Mentre torna in voga la pista palestinese, nel 2022 la Corte d’Assise di Bologna ha aggiunto nuovi tasselli alla strage che il 2 agosto del 1980 sconvolse l’Italia. 44 anni dopo, non tutte le mani sporche di sangue hanno saldato il loro debito con la giustizia

«La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista». Così nel 2008 l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in occasione dei suoi 80 anni, ribadiva sul Corriere ad Aldo Cazzullo la sua versione sulla strage che ancora detiene il primato per morti nel dopoguerra italiano. Alle 10.25 del 2 agosto del 1980, 23 chili di esplosivo in una valigetta abbandonata deflagravano alla stazione di Bologna uccidendo 85 persone e ferendone 200. Quarantaquattro anni dopo quell’orrore, la verità processuale cui siamo giunti è un’altra rispetto a quella reclamata da Cossiga, la cosiddetta “pista palestinese” che non ha mai convinto i giudici ma che ancora oggi rivive nelle convinzioni di molti, coinvolti o meno nella vicenda. Questo, nonostante depistaggi conclamati e accertati da sentenze passate in giudicato, assenza di prove concrete, testimonianze inattendibili, faziose e poi ritrattate e velleità politiche di cui non ci si vergogna mai abbastanza, nemmeno davanti all’orrore. Ma in cosa consiste questa pista palestinese e perché il suo fascino non smette di attirare sostenitori? Ripassiamolo nella vana ma accorata speranza che non se ne parli più.

Cominciamo proprio dalle tanto vituperate verità processuali sulla strage di Bologna. Ad oggi, gli esecutori materiali accertati sono cinque, di cui quattro con sentenza definitiva: si tratta di Giuseppe Valerio (Giusva) Fioravanti e sua moglie Francesca Mambro, storici esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) che hanno sempre respinto le accuse, Luigi Ciavardini all’epoca 17enne, Egidio Giuliani (noto come “armiere” tanto della destra eversiva quanto della Banda della Magliana) e Gilberto Cavallini, cui nel 2023 la Corte d’Assise d’Appello ha confermato l’ergastolo per strage. In 44 anni di processi trovarono poi ampissimo spazio i filoni sul depistaggio, con gli inquirenti costretti a spostare l’attenzione dall’orrore del tritolo alle chiacchiere di affaristi e servizi segreti deviati.

Giuseppe Valerio Fioravanti e la moglie Francesca Mambro, ex esponenti dei NAR, considerati tra gli esecutori materiali della strage di Bologna. Le loro pene sono considerate estinte rispettivamente dal 2009 e dal 2013. Crediti: ANSA/ARCHIVIO

La pista, lo diciamo subito, è stata giudicata falsa dalla Cassazione che per questo ha condannato per depistaggio gli ex ufficiali del SISMI Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte, Francesco Pazienza e Licio Gelli. I primi tre costituivano, sotto il diretto controllo del generale Giuseppe Santovito poi deceduto, il cosiddetto “super-SISMI” deviato e orchestrato dal maestro venerabile della loggia massonica eversiva P2 Gelli. I quattro, certamente non da soli e anzi coadiuvati nel confondere le acque da decine di personaggi e dichiarazioni sparse, hanno operato per indirizzare le indagini verso una pista internazionale che intendeva sviare i processi nei confronti dei NAR coinvolti. Chiarito il contesto in cui questa ipotesi accusativa si plasma, torniamo alla pista palestinese. La magistratura si è dedicata a questa tesi investigativa dal 2001 al 2015, nel corso del quarto dei cinque processi istituiti sulla strage. Secondo questa pista, la strage sarebbe stata compiuta materialmente da due ex terroristi di sinistra tedeschi (Thomas Kram e Margot Christha Frohlich, membri delle Revolutionäre Zellen e legati al gruppo del super-terrorista Carlos) che in quei giorni soggiornavano a Bologna. I due sarebbero stati addestrati in un campo di falangisti libanesi in cui si formavano anche terroristi eversivi neofascisti italiani. Secondo l’ipotesi i due quindi avrebbero agito per conto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: l’organizzazione infatti voleva “vendicarsi” dello Stato italiano che aveva violato un presunto “accordo” di non belligeranza, il cosiddetto “Lodo Moro” in base al quale l’Italia accettava di non interferire nei traffici di armi e negli spostamenti sul suo territorio in cambio della promessa di non subire alcun attentato dagli stessi (l’accordo risaliva al 1972, dopo gli atti terroristici alle Olimpiadi di Monaco). L’Italia, secondo questa ipotesi, avrebbe infranto il Lodo nel 1979 con l’arresto del militante FPLP Abu Anzeh Saleh (il fatto è noto come vicenda dei missili di Ortona: il giordano e altre quattro persone vennero condannate per detenzione e trasporto di armi da guerra, due missili terra-aria). Il sostituto procuratore bolognese Nicola Proto ricostruì in seguito che il dialogo con i palestinesi dell’OLP proseguì anche dopo il 2 agosto e si risolse nonostante l’arresto di Saleh, a cui venne addirittura pagato un indennizzo per il valore dei lanciamissili sequestratigli, cosa che secondo il magistrato “non sarebbe stata logica” se in quel momento si fosse pensato a una responsabilità palestinese nella strage.

Fu proprio Cossiga ad aprire quella pista quando nel 1991 dichiarò che “la targa alla stazione di Bologna che definisce fascista la strage del 1980 va tolta”, contraddicendosi rispetto a quanto dichiarava all’indomani della strage. È sempre Cossiga, nel 2005, a citare per la prima volta il Lodo Moro. Gli corsero immediatamente appresso i missini prima e Alleanza Nazionale poi, con strascichi che arrivano fino all’attuale legislatura. Per la verità, si dicono persuasi dell’innocenza di Mambro e Fioravanti anche molti radicali, esponenti di Lotta Continua e altri ex terroristi di sinistra, tutti convinti che mai lo spontaneismo armato dei due NAR si sarebbe potuto piegare ai poteri occulti e piduisti. Da ultimo in ordine cronologico, l’ex responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio Massimo De Angelis: «con la strage di Bologna non c’entrano nulla Fioravanti, Mambro e Ciavardini. Non è un’opinione: io lo so con assoluta certezza» scrive in un post che gli costerà le dimissioni.

«T’ho incrociata alla stazione /che inseguivi il tuo profumo / presa in trappola / da un tailleur grigio fumo / i giornali in una mano / e nell’altra il tuo destino / camminavi fianco a fianco / al tuo assassino». Così Fabrizio De André omaggiava con romantica malinconia le vittime di quel fatale 2 agosto. La canzone, Se ti tagliassero a pezzetti, è contenuta nell’album L’indiano del 1981. Crediti: ANSA

Ebbene, nel suo intero dispiegarsi la pista “è viziata dalla imponente opera di inquinamento delle informazioni svolta dagli uomini del servizio segreto militare”, che agiscono come “organo di disinformazione” e “allo scopo di fuorviare gli inquirenti”. A scriverlo nel 2006 è la Commissione parlamentare d’inchiesta sul cosiddetto dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana. Più precisamente, fu lampante in questo depistaggio il ruolo del colonnello Stefano Giovannone, referente dei servizi segreti con la Palestina (indicativo che, durante il suo sequestro, Aldo Moro indicò proprio il suo nome come negoziatore scelto dai rapitori). Giovannone, scrive ancora la Commissione, aiutò l’OLP a “portare avanti la propria manovra propagandistica volta ad accreditare il coinvolgimento falangista nella strage di Bologna e, quindi, del terrorismo internazionale”.

E in effetti di spontaneismo armato non si trattò: ne è convinta la Corte di Assise di Bologna secondo cui i dirigenti della P2 coadiuvati da alcuni reparti del SISMI non solo depistarono le indagini ma intervennero nella fase organizzativa e logistica, finanziando la strage, condividendo “obiettivi antidemocratici di fondo” e ambendo “all’instaurazione di uno Stato autoritario”. La sentenza del 2022 ha identificato nuovi tasselli del depistaggio sulla strage, senza per questo esaurire un puzzle ancora troppo ubriaco di ideologia per mostrarsi lucido a noi. Eppure bisogna ancora crederci: troppi innocenti strappati alla vita ce lo impongono.

Gli innocentisti

Lo stesso Marcello De Angelis, braccio destro del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, in quegli anni viene arrestato mentre cerca di fuggire nel Regno Unito, dopo che il Governo aveva messo al bando il movimento di matrice neofascista eversiva Terza Posizione, condannandolo a cinque anni e mezzo di carcere per associazione sovversiva e banda armata. Sua sorella è inoltre sposata con lo stesso Ciavardini, riconosciuto anche fra le frequentazioni dell’attuale presidente Commissione antimafia Chiara Colosimo. Ma della tesi teutonico-palestinese si è detto ancora convinto anche Federico Mollicone, capogruppo Commissione Cultura che punta il dito contro il Lodo Moro e invita a riconsiderare la pista palestinese su quella neofascista, ultimo di una lunga scia di scettici rispetto alle verità processuali asserite dai giudici.

Dalla Palestina a Bologna, fatti e personaggi di una pista