Come la tecnica del salto in alto cambiò per sempre grazie all’idea di un giovane studente di ingegneria
“Il peggior saltatore di tutti i tempi”: così Dick Fosbury veniva chiamato dai suoi compagni di scuola che lo ritenevano la “schiappa” della squadra di atletica leggera. Effettivamente Fosbury, classe 1947, era tutt’altro che un fenomeno del salto in alto ma grazie ai suoi studi ingegneristici si accorse che sollevando le anche le spalle arretravano e la schiena scavalcava con più facilità l’asticella. Ebbe quindi un’intuizione che gli valse la carriera: iniziò a saltare al contrario, mettendosi contro quella che era la tecnica utilizzata da tutti, lo scavalcamento ventrale (vale a dire l’oltrepassare l’ostacolo con il ventre rivolto verso l’asta). Le prestazioni del giovane altista migliorarono giorno dopo giorno e a soli 16 anni presentò al pubblico quello che diventò il suo modo di saltare l’asticella: il “Fosbury flop”, tecnica con la quale l’altista scavalca l’asticella rovesciando il corpo all’indietro e cadendo sulla schiena.
Questa tecnica, in realtà, era già stata usata da due atleti canadesi negli anni precedenti ma senza grandi successi. Soltanto Fosbury riuscì a farla conoscere al mondo e oggi è l’unica usata a livello agonistico. «Quando il bilanciere ha raggiunto un’altezza che non avevo mai raggiunto prima, ho capito che dovevo fare qualcosa di diverso. Ho iniziato a cambiare posizione del mio corpo: man mano che il bilanciere si alzava, passavo da una posizione seduta a un’altra più sdraiata sulla schiena. Ho migliorato il mio record e sono arrivato quarto nella competizione. È stato il clic», ha spiegato Fosbury nel 2018 raccontando della sua partecipazione al meeting di Grant’s Pass in Oregon nel 1963. Lì mise a punto per la prima volta il suo stile e superò 1,70 m, 1,76 m e 1,82 m.
Con il tempo perfezionò il suo salto e con la casacca arancione dei Beavers, la squadra della Oregon State University, vinse il titolo NCAA e si qualificò alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. «Il ragazzo si romperà il collo», dicevano. Nessuno credeva in lui tanto che diverse persone lo compararono ad “un pesce appena pescato che si dimena sul fondo della barca”.
Il 20 ottobre del ’68, nella gara che lo portò alla vittoria dei Giochi, il “ragazzetto impacciato” indossò due scarpe di colore diverso. Fu lui stesso a spiegare la motivazione della scelta: «la destra di quel colore mi dava una spinta verso l’alto superiore rispetto a un altro tipo di calzatura». Così con addosso calzettoni, pantaloncini corti e aprendo e stringendo in maniera compulsiva i pugni, iniziò ad avanzare verso l’asticella disegnando una particolare traiettoria con la rincorsa. I primi salti causarono risatine tra il pubblico che però si spensero in pochissimo tempo e vennero sostituite da espressioni di ammirazione e sorpresa. Quel giorno Fosbury portò a casa la medaglia d’oro stabilendo il nuovo record con un’altezza di due metri e 24 centimetri e battendo Ed Caruthers, il connazionale uscito dalle Olimpiadi di Tokio di quattro anni prima con una splendida performance. «Una volta che ero in aria, potevo sentire lo spazio tra il mio corpo e l’asticella – raccontò l’altista in seguito. – Sapevo di aver superato l’asticella più alta della mia vita. L’intero stadio è esploso, è stato un grande momento. Non lo dimenticherò mai».
Dopo quell’enorme successo, che cambiò letteralmente la storia del salto in alto, Dick Fosbury si ritirò e non partecipò ai Giochi Olimpici di Monaco di Baviera. Decise infatti di abbandonare lo sport e la popolarità per dedicarsi allo studio. Nel 1981 venne inserito nella National Track & Field Hall of Fame, un museo gestito da The Armory Foundation in collaborazione con USA Track & Field, che si trova all’interno dell’ex Armeria di Fort Washington Avenue.
Dick Fosbury è morto il 6 marzo 2023 a causa di un tumore del sistema linfatico. Aveva 76 anni. A comunicarlo è stato il suo agente Ray Schulte tramite un post su Instagram: «è con il cuore pesante che devo annunciare che l’amico e cliente di lunga data Dick Fosbury è morto pacificamente nel sonno domenica mattina presto dopo una breve recidiva di linfoma. Dick mancherà moltissimo agli amici e ai fan di tutto il mondo. Una vera leggenda e amico di tutti», ha scritto.
L’idea rivoluzionaria dell’altista statunitense cambiò in maniera radicale anche il salto in alto femminile consentendo alle donne di arrivare ad altezze inimmaginabili prima d’allora. Un esempio italiano straordinario è la veronese Sara Simeoni, campionessa olimpica a Mosca 1980 e primatista mondiale del salto in alto. L’ex altista azzurra in un’intervista ha ricordato Fosbury con queste parole: «è stato fondamentale. È stato un personaggio che ha dato una svolta non solo al salto in alto ma al movimento dell’atletica e dello sport in generale. Con questo stile hanno dovuto cambiare i regolamenti perché fino a quel momento non si poteva superare l’asticella con il capo per primo. Magari si prestava alla derisione, ecco, rispetto all’altro stile che era considerato molto più serio. Dove collocherei Fosbury nel Pantheon dell’atletica? Sicuramente lo metterei al primo posto».
Anche il “rivale” Giacomo Crosa, giornalista ed ex saltatore italiano che prese parte ai Giochi Olimpici di Città del Messico, ha fatto un salto indietro nel tempo per ricordare il suo avversario: «eravamo coetanei, entrambi del 1947. Due dilettanti, due giovani alla ricerca di un futuro sulla pedana della finale olimpica del salto in alto, a Città del Messico. Quel 20 ottobre del 1968 cominciai a osservarlo soltanto dopo aver finito di saltare, dopo aver fatto nuovamente il record italiano a 2,14. Fu allora che mi accorsi per la prima volta del Picasso che avevo davanti: le mani che si aprivano e chiudevano a pugno, la sua pelle bianca diventava ancora più bianca, lo sguardo fisso sull’asticella, l’eleganza della sua corsa e il valicamento…di schiena. Pulito ed elegante come un dipinto».
Dopo Fosbury, passarono quattro anni prima che un altista riuscisse a realizzare un nuovo record del mondo adoperando il suo stile. Fu l’americano Dwight Stones a farlo: saltò 2,30 m proprio alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel 1973. Attualmente il record di salto più alto eseguito con questa tecnica appartiene all’atleta cubano Sotomayor, che raggiunse i 2,45 m durante le Olimpiadi del 1989.
«Pensavo che dopo aver vinto l’oro, uno o due saltatori avrebbero iniziato a usarlo, ma non ho mai pensato che sarebbe diventata la tecnica universale», raccontò Fosbury nel 2012. Invece, in quella strana Olimpiade ricca di record, svoltasi a 2.300 metri sopra al livello del mare e dove per la prima volta i vincitori furono costretti a test antidoping, il nome di Dick Fosbury trovò lo slancio per rivoluzionare la storia dell’atletica leggera.