La fine degli anni ‘60, in America, è macchiata da una scia di sangue che porta la firma del killer dello Zodiaco. Nella costellazione di assassini, il primo vero seriale: misterioso, cinico, mai catturato

La biblioteca universitaria di Riverside era aperta quella domenica pomeriggio, il 30 ottobre 1966. Non c’era molta gente: pochi studenti, qualche impiegato, un paio di professori. Seduta a uno dei tavoli, Cheri Jo Bates studiava da sola, circondata da libri. Caschetto biondo, sguardo intelligente, Cheri Jo aveva 18 anni e veniva dal Nebraska, si era trasferita in California nel 1957 per seguire il lavoro del padre. Diplomata alla Ramona High School, aveva scelto di proseguire gli studi al Riverside City College e aveva trovato lavoro part-time alla Riverside National Bank, un impiego di cui era orgogliosa che le aveva permesso di comprare una macchina: un Maggiolino Volkswagen verde lime del 1960.

La vita è una concatenazione di piccoli eventi, dettagli a cui non si presta attenzione, che si legano insieme e cambiano il destino degli esseri umani in modo così apparentemente irrisorio che è difficile individuare l’esatto istante in cui una scelta ha segnato un punto di non ritorno. Forse se non avesse comprato quella macchina verde, Cheri Jo Bates sarebbe tornata a casa per cena, quella sera; forse se non fosse stata assunta alla Riverside National Bank non si sarebbe trovata in biblioteca di domenica pomeriggio; forse, se suo padre avesse scelto di rimanere in Nebraska, la cheerleader dal sorriso solare non si sarebbe mai trovata su Terracina Drive il giorno prima di Halloween del 1966. E, sempre ipoteticamente, non sarebbe mai stata vista, seguita, ingannata e uccisa dal killer dello Zodiaco.

Una lunga catena di ipotesi su cui possiamo riflettere ma che non ha il potere di cambiare la storia. Cheri Jo Bates non è mai tornata a casa: suo padre ha presentato denuncia di scomparsa alle 5:43 del giorno di Halloween del ‘66 e meno di un’ora dopo il cadavere della ragazza è stato ritrovato su un sentiero di ghiaia tra due case non occupate, vicino al parcheggio della biblioteca. Accoltellata a morte. A circa tre metri da lei venne rinvenuto un orologio da polso del marchio Times a buon mercato, macchiato di vernice; accanto, l’impronta di una scarpa prodotta dai prigionieri di Leavenworth venduta esclusivamente nei negozi militari, di misura compresa tra 20 e 25 centimetri. Nonostante gli indizi, le indagini sulla morte della giovane ben presto si arenarono e la stampa smise di parlare di lei. Di Cheri Jo Bates, la studentessa dal caschetto biondo massacrata la notte prima di Halloween negli States, non si sarebbe sentito più parlare fino al 1969.

Che anno, quello: pieno di vita, fermento, tensione e contraddizioni, dramma. Morte. Uno spartiacque, che segna un “prima” e un “dopo” non solo nella storia americana ma in quella di tutto il mondo occidentale: alla Casa Bianca approda Richard Nixon, gli States sono attraversati dall’ondata dei movimenti contro-culturali, il conflitto in Vietnam causa scontento e proteste; e in piena guerra fredda Neil Armstrong mette piede per la prima volta sulla Luna. 

In questo clima ardente, in quella che fu una delle estati più roventi degli Stati Uniti, nella notte tra il 4 e il 5 luglio un uomo telefonò al dipartimento di polizia di Vallejo: «dirigetevi a un miglio a est sul Viale di Cristoforo Colombo, verso il parco pubblico, lì troverete dei ragazzi in una macchina marrone. Gli ho sparato con una Luger da 9 mm. Ho ucciso dei ragazzi anche l’anno scorso». Fu il primo contatto ufficiale tra quello che sarebbe passato alla storia come il killer dello Zodiaco e le forze dell’ordine. Seguendo le indicazioni dell’omicida, gli agenti raggiunsero il parcheggio del Blue Rock Springs Golf Course di Vallejo. Qui trovarono Darlene Ferrin, 22 anni, e Michael Mageau, 19: la donna fu dichiarata morta all’arrivo in ospedale, il ragazzo invece sopravvisse. Fu lui a dare una prima descrizione del killer: un uomo bianco, alto circa un metro e 75, sulla trentina, tarchiato, con i capelli scuri e gli occhiali. Per comprendere il messaggio, la polizia riaprì i fascicoli dei casi irrisolti. Eccole lì, quelle che in quel frangente gli agenti ritennero essere le prime vittime: Betty Lou Jensen e David Faraday, morti il 20 dicembre 1968 a Benicia, sempre in California. L’assassino aveva sparato una volta alla testa a Faraday e cinque volte alla schiena a Jensen, mentre la giovane cercava di fuggire.

Probabilmente l’America non aveva ancora capito, a questo punto, con chi avesse a che fare; ma il killer si premurò di chiarirle le idee molto presto.

Il 1° agosto 1969 vennero recapitate tre lettere alle redazioni di Vallejo Times-Herald, San Francisco Chronicle e San Francisco Examiner. Ognuna delle missive era firmata con una croce cerchiata, il segno dello zodiaco, e conteneva tre testi pressoché identici in cui l’autore rivendicava la responsabilità dei tre omicidi e allegava una terza parte di un crittogramma, che a suo dire celava la sua identità. Zodiac chiese che ciascuna parte fosse inserita nella prima pagina dei quotidiani, altrimenti, avrebbe ucciso una dozzina di persone nel solo weekend. Il crittogramma e le lettere vennero effettivamente pubblicate e due lettori dell’Examiner, Donald e Bettye Harden di Salinas, riuscirono a risolvere il crittogramma: una folle, appassionata, dichiarazione d’intenti, in cui l’autore dichiarava il suo amore per l’omicidio. Gli ultimi 18 simboli non sono mai stati compresi ma diverse teorie ipotizzano che proprio in questi si nasconda la firma dell’omicida. In seguito, un’ulteriore lettera fu spedita al Chronicle, che aveva messo in dubbio che l’autore delle lettere e quello degli omicidi fossero la stessa persona. Nel testo, intitolato Dear Editor This is The Zodiac speaking, (Caro direttore qui è Zodiac che parla), il killer forniva particolari dei crimini che non erano ancora di dominio pubblico; chiariva che l’FBI lo avrebbe potuto prendere se avesse decrittato il messaggio cifrato, lanciando così una vera e propria sfida intellettuale agli agenti; e soprattutto, identificava per la prima volta sé stesso con il nome che sarebbe passato alla storia.

Il rapporto epistolare tra Zodiac e la polizia californiana andò avanti per tutto l’anno e divenne sempre più criptico e minaccioso ad ogni nuovo omicidio. Ci fu in particolare un giornalista che ebbe un ruolo fondamentale in questo caso: Paul Avery, del Chronicle. Il 27 ottobre 1970 Avery ricevette una cartolina di Halloween firmata con la lettera “Z” e con il simbolo di Zodiac. Il messaggio, scritto a mano, recitava: “Bubu-settete, sei spacciato“. Poco dopo, Avery ricevette una lettera anonima che metteva in rilievo le somiglianze tra le attività di Zodiac e un omicidio irrisolto: quello di una cheerleader uccisa quattro anni prima al college di Riverside. Il nome di Cheri Jo Bates tornò a riempire le pagine dei giornali, il fantasma della ragazza dai capelli biondi riaprì il caso: venne fuori che un mese dopo l’omicidio il killer aveva mandato una lettera alla polizia di Riverside e alla redazione del giornale Riverside Press-Enterprise, intitolata “la confessione“, in cui veniva rivendicato l’omicidio. A 6 mesi dalla morte di Cheri Jo, il padre della ragazza, il Press-Enterprise e la polizia di Riverside ricevettero tre nuove missive, pressoché identiche l’una all’altra: “Lei doveva morire, ce ne saranno altre“. Cheri Jo Bates potrebbe essere stata la prima vittima del killer dello Zodiaco.

Torniamo al 1969. Il 27 settembre, un uomo vestito con una corta tunica nera con disegnata una croce in un cerchio accoltellò due studenti universitari appartati in un parcheggio vicino al lago Berryessa. Si trattava di Cecilia Ann Shepard e Bryan Calvin Hartnell. Prima di fuggire, Zodiac lasciò sulla portiera un macabro messaggio: “Vallejo 12-20-68, 7-4-69, Sept 27-69-6:30. Con un coltello“. Un’ora dopo il killer chiamò il dipartimento di polizia di Napa: «vorrei segnalare un assassinio, no, un duplice omicidio. I corpi sono a due miglia a nord della sede centrale del parco. Erano in una Volkswagen bianca. Sono stato io». Gli agenti riuscirono a rintracciare la cabina telefonica da cui era partita la telefonata e trovarono alcune impronte digitali, che servirono solo a scagionare un sospettato: il killer seriale Ted Bundy.

Un mese dopo, l’11 ottobre, nel quartiere di Presidio Heights a San Francisco, Zodiac uccise un tassista di nome Paul Stine: un colpo alla testa con una 9 mm. Prima di lasciare la scena del delitto il killer strappò un lembo della camicia insanguinata dalla schiena dell’uomo, stoffa che avrebbe usato in seguito in una delle sue lettere per rivendicare l’omicidio. In questa occasione, però, ci furono dei testimoni: tre ragazzini che, affacciati a una finestra, dissero di aver visto un uomo corpulento, tra i 25 e i 30 anni, alto circa un metro e 75, con i capelli scuri. Tutto combaciava, ad eccezione di un dettaglio: in un primo momento l’agente che interrogò i ragazzi parlò di “un uomo nero”. Così i colleghi indirizzarono le ricerche verso un uomo di colore nel quartiere e, quando fu posto rimedio all’errore, ormai era troppo tardi. Zodiac si era volatilizzato.

L’8 novembre del 1969 venne recapitata una seconda lettera al San Francisco Chronicle, decriptata solo il 3 dicembre 2020, dopo 51 anni: il 340 Cipher o Z-340. Un’ulteriore missiva arrivò il giorno dopo, il 9 novembre, ma questa volta si trattava di 7 pagine in chiaro dal contenuto molto pericoloso: «È Zodiac che vi parla. Dalla fine di ottobre ho ucciso 7 persone. Sono piuttosto arrabbiato con la polizia che dice un sacco di bugie sul mio conto. Così cambierò il metodo di raccolta degli schiavi. Non lo annuncerò più a nessuno. Quando commetterò degli omicidi, questi vi sembreranno furti, uccisioni di rabbia o futili incidenti etc. La polizia non mi prenderà mai perché sono più intelligente di loro: 1) l’identikit che gira corrisponde a me solo quando vado a caccia di anime, il resto del tempo sono completamente diverso. 2) Non possono avere le mie impronte come dicono perché io indosso delle coperture sulle dita, sono di cemento per aeroplani. 3) Tutte le mie armi sono state comprate per corrispondenza da Paesi stranieri e non potete rintracciarmi. […] La sera dell’omicidio del tassista ero al parco, dei poliziotti si sono fermati per chiedermi se avessi visto qualcuno di sospetto».

Con l’annuncio di questo cambiamento, Zodiac ultima la sua trasformazione: da primo vero serial killer, lucido nella sua follia, a terrorista, figlio delle contraddizioni dei suoi tempi; con la sua dichiarazione l’assassino rivendica tutti i futuri crimini che potrebbero essere commessi negli Usa, assume una forma nebulosa, inumana, e quella che era stata una dichiarazione di guerra diventa la presa di coscienza di una vittoria: Zodiac = 37, SFPD = 0 scriverà in quella che è comunemente riconosciuta come la sua ultima missiva. Zodiac ha vinto perché è rappresentazione del male che tracima oltre la superficie della società, è figlio della guerra del Vietnam, delle repressioni sociali, dei rastrellamenti nei locali gay, dei manganelli che si alzano in risposta ai fiori agli angoli delle strade; è figlio dei bombardamenti segreti in Cambogia, dei soldati caduti lontano dalla patria e mai più recuperati, della corsa allo Spazio e della guerra fredda con la Russia, delle spie, della violenza, del razzismo, della corruzione del sistema che porterà al Watergate. È figlio di un mondo che implode su sé stesso e che non sarà mai più uguale dopo quell’estate 1969. Zodiac è un simbolo. Il simbolo perverso di un ‘900 giunto ai titoli di coda, che si sbriciola sotto i piedi delle persone che marciano per la pace, che ballano a Woodstock, che alzano le dita in segno di pace dagli Stati Uniti all’Europa, mentre i potenti della terra difendono uno Status Quo destinato a sbriciolarsi.

Box 1 – I sospettati e gli indizi, da Arthur Leigh Allen a Gary Francis Poste

Le indagini si sono concentrate su Arthur Leigh Allen e Rick Marshall ma per entrambi non furono mai raccolte abbastanza prove perché venissero incriminati. Il primo era un maestro delle elementari e il giorno dopo l’omicidio di Bates non si presentò a lavoro. Possedeva un orologio Zodiac con il logo del cerchio con la croce e il suo numero di scarpa corrispondeva con le impronte trovate sulle scene del crimine. In passato, si era rivolto per una disputa legale all’avvocato Melvin Belli, lo stesso a cui Zodiac chiese aiuto in una delle sue missive. Nell’ottobre del 2002 il suo DNA è stato confrontato con quello ricavato dalle lettere e dal materiale biologico rinvenuto sui luoghi dei delitti, con risultati negativi. Rick Marshall aveva una somiglianza molto forte con gli identikit e viveva nell’area di Riverside. Possedeva una macchina da scrivere uguale a quella usata da Zodiac, una Royal, e la sua grafia aveva molti tratti in comune con quella del killer. Conosceva inoltre i metodi di costruzioni di diagrammi elettrici. Il 6 ottobre 2021 un team indipendente di 40 ex investigatori delle forze dell’ordine, ufficiali dell’intelligence militare e giornalisti conosciuto con il nome di The Case Breakers, ha puntato il dito su Gary Francis Poste, assassino che agiva nella regione di Riverside nello stesso periodo di Zodiac, ma questa pista non è stata confermata. Ad oggi, il caso del killer dello Zodiaco non è chiuso.

Box 2 – Zodiac e il mostro di Firenze

Furono molti i sospettati nel caso del killer dello Zodiaco. Il più recente, e forse il più celebre, è il nostrano Mostro di Firenze. Secondo questa pista, Zodiac e il killer che ha seminato morte e terrore nelle campagne intorno alla Toscana, assassinando giovani coppie appartate in luoghi isolati, sarebbero entrambi Giuseppe Bevilacqua. Originario del New Jersey, Bevilacqua si è trasferito in Italia negli anni ’70, è stato direttore del cimitero militare Usa dei Falciani a San Casciano e fu il testimone chiave dell’accusa al processo del 1994 che si concluse con l’ergastolo per Pietro Pacciani. L’inchiesta che mette in correlazione i due serial killer è firmata da un giornalista freelance, Francesco Amicone, che ha dichiarato di aver assistito a una “confessione” dell’italoamericano. Amicone è stato però smentito e querelato dallo stesso Bevilacqua.

Box 3 – Zodiac nella cultura Pop

Il killer dello Zodiaco ha avuto una notevole influenza sul cinema e la letteratura. Le opere più importanti dedicate a lui sono il thriller del 2007 “Zodiac” diretto da David Fincher, con Jake Gyllenhaal nel ruolo di Graysmith e Robert Downey Jr. in quello di Paul Avery; e il saggio del già citato Robert Graysmith,Zodiac“, un’inchiesta molto approfondita sul caso.