Dai piani fisico e spirituale al piano digitale, la ricerca della vita immortale prosegue con i “deadbot”: nulla di veramente nuovo, se non la tecnologia

La pianta di Gilgameš, l’edenico albero della vita, la divina ambrosia, la battesimale acqua di vita eterna, gli accordi mefistofelici, la pietra filosofale, l’elisir di lunga vita, la fonte dell’eterna giovinezza. Poiché l’essere umano è l’unico essere vivente che, vedendo morire i propri simili, acquista consapevolezza sul proprio destino, la sua storia è strettamente legata a quella della ricerca dell’immortalità, propria e dei propri cari. Una dinamica che nel XXI secolo ha abbandonato la fisicità e la spiritualità per abbracciare una natura sempre più digitale.

Le tue storie e la tua voce. Per sempre”. Recita così il pay-off di HereAfter, un’applicazione di intelligenza artificiale – presentata come “memoria interattiva” – disponibile sulle principali piattaforme. L’app è stata sviluppata da James Vlahos a partire dal suo “Dadbot project”: dopo la diagnosi di cancro terminale ricevuta dal padre, decise di raccogliere la storia della sua vita e creare una versione digitale da “conservare” dopo la morte. Il funzionamento di HereAfter (al momento disponibile solo in lingua inglese e solo in determinati Paesi, non in Italia) è semplice: si scarica l’applicazione e grazie all’aiuto di un intervistatore virtuale si registrano, a voce o per iscritto, storie e ricordi della propria vita, con la possibilità di allegare delle foto; il materiale raccolto viene messo a disposizione dei propri cari, da subito o una volta lasciato il mondo terreno, sotto forma di autobiografia digitale, un proprio sé a cui le generazioni future possono rivolgersi e di cui possono sentire la voce per sempre (o quasi, in base all’abbonamento che si sottoscrive).
Tutt’altra genesi e tutt’altri scopi aveva, alle origini, Project December. A crearlo è il programmatore Jason Rohrer esplorando le potenzialità dei sistemi di intelligenza artificiale Gpt-2 e Gpt-3 di OpenAl (modelli linguistici di grandi dimensioni). In particolare rende Gpt-3, il cui accesso era limitato ai beta tester privati, disponibile al grande pubblico su un sito chiamato, appunto, Project December in cui per soli cinque dollari ogni 1.000 crediti chiunque può intrattenere conversazioni in stile chat con un’intelligenza artificiale, scegliendo tra una gamma di chatbot già integrati o creando delle specifiche personalità. La “svolta” arriva quando un utente, Joshua Barbeau, crea una “persona” ispirandosi alla sua ex fidanzata Jessica, morta 8 anni prima per una rara malattia epatica, e riporta una parte della conversazione su Reddit, raccontando la sua esperienza e attirando l’attenzione di altri utenti e dello stesso Rohrer. È così che il Project December si sdoppia in “Classic” e “Simulate The Death”, “il primo sistema al mondo” basato su una tecnologia in attesa di brevetto che sfrutta l’intelligenza artificiale in uso su uno dei computer più sofisticati al mondo per “simulare una conversazione scritta con chiunque”, “incluso qualcuno non più in vita”. 

HereAfter e Project December sono solo due esempi di un fenomeno che in Oriente, e in particolare in Cina, ha già preso piede e cresce a dismisura: quello della cosiddetta “immortalità digitale”. Già da diversi anni l’industria cinese dell’AI ha intrapreso un percorso di espansione verso il mercato dei “digital human”, un mercato che nel 2022 valeva 12 miliardi di yuan (oltre un miliardo e mezzo di euro) e che sembrerebbe destinato a quadruplicare il suo valore entro il 2025. Sono molte le realtà che lavorano in tal senso – una tra tutte il colosso Baidu – e dopo aver influenzato il mercato del lavoro, con sempre maggiori assunzioni di lavoratori digitali per i più disparati compiti (assistenza clienti, anchorman e anchorwoman, cantanti virtuali, influencer, per dirne qualcuno), si stanno rivolgendo al settore potremmo dire del lutto, certamente più delicato ma forse anche più redditizio, tanto da spingere anche gli operatori funebri a integrare “servizi” che virano in questa direzione.

Deadbot” e “griefbot” sono solo alcuni dei nomi che hanno assunto questi prodotti dell’artificio umano: si tratta di bot e chatbot che, sfruttando l’AI, possono assumere le sembianze, le voci, i tratti della personalità, lo “stile” dei defunti, “riportandoli in vita”, spesso a costi irrisori o quasi (si passa da centinaia a migliaia di dollari a seconda della sofisticatezza del servizio), a beneficio dei vivi, amici o parenti. Perché una tale innovazione abbia avuto così tanta presa sul popolo cinese non è difficile da intuire. Mettendo da parte la nota spinta del Governo allo sviluppo dell’AI, la motivazione va ricercata nel modello culturale: il culto degli antenati, e in particolare la pietà filiale, è uno dei principali valori della morale cinese tradizionale ed elemento fondamentale del Confucianesimo. Tale culto si esplicita, ad esempio, nell’allestimento di altari in onore dei defunti, nelle preghiere ai defunti, nelle festività dedicate, come la festa del Qingming – detta anche “Giorno degli Antenati” o “Giorno della Pulizia delle Tombe” – che si celebra 104 giorni dopo il solstizio d’inverno. Da non dimenticare, poi, l’aspetto più umano, che non fa distinzione geografica, etnica o culturale: il dolore per la perdita di una persona cara.

È proprio quel dolore che può spingere chiunque di noi a cercare nella tecnologia una consolazione, un’ultima opportunità di “parlare” con la persona persa, ma si tratta di una scelta che comporta dei rischi. A livello individuale, secondo numerosi psicologi che hanno analizzato il fenomeno, il principale pericolo è quello di elaborare il lutto in modo confusionario e stressante, fino a far diventare il contatto con il defunto (o meglio, con la sua versione digitale) un peso emotivo. A livello più ampio, inoltre, questi prodotti presentano dei rilevanti limiti. Da un punto di vista tecnologico sono ovviamente “legati” ai modelli di AI e di LLM (Large Language Model), sviluppati sì ma non tali – almeno oggi – da rendere ogni sfaccettatura della persona che si tenta di ricreare, in primis la lingua. Da un punto di vista etico, invece, la questione è ancora più complessa e si basa soprattutto sui concetti di consenso, responsabilità, privacy e tutela: può una persona ricreare un defunto senza il suo consenso? Può una persona ricreare un defunto senza il consenso dei familiari? Quando l’uso di materiale multimediale (audio, foto, video) per un tale scopo è considerato violazione della privacy? Chi si assume la responsabilità di quello che il bot fa e dice? Chi è responsabile degli effetti che tali strumenti hanno sulla salute mentale dei soggetti più fragili?

I quesiti potrebbero continuare all’infinito ma al momento, ahinoi, mancano le risposte. A uno, tuttavia, potremmo tentare di rispondere: ricercare in “qualcosa” una persona scomparsa o, al contrario, voler lasciare qualcosa per essere ricordati per sempre, al netto delle modalità, è un fenomeno così nuovo? No, non davvero. I “deadbot”, dunque, sono solo l’evoluzione naturalmente tecnologica (si perdoni l’ossimoro) di una tendenza squisitamente umana che in fin dei conti è sempre esistita? Sì, osiamo rispondere.