I contractors appaiono dove c’è bisogno di loro ma i legami (sempre negati) con il Cremlino viaggiano sul filo del rasoio

Sullo scacchiere internazionale i soldi muovono per primi. Dopo arrivano gli interessi personali, le influenze, le convenienze, le ambizioni. In questo calderone di macchinazioni si muovono uomini e donne opportunamente pagati per tirare i delicati fili del disequilibrio geopolitico, i contractors, soldati professionisti, moderni “mercenari” che lasciano aperta ai capi di Stato o a chi per loro la finestra della cosiddetta “negazione plausibile”. Compagnie militari private che fanno il lavoro sporco, che si macchiano di sangue per lasciare pulite le mani di altri.

Nel 2023 la Compagnia militare privata (Cmp, o Private Security Contractors) più conosciuta al mondo è sicuramente quella del Gruppo Wagner, tra i principali protagonisti del conflitto in Ucraina – ben prima che iniziasse per il resto del mondo occidentale – e di numerosi altri campi di battaglia. In realtà fino a poco più di un anno fa l’esistenza di questa milizia era poco nota ai comuni cittadini e avvolta nel mistero per i funzionari governativi di tutto il mondo, tanto da venire definita “l’esercito fantasma”. La sua genesi è stata ricostruita pezzo per pezzo, tramite inchieste, files desecretati e supposizioni, ma oggi sappiamo per loro stessa ammissione che a muovere i fili sono o sono stati due uomini ben identificati con due storie ben diverse: Dmitrij Valer’evič Utkin e Evgenij Viktorovič Prigožin, il braccio e la mente.
Wagner nasce dal terreno fertile delle compagnie di sicurezza privata russe che negli anni Novanta si diffondono a difesa dei colossi energetici dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nutrite dai fuoriusciti dall’esercito russo in cerca di guadagni più alti. Tra le prime vengono l’Anti-Terror Orel, fondata da veterani dell’intelligence militare e degli spetsnaz (i corpi speciali) a protezione delle infrastrutture energetiche in Iraq, e la Moran Security Company, creata dall’ex agente del Kgb Vyacheslav Kalashnikov e specializzata in operazioni anti-pirateria. Nel 2013 due dirigenti della Moran, Vadim Gusev e Yevgeny Sidorov, creano un distaccamento di 267 contractors registrato ad Hong Kong con il nome di Slavonic Corps e lo inviano in Siria, in piena guerra civile, a protezione di giacimenti petroliferi e gasdotti. Una volta lì – che fosse l’obiettivo d’origine o un plot twist degno di nota non è dato di sapere – le “guardie private” vengono assoldate dal regime di Bashar al-Assad contro i miliziani dell’Isis ma in uno scontro nei pressi della città di Deir el-Zor hanno la peggio e tornano in madrepatria con la coda tra le gambe. Ad aspettarli all’Aeroport Moskva-Vnukovo ci sono gli agenti del Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa (Fsb) che arrestano in un primo momento i sopravvissuti (poi liberati) e subito dopo Gusev e Sidorov, accusandoli ufficialmente di “attività mercenarie” (vietate dall’articolo 359 del Codice Penale della Federazione Russa), sebbene analisti internazionali abbiano sempre ipotizzato che i veri motivi andassero ricercati altrove. I “corpi slavi” vengono così smantellati ma uno dei suoi membri vede nella fine di quel capitolo un’opportunità.

Dmitrij Utkin nasce l’11 giugno 1970 nella città della Russia siberiana di Asbest; dal 1993 al 2013 presta servizio per il GRU, i servizi segreti militari russi, raggiungendo il grado di tenente colonnello, e successivamente partecipa alla guerra in Siria insieme agli Slavjanskij Korpus. In quegli anni adotta come soprannome di battaglia “Wagner”, dal nome del compositore tedesco Richard Wagner tanto caro ad Adolf Hitler, lo stesso nome che, rientrato in Russia, darà alla sua personale organizzazione paramilitare privata formata da ex colleghi e registrata in Argentina. Già prima della fondazione ufficiale, che avviene nel maggio 2014, i “mercenari” del futuro Gruppo Wagner compaiono in Crimea durante l’annessione alla Russia in febbraio. È lì che si guadagnano il soprannome di “omini verdi”, dalle loro divise dell’esercito russo non contrassegnate. Subito dopo vengono dislocati nella regione ucraina del Donbass al fianco delle milizie separatiste contro le forze governative. Dopo la battaglia di Debal’ceve all’inizio del 2015, vinta dal fronte nazionale, secondo il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU), i soldati privati sarebbero stati ingaggiati dal presidente della Repubblica Popolare di Lugansk, Igor Plotnitsky, per uccidere quattro comandanti separatisti “ribelli”. Nell’ottobre del 2015 il Gruppo Wagner e i suoi, secondo le stime, circa 5.000 contractors si spostano verso la Siria dove lo stesso esercito russo è sceso in campo meno di un mese prima al fianco di Damasco. Successivamente l’organizzazione venne ritenuta artefice della riconquista di Palmira ai danni dei militanti dell’Isis dopo le offensive del 2016 e del 2017.
Nel corso degli anni successivi il Gruppo Wagner ricompare opportunamente nelle zone più calde del globo, o almeno in quelle dove secondo gli analisti internazionali il Cremlino conta più interessi, come la Libia, la Repubblica Centrafricana, il Burkina Faso, il Sudan e il Mali. In tempi recenti la presunta presenza wagneriana in Libia ha anche causato un apparente ping pong di minacce con il ministero della Difesa italiano, in particolare con il ministro Guido Crosetto che aveva individuato in una “strategia chiara di guerra ibrida” della Wagner al soldo del Cremlino la causa dell’“aumento esponenziale del fenomeno migratorio che parte dalle coste africane”. La Cmp ha negato, invitando Crosetto a “occuparsi dei suoi problemi”, ma la notizia di una taglia da 15 milioni di dollari sulla testa del ministro ha fatto in tempo a fare il giro del mondo, prima di essere smentita dal diretto interessato.
In ogni caso, la presenza capillare dei wagneriani ha spinto alcuni esperti a definire più volte l’organizzazione come “un’estensione de facto degli organi e degli apparati di sicurezza russi” con strette relazioni con il GRU. Mosca dal canto suo ha sempre negato ogni legame con i contractors, così come in tempi più recenti ha smentito la notizia secondo la quale l’armata privata era stata assoldata per sovvertire l’ordine politico in Ucraina (secondo il quotidiano britannico Times già nel gennaio del 2022 un gruppo di 400 “mercenari” era stato inviato in Ucraina prima dell’inizio dell’offensiva, iniziata ufficialmente il 24 febbraio, al solo scopo di assassinare il presidente Volodymyr Zelens’kyj e i membri del suo governo).
Certo, i sospetti sono molto reali: i soldati del Wagner, infatti, vengono addestrati in un centro nei pressi di Krasnodar, nello stesso complesso in cui opera il servizio di intelligence russo, così come molti di essi sono stati diverse volte ricoverati negli ospedali dell’esercito, si sono serviti di mezzi militari o hanno utilizzato passaporti legati al ministero della Difesa russo. Alcuni dei caduti, inoltre, hanno in passato ricevuto l’onorificenza militare.

A finanziare le attività del Gruppo, ed è forse il sospetto maggiore, ci sarebbe inoltre un uomo molto vicino al presidente russo Vladimir Putin. È infatti in questo frangente che entra in gioco il secondo uomo forte della brigata, Evgenij Prigožin, il cosiddetto “chef di Putin”. Nato nell’allora Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1961, dopo una serie di condanne per furto, rapina, frode e prostituzione nel 1990 si unisce al patrigno nella vendita di hot dog e in pochi anni riesce a costruire un impero nel campo della ristorazione e del catering (da cui il soprannome attribuitogli dal Moscow Times), ottenendo una serie di appalti pubblici, anche piuttosto consistenti, per rifornire le mense di scuole, uffici pubblici ed esercito. Nel frattempo tiene le mani in pasta anche in altri settori, alcuni meno trasparenti di altri. Compare ad esempio tra i finanziatori della Internet Research Agency, ribattezzata dagli Stati Uniti “la fabbrica dei troll”, e il suo nome viene coinvolto nel dossier Russiagate sulle influenze esercitate dalla Russia durante le elezioni presidenziali americane del 2016, Trump vs. Clinton, e, nello stesso anno, sul referendum svoltosi nel Regno Unito sulla Brexit (quello vinto dal fronte Leave che ha portato alle dimissioni del premier David Cameron). L’Ira ha ufficialmente chiuso i battenti nel dicembre del 2016 ma secondo gli esperti le sue attività non sono cessate quanto piuttosto hanno mutato nome. Nel 2023, infatti, l’oligarca guida il Consiglio di amministrazione della Patriot Media Group, un colosso mediatico di cui fa parte la Federal News Agency (detta Ria Fan o, nuovamente, “fabbrica dei troll”), considerata l’agenzia stampa proprio del Gruppo Wagner. La stessa Cmp, in effetti, si sarebbe distinta non solo sul campo ma anche come autrice di campagne di disinformazione mediatica volte a destabilizzare il fragile equilibrio geopolitico, un perfetto animale da cyberguerra. E la coincidenza non è un caso. Né il suo finanziatore ha ritenuto conveniente fare ancora finta di niente: dopo aver smentito numerose volte il suo coinvolgimento, Prigožin, che secondo il Pentagono finanzia l’organizzazione con 100 milioni di dollari al mese, ha ammesso nel settembre del 2022 di essere tra i fondatori del Gruppo tramite il servizio stampa della sua Concord Catering: «ho pulito io stesso le vecchie armi, ho sistemato io stesso i giubbotti antiproiettile e ho trovato specialisti che potessero aiutarmi in questo. Da quel momento, il 1° maggio 2014, è nato un gruppo di patrioti, che in seguito è stato chiamato il Battaglione Wagner. Sono orgoglioso di essere stato in grado di difendere il loro diritto a proteggere gli interessi del loro Paese» (i commentatori più attenti non hanno potuto fare a meno di notare che Utkin non viene minimamente menzionato).
Una mossa che avrà avuto certamente il suo bel ritorno, soprattutto visti i rapporti tra i “mercenari” e l’esercito regolare del Cremlino all’apparenza non così distesi. Sembra infatti che Prigožin conti più di un nemico ai vertici, tra cui il più recente capo dello Stato maggiore delle forze armate russe, Valerij Vasil’evič Gerasimov che a gennaio ha sostituito il “generale ArmageddonSergej Surovikin, nominato solo l’ottobre precedente. La tensione tra i due sarebbe diventata esplicita dopo il caso Bakhmut e Soledar. Nonostante fossero prive di valenza strategica, all’inizio dell’anno le due città ucraine sono diventate il simbolo prima del braccio di ferro fisico tra forze di Kiev e di Mosca, poi di quello di potere tra Wagner e Cremlino. Laddove il ministero della Difesa russo, rappresentato da Sergej Šojgu, aveva dichiarato che le forze militari di Mosca avevano partecipato e contribuito all’assalto di Soledar, Prigožin ci ha tenuto a far sapere con un video in cui si mostrava in uniforme da combattimento e armato che l’operazione era stata compiuta “esclusivamente” dagli uomini della Wagner, come ribadito poi da loro stessi in un video pubblicato sul canale Telegram in cui un uomo con il volto oscurato dichiarava che l’assalto era stato realizzato “solo dalle forze della PMC Wagner”. Pubblicando il contenuto la Cnn ne aveva sottolineato la rilevanza “dato che le rivendicazioni concorrenti su quali forze russe siano responsabili dell’assalto nell’Ucraina orientale sono diventate un punto chiave di contesa nelle macchinazioni della struttura di potere della Russia”. Secondo Šojgu, al contrario, la conquista della città era stata resa possibile “grazie al costante fuoco di artiglieria e agli attacchi aerei e missilistici che hanno impedito il trasferimento di riserve e la fornitura di munizioni” ai nemici.

Comunque sia andata, sta di fatto che alla fine il ministero ha capitolato e ha riconosciuto l’operato wagneriano a Soledar (e di fatto ha riconosciuto la sua stessa esistenza, nonostante la legge la vieti, così come ha riconosciuto che combatte in Ucraina per la Russia), rendendo l’“esercito fantasma” non più così fantasma quanto ombra. Ciò certamente non ha appianato le tensioni, le ha solo rimandate, e a tirare i fili di questi battibecchi secondo gli analisti sembra esserci proprio il presidente Putin che, da “militare non professionista”, ondeggia tra un uomo di fiducia e un altro, tenendosi aperta ogni possibilità e minimizzando i rischi. Come quello che rappresenta il Gruppo Wagner se, come nelle intenzioni del suo patron, diventasse un “deep State” o addirittura un esercito ufficiale. Dal momento che, invece, la città di Bakhmut risulta quotidianamente contesa tra tutti gli attori in campo (tra Wagner che accusa Mosca di scarsi rifornimenti di munizioni, i ceceni che si fanno avanti per sostituire i contractors e Kiev che smentisce la conquista assoluta), farà bene Prigožin a prestare attenzione a tutti gli elementi in gioco perché come Putin sembra aver posizionato proprio Gerasimov ai vertici militari per riequilibrare le influenze, lo stesso Putin potrebbe decidere di voltare lo sguardo verso altri lidi, come quelli abitati proprio dal leader ceceno Ramzan Kadyrov detto, probabilmente a ragion veduta, “il macellaio”, che acquista sempre più influenza.