Dopo oltre un anno dalla morte di Jina Masha Amini in Iran, nonostante la repressione, continuano le proteste. Ne è un esempio Narges Mohammadi, Nobel per la pace 2023

È il 13 settembre 2022, stai trascorrendo qualche giorno di vacanza con la tua famiglia, hai 22 anni, sei appena stata ammessa all’Università dove studierai Giurisprudenza, hai sogni, ambizioni, speranze e progetti. Qualche ciocca dei tuoi capelli scuri esce dal tuo hijab, o almeno è quello che sostiene la polizia morale che ti ha appena fermata giudicando il tuo velo troppo allentato. Ti portano in una stazione di polizia. Sai cosa ti aspetta, o almeno lo immagini. È quello che succede alle donne che non seguono alla lettera la legge che dagli anni ‘80 determina come si debbano vestire. Passano tre giorni e vieni dichiarata morta. Sei Jina Masha Amini e la tua storia sta per dare il via a un’ondata di proteste come l’Iran non vede da molti anni.

La vicenda di Amini diventa nota grazie alla sua famiglia che, da subito, denuncia quanto accaduto. Il fratello racconta di aver sentito delle grida provenire dal centro di detenzione di Vozara dove è stata portata la 22enne, e di averla vista uscire in ambulanza per essere trasportata nell’ospedale Kasra di Teheran, dove muore dopo tre giorni di coma.

Dal primo momento la famiglia, insieme alle organizzazioni per i diritti umani, imputa alle “Pattuglie dell’Orientamento”, la polizia morale, la morte della giovane – come avrebbe dimostrato un gruppo hacker il 19 settembre 2022 diffondendo una tac della ragazza che mostra una frattura del cranio – sostenendo siano state le percosse subite a ucciderla, mentre secondo la versione ufficiale sarebbe morta per un infarto. Il fratello, Kiaresh, che riesce a visitare Amini durante il ricovero, dice di aver notato lividi su testa e gambe, alcuni medici sostengono che la morte sia ascrivibile a una lesione cerebrale e secondo diversi testimoni oculari la giovane sarebbe stata picchiata e avrebbe battuto la testa.

Da subito si riversano in strada fiumi di persone che protestano per la morte di Amini e cercano di rovesciare il regime teocratico. Il 17 settembre, giorno del funerale a Saqqez, sua città d’origine del Kurdistan iraniano, gli scontri con la polizia provocano un morto e decine di feriti, due giorni dopo scendono in piazza gli studenti e le studentesse di tre università di Teheran. Lo slogan che si lega alle proteste è quello coniato dal leader curdo Abdullah ÖcalanJin, Jiyan, Azadî”, “donna, vita, libertà”. Come spiega la giornalista e regista Benedetta Argentieri a Tpi, “viene dal Movimento di liberazione delle donne curde. È stato urlato per la prima volta nelle strade del Rojava, ed è stato usato molto nella battaglia contro l’Isis, durante la quale le donne dello Ypj lo urlavano a ogni vittoria. Poi si è sparso in tutto il mondo”. Il leader curdo “parla della donna come prima colonia” e il fatto che Amini sia una donna curda è un particolare da non sottovalutare, dato che proprio dal Kurdistan sono partite le proteste che poi hanno trovato la solidarietà internazionale, mentre nel Paese sono state represse nel sangue, secondo l’ong Iran Human Rights da settembre a dicembre 2022 sono almeno 476 le persone uccise dalle forze di sicurezza iraniane.

Durante le proteste molte donne si sono tolte l’hijab e tagliate pubblicamente i capelli; nel cortile del carcere di Evin, dove è costretta da anni, anche Narges Mohammadi ha compiuto un gesto di protesta simile, riuscendo – insieme ad altre tre detenute – a dare fuoco al velo il 16 settembre 2023, a un anno dalla morte della 22enne. Mohammadi, in carcere dal 2015 – dopo altre incarcerazioni che si susseguono sistematicamente dal 2010 – è la vicepresidente del Centro dei Difensori dei Diritti Umani ed è stata condannata dai tribunali iraniani per le sue lotte contro l’obbligo del velo e contro la pena di morte. Il 6 ottobre 2023 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace per la sua “lotta contro l’oppressione delle donne e l’incessante battaglia, con costi personali enormi, per favorire i diritti umani e la libertà per tutti”. L’attivista iraniana inoltre ha gravi problemi di salute, scrive Amnesty International: «soffre di embolia polmonare e un disturbo neurologico che le provoca convulsioni e paralisi parziale temporanea. I suoi familiari chiedono che sia scarcerata per motivi di salute o, almeno, che possa trascorrere in ospedale tutto il periodo post-operatorio necessario». Dal carcere, dopo la notizia del Nobel, Mohammadi scrive una lettera a France Presse sostenendo che “il movimento ‘Donna, Vita, Libertà’ ha accelerato il processo di democrazia, che ora è irreversibile”. Al movimento, insieme a Jina Mahsa Amini, viene conferito il Premio Sakharov 2023 per la libertà di pensiero dal Parlamento europeo. La presidente Roberta Metsola spiega: «il Parlamento europeo è fiero delle donne coraggiose e audaci che continuano a lottare per l’uguaglianza, la dignità e la libertà in Iran. Siamo con coloro che, anche dal carcere, continuano a mantenere in vita il movimento “Donna, vita e libertà”». Nei giorni subito precedenti la premiazione alla famiglia Amini vengono ritirati i passaporti, impedendo così di raggiungere Strasburgo nonostante i regolari visti di espatrio. Alla cerimonia di premiazione nell’emiciclo del Parlamento europeo partecipano l’avvocato della famiglia, Saleh Nikbakht, e l’attivista Mersedeh Shahinkar che afferma: «dopo che oltre 500 persone sono state uccise e centinaia imprigionate e torturate oggi siamo qui a rappresentare tutte le donne iraniane. Siamo stanche del regime, io e molte donne come me abbiamo scelto di combatterlo, ma siamo in pericolo di vita ogni giorno. Vogliamo libertà, parità tra uomini e donne e invece il regime islamico ci tratta da schiavi».

Anche alla premiazione del Nobel la sedia della vincitrice è vuota. A ritirare il premio sono i figli dell’attivista, Ali e Kiana Rahmani, insieme al marito Taghi Rahmani. Durante la cerimonia i gemelli 17enni leggono un discorso scritto da Mohammadi che condanna il “regime religioso tirannico e misogino” iraniano, assicurando di essere fiduciosa “che la luce della libertà e della giustizia risplenderà luminosamente sulla terra d’Iran. In quel momento, festeggeremo la vittoria della democrazia e dei diritti umani sulla tirannia e il totalitarismo e l’inno del trionfo del popolo sulle strade d’Iran risuonerà in tutto il mondo”.

A oltre un anno dalla morte di Jina Masha Amini e dallo scoppio delle proteste, nonostante l’impegno internazionale profuso nel tenere alta l’attenzione, le voci delle donne che si sono opposte al regime vengono soffocate nel sangue, secondo i dati di Amnesty International nel Paese “la risposta delle autorità è stata feroce: abbiamo raccolto le prove di centinaia di uccisioni illegali, decine di migliaia di arresti arbitrari, torture, stupri delle detenute, intimidazioni nei confronti delle famiglie delle vittime della repressione”.

Nonostante le atrocità le donne continuano a scendere in strada e gridare lo slogan “donna, vita, libertà” combattendo la loro lotta contro l’oppressore. Affamate di libertà e di disobbedienza civile, dato che, come scriveva Oriana Fallaci, “il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza”.