La ciclicità della moda, quando la commistione di nuovo e antico diviene la chiave per leggere il presente
Uno dei più importanti apporti che la filosofia di Nietzsche ha messo in luce sul finire dell’800, elaborando nuove speculazioni già espresse in certa misura dalla dottrina stoica, è stata la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale. Nel 1883 ne La gaia scienza il filosofo tedesco scriveva: «l’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere». Confutare o accogliere la visione nietzschiana della ciclicità dell’esistenza è una sfida che ogni essere umano può raccogliere interrogandosi sul presente – e sul passato e sul futuro, ça va sans dire – ma è possibile confrontarsi con qualcosa di ben più tangibile delle pure dissertazioni filosofiche per notare almeno “un” eterno ritorno con cui tutti, ogni giorno, entriamo in contatto: la ciclicità della moda.
Il vedere per la prima volta riproposta una moda già vissuta provoca più di un sussulto e più di una domanda tra sé e sé. Domande sullo scorrere del tempo, sugli anni che passano e a “come ho speso male il mio tempo che non tornerà, non ritornerà più” per dirla à la Battiato.
Ultima in ordine di tempo un’intera generazione che si sentiva ancora giovane si è trovata a scontrarsi per la prima volta con la cruda realtà del vedere essere “tornati” di moda gli abiti di quando frequentava la scuola, quelle mode che ha già visto, vissuto e spesso – col senno di poi – odiato. Si tratta della moda Y2K dove le tendenze degli anni 2000 che stanno ritrovando una dimensione attuale. Quella moda mutuata dalle celebrità del calibro delle Destiny’s Child, di Britney Spears, Lindsay Lohan e Paris Hilton che svettavano sulle riviste nelle edicole dei primi anni zero, con i pantaloni a vita bassissima, le canottiere bianche attillatissime, i pantaloni cargo e le minigonne a pieghe.
L’industria della moda è contaminata anche da quella del piccolo e del grande schermo. Con l’avvento dei servizi di streaming e on demand si assiste a un continuo proporre nuove serie tv o film ambientati in epoche o universi lontani che divengono spesso nuovi spunti per la moda per lanciare nuove tendenze e rivisitare stili antichi. Uno degli ultimi casi evidenti di quanto sia stato impattante l’immaginario di un autore di una serie tv è Bridgerton. La serie Netflix di Chris Van Dusen, prodotta da Shonda Rhimes e basata sui romanzi di Julia Quinn, è ambientata nell’epoca della reggenza inglese (tra il 1811 e il 1820) e ha riportato in auge uno stile romantico e ricercato. Gli abiti confezionati dalla squadra di addetti ai costumi, con a capo Ellen Mirojnick, hanno fatto breccia sulle diverse generazioni che si sono sedute davanti alla tv e hanno seguito le imprese amorose della famiglia Bridgerton. Nella prima stagione della serie sono realizzati 7.500 costumi diversi di cui 104 per la sola Daphne. Come ispirazione per gli abiti della protagonista la reference è stata Audrey Hepburn nella sua interpretazione in Guerra e Pace del 1956; anche negli anni ‘50 la pellicola si impose nella moda dell’epoca. Allo stesso modo con Bridgerton sono tornati i corsetti, gli abiti lunghi stile impero, ma anche le maniche a sbuffo e i colori pastello. Per gli accessori sono tornati in voga i guanti che anche gli stilisti di haute couture hanno riportato in passerella, spazio anche per le acconciature ricche di boccoli e cerchietti.
Accanto alle influenze dell’industria dell’intrattenimento, la concezione di ciclicità è comunque insita nella moda stessa, come spiega l’antropologo e architetto Franco La Cecla – autore di La moda rende felici (almeno per mezz’ora) – «la moda tende a ripetersi: siamo convinti che si rinnovi, invece si ripropone, porta a far dimenticare le collezioni di anni prima, ma seguendola più da vicino è facile rendersi conto che alcune cose ritornano. Nella noia c’è una dimensione quotidiana, che è quella della ripetizione, e dentro all’idea di fondo del mondo che cambia di stagione in stagione, c’è la normalità della vita, che è anche fatta di routine, di attese, di cose che si ripetono».
Così trovano nuovo spazio i pantaloni a zampa d’elefante che avevano contrassegnato gli anni ‘70 o la gonna a ruota che torna attuale dopo essere stata protagonista negli anni ‘50 – quando fu lanciata da Dior – o ancora il bomber, il giubbotto simbolo degli anni ‘80 con l’inconfondibile fodera interna arancione e che in origine era nato come giacca a vento dei piloti della Royal Flying Corp impegnati nella Prima Guerra Mondiale (quando gli abitacoli degli aeroplani erano aperti).
Tra le ultime tendenze particolarmente apprezzate dalla Gen Z è tornato il vestirsi “over”, mutuato dalle celebri icone degli anni ‘90 che hanno animato la scena dell’hip hop come Tupac o Notorius BIG. Non più fasciati in jeans skinny e maglie aderentissime, i corpi dei più giovani vengono coperti sotto capi di diverse taglie più grandi. Voce di una generazione è quella della cantante Billie Eilish (classe 2001) che, da sempre, si mostra in abiti over con felpe che celano il suo fisico; ha spiegato in un’intervista: «se fossi un ragazzo, nessuno farebbe caso al fatto che indosso vestiti larghi. Leggo spesso commenti su Instagram nei quali mi dicono “vestiti come una ragazza, per una volta: staresti meglio e anche la tua carriera funzionerebbe di più”. No, davvero, letteralmente, non andrebbe proprio così. Non voglio che il mondo sappia chi sono. Per questo indosso vestiti baggy. Nessuno può avere un’opinione su di me se non sanno cosa c’è sotto: è grassa, è magra, ha il culo piatto. Nessuno può dirlo perché nessuno lo sa».
Gli abiti insomma, non fanno il monaco, ma fanno politica, possono desessualizzare o ipersessualizzare i corpi – soprattutto femminili – e sono strumenti utili per l’autodeterminazione di sé. Anche il riportare in auge un determinato modello o un’estetica, come quella particolarmente problematica dell’“heroin chic” che va di pari passo con la moda anni 2000, è politica, un ritorno all’eterno presente di oppressione femminile condizionata da modelli inarrivabili e ben lontani dalla rivoluzione di autodeterminazione che porta avanti, tra gli altri, il movimento femminista intersezionale.
E così ogni “granello della polvere” nietzscheano può cercare di esprimere se stesso, sempre uguale e sempre diverso attraverso abiti sempre uguali e sempre diversi. In un eterno ritorno.