrispondevano a verità. A mettere il punto apparentemente definitivo intervenne di nuovo la polizia di Boston che nel 2013 dichiarò che, contrariamente a quanto detto in prima istanza, le tracce ematiche riconducevano a DeSalvo. Era lui il killer: fine della storia. Ma la verità, quella che fuga ogni dubbio, quella che dà soddisfazione all’animo e costruisce una certezza? Ah, no: quella verità non è materia di questa storia. Ai posteri non rimangono sentenze da dare, ma solo da leggere: una scia di sangue ormai secco, un killer sulla cui morte nessuno ha mai gettato una luce, un’ombra che si è persa negli anfratti di una galera americana con un coltello insanguinato; e una poesia, scritta da DeSalvo in prigione che suona come una campana a morto.

Here is the story of the Strangler,
yet untold,
The man who claims he murdered thirteen women, young and old.
The elusive Strangler, there he goes,
Where his wanderlust sends him, no one knows.
He struck within the light of day,
Leaving not one clue astray.
Young and old, their lips are sealed,
Their secret of death
never revealed.
Even though he is sick in mind,
He’s much too clever for the police
to find.
To reveal his secret will bring him fame,
But burden his family with
unwanted shame.
 
Today he sits in a prison cell,
Deep inside only a secret
he can tell.
People everywhere are still in doubt,
Is the Strangler in prison or roaming about?
Ecco a voi la storia mai narrata dello Strangolatore
L’uomo che rivendica l’uccisione di 13 donne giovani e vecchie.
L’elusivo Strangolatore se ne va vagabondando
nessuno sa dove.
Colpisce alla luce del giorno,
senza lasciare alcuna traccia.
Giovani o vecchie, le loro labbra sono sigillate, il segreto della loro morte non sarà mai rivelato.
Sebbene non sia sano di mente,
è troppo intelligente per essere scovato dalla polizia.
Rivelare il suo segreto lo renderà famoso
ma graverà la sua famiglia di una vergogna indesiderata.
 
Oggi siede nella cella di una prigione.
Nel profondo conserva un segreto che può svelare.
Ovunque tutti sono ancora dubbiosi,
lo Strangolatore è in galera o vagabonda libero?