Sul Mes e le parole della presidente del Consiglio è scontro con l’ex premier pentastellato, che vuole giustizia
È il 13 dicembre 2023 quando, intervenendo al Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni attacca l’ex premier Giuseppe Conte a proposito di un assenso al Meccanismo europeo di stabilità, il Mes, dato nel gennaio 2021. Conte, accusa Giorgia Meloni, “quando era in carica solo per gli affari correnti, contro il parere del Parlamento, senza dirlo agli italiani, senza metterci la faccia, con il favore delle tenebre”, la presidente mostra come prova delle sue parole un fax. Meloni sostiene che “governo Conte alla chetichella ha dato l’assenso al Mes” aggiungendo che “questo foglio dimostra la scarsa serietà di un governo che prima di fare gli scatoloni lasciava questo pacco al governo successivo”. Proprio il fax sventolato dalla premier fa discutere, la data del documento è infatti quella del 20 gennaio 2021, appena 6 giorni prima delle dimissioni del governo, mentre il Parlamento aveva dato il via libera alla ratifica del Mes il 9 dicembre 2020.

Il leader pentastellato ha immediatamente risposto alle parole della presidente del Consiglio sostenendo: «sapete chi ha portato il Mes in Italia? Il governo Berlusconi nell’agosto 2011 e tu Giorgia Meloni eri lì come ministro, io facevo l’avvocato. Tu eri già lì a fare danni». Passano pochi giorni e Giuseppe Conte annuncia di aver chiesto, con una lettera al presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana, l’istituzione di “un Giurì d’onore e una commissione deputata ad accertare le menzogne denigratorie e la dolosa condotta di Giorgia Meloni che ha leso l’onore di un singolo deputato, l’intero mio gruppo, ha danneggiato e danneggia l’Italia e umilia il Parlamento”.
Cos’è il Giurì d’onore?
L’articolo 58 del Regolamento della Camera indica le funzioni di un Giurì d’onore. Si legge nell’articolo: «quando nel corso di una discussione un deputato sia accusato di fatti che ledano la sua onorabilità, egli può chiedere al presidente della Camera di nominare una commissione la quale giudichi la fondatezza della accusa; alla commissione può essere assegnato un termine per presentare le sue conclusioni alla Camera, la quale ne prende atto senza dibattito né votazione». Solitamente è composto da uno o più membri, in numero dispari, e ne fanno parte i componenti dell’Ufficio di presidenza non appartenenti ai Gruppi dei protagonisti della vicenda (in questo caso Fratelli d’Italia e Movimenti 5 Stelle). I componenti devono accettare la nomina con atto scritto e pronunciare il verdetto entro tre mesi dall’accettazione, solo in caso di gravi motivi il termine può essere prorogato fino ad altri tre mesi. Il Giurì non può né proporre né comminare sanzioni (ciò spetta all’Ufficio di presidenza) ma è tenuto a svolgere un’istruttoria sui fatti oggetto della controversia sentendo i diretti interessati e quindi a sottoporre le proprie conclusioni all’Aula, che si limita a prenderne atto.
La nomina del Giurì presuppone tre elementi: l’addebito personale e diretto di un parlamentare nei confronti di un altro nel corso di una discussione; l’attribuzione di fatti determinati e non quindi l’espressione di un giudizio o un’opinione; la possibilità che la commissione di indagine possa acquisire elementi di conoscenza in ambito parlamentare o attraverso testimonianze spontanee degli interessati.
Il presidente della Camera (Lorenzo Fontana), secondo quanto dispone il Regolamento, deve assegnare “un termine per presentare le sue conclusioni alla Camera, la quale ne prende atto senza dibattito né votazione”. Fu sempre Fontana il 31 gennaio 2023 a nominare il precedente Giurì d’onore su richiesta del Partito Democratico a proposito delle parole del deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli a proposito della visita in carcere ad Alfredo Cospito compiuta dai Dem Silvio Lai, Andrea Orlando e Debora Serracchiani.
Nonostante i due Giurì d’onore nominati a distanza ravvicinata solitamente è uno strumento poco utilizzato, secondo quanto dispone il Regolamento infatti se un parlamentare ricorre “a parole sconvenienti” (articolo 59) deve essere richiamato dal presidente mentre deve essere espulso (articolo 60) in caso di un secondo richiamo o se “ingiuria uno o più colleghi o membri del governo”. I precedenti Giurì vennero istituiti nel 2004 a proposito del caso di Benito Paolone di Alleanza Nazionale e nel 2010 e 2012 per Franco Barbato di Italia dei valori. L’11 dicembre nel 2009 invece si evitò il Giurì grazie alle scuse di Maurizio Paniz di Forza Italia a Marco Minniti per le sue affermazioni del giorno precedente.
Le relazione entro il 9 febbraio
Il vicepresidente della Camera e presidente della commissione speciale di indagine, Giorgio Mulè, ha annunciato che la relazione del Giurì verrà redatta “entro il 9 febbraio”. Secondo Mulè: «non sono emerse circostanze tali che finora hanno spinto i commissari a chiedere una nuova audizione. Adesso leggeremo il resoconto integrale. Entrambi hanno detto la loro posizione. I commissari non hanno sollevato esigenze di nuove audizioni». Si passerà poi a “studiare, approfondire, mettere a confronto le dichiarazioni del presidente Conte e della presidente Meloni, e poi formarsi un’idea sugli atti parlamentari e tutto ciò che abbiamo a disposizione della commissione. Successivamente redigeremo la nostra relazione da presentare entro il 9 febbraio. La relazione secondo l’articolo 58 non è soggetta né a discussione né a votazione: viene letta in Aula e l’Aula ne prende atto”. La relazione, sottolinea Mulè, “tecnicamente non è una sentenza. Il Giurì è chiamato a dichiarare la fondatezza o meno di alcune espressioni che sono state utilizzate dalla presidente Meloni e che il presidente Conte ritiene essere false e non veritiere false. Il Giurì giudica se è fondato o non è fondato quanto detto in Aula”, inoltre il riferimento al “favore delle tenebre”, ha aggiunto Mulè ai giornalisti, “è uno degli elementi usati dalla presidente del Consiglio in Aula in un discorso più ampio che riguardava il Mes e tutto quello che c’era intorno al processo validazione del Mes”.Dopo l’audizione l’ex premier Giuseppe Conte ha dichiarato ai giornalisti: «l’attività presso il Giurì d’onore è secretata, quindi le dichiarazioni rilasciate rimangono segrete da parte mia. Però ho chiesto l’attivazione di questo Giurì d’onore perché ritengo che sia un istituto parlamentare di salvaguardia in ipotesi estreme in cui ci siano dichiarazioni false e menzognere che oggettivamente offendono l’onore e la reputazione non solo mio personale ma anche del mio governo rispetto a tutta l’attività di confronto trasparente, puntuale, fatto con il Parlamento quindi con tutti i cittadini. Mi rimetto ovviamente alle valutazioni che faranno i colleghi deputati, verso i quali ho pieno rispetto e piena fiducia. Io voglio giustizia». Conte probabilmente durante l’audizione ha illustrato tutti i documenti che dimostrano il suo agire non “con il favore delle tenebre” dato che durante la sua presidenza, tra comunicazioni e informative urgenti in materia di Mes e del procedimento di rafforzamento dell’unione bancaria e monetaria, si è presentato 14 volte alle Camere. Numero che arriva fino tra 30 e 40, secondo gli analisti, se si considerano a livello di governo anche le audizioni in commissione e in Aula fatte dai ministri competenti, Giovanni Tria e Roberto Gualtieri. E, aggiunge Conte, “all’interno di tutti questi passaggi, viene fatto notare, la deputata Meloni era presente in Aula”.

di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/MASSIMO PERCOSSI