Tour di un’isola particolare, terra dei misteriosi Moai

Brulla, priva di contatti con la terraferma e dispersa nell’Oceano Pacifico, l’Isola di Pasqua è comunque meta di turisti e viaggiatori, incuriositi dalle grandi statue misteriose erette secoli fa dai primi abitanti e rimaste a testimoniare il passaggio dell’uomo su un’isola tanto remota da non stuzzicare nemmeno l’interesse degli esploratori.

L’Isola di Pasqua si trova nell’Oceano Pacifico meridionale, appartiene al Cile ed è patrimonio Unesco dal 1995. Chiamata così perché l’esploratore Jacob Roggeveen vi mise piede il 5 aprile 1722, giorno di Pasqua, l’isola si è formata su di una base basaltica ed è quindi poco provvista di spiagge, mentre abbondano le ripide scogliere. Tre le cime che si elevano sul suo skyline, tutti vulcani spenti: Rano Kau, Maunga Puakatiki e Maunga Terevaka, che è tra l’altro il punto più elevato di tutta l’isola. Nel Sud dell’isola si trovano tre isole “sorelle”, chiamate Motu Iti, Motu Kau Kau e Motu Nui. A differenza della loro sorella maggiore però, si tratta di tre isole disabitate. Per poterla raggiungere si può utilizzare l’aereo (che atterra nella città di Mataveri e che è raggiungibile o dal Cile o dalla Polinesia Francese tramite LAN Chile) o in nave. In realtà raggiungerla via mare è piuttosto ostico: scordatevi le grandi navi da crociera che ingombrano molti porti italiani, l’unica alternativa è scendere a bordo di un motoscafo per essere portati a terra. Il mare inoltre tende ad essere piuttosto mosso. Certo se decidete di avventurarvi via mare a quel punto vi converrà visitare le Isole Pitcairn, cioè le isole “palcoscenico” dell’ammutinamento del Bounty: lì sicuramente non troverete molti turisti, visto che non ci sono strutture ricettive e non si può giungere per via aerea.

L’Isola di Pasqua gode di un clima subtropicale che rende le temperature sull’isola simili a una lunga primavera: il termometro segna in media 21 gradi centigradi e lo sbalzo termico tra una stagione e l’altra è praticamente assente, mentre sulle sue coste soffia quasi sempre l’aliseo, da nord est. Eppure, questo triangolo di roccia vulcanica lambito dal Pacifico ha appena 48 specie di piante vegetali native sul suo solo, il che la rende una tra le isole più povere di specie vegetali in tutta l’area. Il motivo è legato anche al suo isolamento: si trova infatti in una zona lontana dalla terraferma, le correnti oceaniche provengono da occidente impedendo alle sementi di arrivare dalla terraferma mentre gli uccelli migratori la sorvolano senza fermarsi quasi mai. Per non parlare dell’aliseo, che soffiando incessantemente rende quasi impossibile la coltivazione di piante non resistenti. Lo stesso folklore conferma questa tendenza “ascetica”: una leggenda locale narra di Hotu Matu’a (cioè “Grande Genitore”), che sarebbe stato il primo a portare le piante sulle sue sponde. Le poche piante autoctone sono in larga parte felci e arbusti, compresa la Triumfetta semilitroba, dalle piccole dimensioni ma dagli usi inaspettati: era usata per tessere le reti dei pescatori. Raramente, si staglia qualche pianta di eucalipto: un tentativo, del tutto umano, di impiantare foreste di questa pianta sull’isola. L’Isola di Pasqua è in realtà un gigantesco monito disperso nel mare di cosa può causare l’uomo con la sua presenza. Un tempo infatti erano presenti alcune specie di uccelli autoctoni, sia di terra che marini. Ma la presenza umana, con la caccia e con l’inserimento di specie non autoctone, ha causato l’estinzione di tutte le specie di terra, mentre rimane una sola specie di uccelli marini.

Ciononostante riceve diverse migliaia di visitatori ogni anno, e il turismo è diventato un settore importante per la sua economia. Il New York Times stima che almeno 100mila persone vi si rechino ogni anno, attratte anche dal festival Tapati, un festival di due settimane che ha come fulcro le tradizioni Rapa Nui. È sconsigliabile però programmare un viaggio in questo periodo: oltre al fatto che i costi di aerei e navi lievitano a dismisura, molte strutture ricettive saranno chiuse perché le famiglie di isolani partecipano attivamente a competizioni e rituali per cementare l’appartenenza alla propria cultura. Ovviamente molti turisti arrivano soprattutto per ammirare le gigantesche Moai, le statue di figure umane colossali disposte su tutta l’isola. Alcuni pensano che siano state proprio loro la causa della metamorfosi dell’isola, dal paradiso contornato di palme dove gli uomini vivevano in piccole comunità in armonia con la terra, a un sasso violato e depauperato in mezzo al mare. Sarebbe stata infatti proprio la necessità di costruire i Moai a spingere le popolazioni a iniziare a tagliare sempre più alberi, necessari per trasportare e mettere in loco le monumentali rappresentazioni. Man mano che la legna a disposizione diminuiva, anche i rapporti sociali interni si intiepidivano fino a deteriorarsi totalmente, sfociando in violente guerre civili. Quando poi arrivarono i colonizzatori dal continente si diffusero epidemie sconosciute per gli abitanti, come la lebbra. Oggi questi giganti di pietra, 638 ma forse un tempo in numero ancora maggiore, ammirano la natura devastata di cui sono responsabili dal limite delle scogliere.

I circa tremila abitanti dell’isola parlano quasi esclusivamente idioma locale o spagnolo, e non sempre sono ospitali con i turisti. Va detto che non hanno tutti i torti: spesso questi si avventurano fuori strada con vetture turistiche (è vietato) o camminano sui piedistalli su cui sono disposte i Moai, rischiando di danneggiarle ma soprattutto compiendo un vero e proprio sacrilegio. Se durante il vostro soggiorno (bastano tre notti) vi approccerete all’isola con umiltà sarete però ben accetti e potrete ammirare i panorami selvaggi che offre. Come ad esempio i complessi sistemi di caverne naturali, da visitare categoricamente con una guida esperta e con una torcia per evitare di rimanere intrappolati. Sebbene la barriera corallina sia poco profonda, avventurandovi in mare aperto potrete avvistare delfini, focene e diversi tipi di squali. Il cibo non è niente male, soprattutto se siete degli appassionati della cucina a base di pesce. Peccato solo per i prezzi: molto alti, anche perché pesce a parte quasi tutti gli ingredienti vanno importati sull’isola dalla terraferma, il che ovviamente fa lievitare i costi. Attenzione anche ai souvenir che acquisterete nei pochi negozi liberi: molti non accettano carta e rifiutano di farsi pagare in valuta che non sia il pesos cileno o, al limite, il dollaro americano.

L’Isola è la meta ideale per quei viaggiatori umili che, disposti a contemplare senza pretese le meraviglie della Natura, sanno riconoscere anche nell’animale più umile o nel paesaggio più aspro il miracolo della vita sulla Terra. Quel sentimento di vicinanza al creato che mancò totalmente in coloro che innalzarono i Moai al costo di guerre fratricide, o che misero piede sull’isola con il solo interesse di sfruttarne la posizione strategica. E che ne ha fatto da un piccolo paradiso in mezzo al mare, un monito contro l’avidità dell’Uomo.

di: Caterina MAGGI