La storia della celebre kermesse musicale californiana, dagli esordi in sordina a incubatore di tendenze

Il sole, le palme, il caldo (torrido), il deserto. Indio, nella Coachella Valley, nelle lande desolate e desertiche della California, attraversata dalla Faglia di Sant’Andrea, sembra il posto meno adatto a organizzare un festival musicale che ha l’obiettivo di riunire migliaia di persone. E invece, da quasi 25 anni, è la sede del Coachella Valley Music and Arts Festival, una delle kermesse statunitensi più note al mondo, diventata evento imperdibile per gli amanti della musica e della moda, una calamita per le celebrità, con biglietti il cui costo arriva a cifre da capogiro. La manifestazione musicale, però, agli esordi si presentava in modo diverso.

Partiamo dall’inizio. Il nome Coachella deriva dal serpente simbolo di Città del Messico.La prima edizione si svolse nel 1999, tre mesi dopo Woodstock ’99, il disastroso festival voluto per celebrare i 30 anni dell’iconica manifestazione del 1969. L’idea fu di Paul Tollett e Rick Van Santen, proprietari della compagnia Goldenvoice, ma a scoprire la location furono, nel 1993, i Pearl Jam. La band di Seattle, come gesto di protesta nei confronti di Ticketmaster e del rincaro dei biglietti, decise di organizzare un concerto, supportato proprio dalla Goldenvoice, fuori dal circuito tradizionale, all’Empire Polo Club,che ospita campi da polo per un totale di 600 acri.

Si arriva, così, alla prima edizione della kermesse, nell’ottobre del ’99. L’idea di Tollett e Van Santen, ispirata ai grandi festival europei come Glastonbury e Reading, era quella di presentare una line up che spaziasse dal rock all’hip hop all’elettronica. Tanti i grandi nomi che si avvicendarono sul palco dell’Empire Polo Club, dai Massive Attack a Beck, dai Rage Against the Machine ai Chemical Brothers, fino ai Tool, agli A Perfect Circle, a Moby e a Ben Harper. Il biglietto costava 50 dollari – lontani dai 429 odierni –, il parcheggio e le bottigliette d’acqua erano gratis. Nonostante questo, quella prima volta fu un fiasco, tanto che gli organizzatori decisero di prendersi una pausa di un anno e ritornare con una seconda edizione nel 2001 con Iggy Pop, i Sigur Rós, i Jane’s Addiction, i Blonde Redhead e i Dandy Warhols.

È con la terza edizione del 2002, però, che la ruota comincia a girare. La data viene spostata ad aprile, il costo del biglietto aumenta e sul palco arrivano Björk, Siouxsie and the Banshees, iFoo Fighters, i Queens of the Stone Age e gli Strokes. E arriva anche il grande successo di pubblico e critica. Nel 2004 la svolta: per la prima volta i biglietti vanno sold out grazie ai Radiohead e 110mila persone accorrono a Indio per vedere i Pixies, i The Cure, i Muse, i Mogwai, tra gli altri.

Una delle caratteristiche del Coachella è quella di essere teatro delle reunion di band che hanno fatto la storia della musica. Non solo i già citati Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees e i Pixies, negli anni il festival californiano ha “riunito” (anche se solo temporaneamente, in alcuni casi) gli Stooges (con Iggy Pop), i The Jesus and Mary Chain, i Guns N’ Roses e le Destiny’s Child.

Con il passare del tempo e l’emergere di nuove realtà musicali, il cast della manifestazione è diventato sempre più eterogeneo e variegato, fino a ospitare celebri star mondiali come Lady Gaga, Beyoncé, Ariana Grande, Amy Winehouse e i Måneskin. Gli headliner dell’edizione 2023, svoltasi tra il 14 e il 16 aprile e il 21 e 23 aprile sono stati il rapper Bad Bunny, la girl band K-Pop Blackpink e il cantautore Frank Ocean. Insieme a loro hanno infiammato l’Empire Polo Club tra gli altri, i Gorillaz, Björk, Rosalía, Charlie XCX e Yungblud.  Per la prima volta, inoltre, il pubblico di tutto il mondo ha potuto assistere, anche se da lontano, alle performance: l’evento è stato trasmesso in streaming su YouTube. Una line up internazionale, affresco delle sonorità contemporanee ma anche dei fashion trend.  

Negli anni, infatti, il Coachella non solo si è allargato ad altre arti, come la scultura e le installazioni, ma anche alla moda, diventando il centro di gravità di nuove tendenze, potenzialmente globali, scrutate dalle grandi maison. Ad aprile l’Empire Polo Club diventa – anche – una passerella glamour a cielo aperto in cui le celebrità sfoggiano i loro look e i loro make up ispirati a quello che in seguito è stato definito “Coachella Style”: un mix di ispirazioni hippie, boho e cowboy. Lo stile Coachella è diventato una vera e propria estetica, tanto che alcuni brand come H&M hanno lanciato delle capsule collection espressamente dedicate al festival, con shorts, maxi abiti, frange ovunque e cappelli da cowboy. Tanti anche i party e le iniziative collaterali sponsorizzati dalle griffe: nel 2022, ad esempio, ci sono stati un temporary shop Fiorucci e una ruota panoramica brandizzata Levi’s.

Il Coachella, quindi, è ormai assunto a fenomeno di costume di portata mondiale a suon di musica ma anche di hashtag, diventando una vetrina non solo per gli artisti musicali, ma per chiunque voglia avere la consapevolezza, o l’illusione, di esserci, qui e ora.

BOX – Il Coachella non è un rave

Nell’immaginario comune il Coachella Festival è diventato sinonimo – o quasi – di rave party, forse per la location (un campo sconfinato), forse per il numero di giornate in cui si svolge, forse per i look, o forse perché ne ha mutuato alcuni aspetti, ma i rave sono, in realtà, una manifestazione musicale e culturale differente. Nati alla fine degli anni Ottanta in Gran Bretagna, poi diffusi nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, i “free parties”, o rave, sono eventi autogestiti, dall’accesso gratuito, che si tengono volutamente fuori dai luoghi convenzionali destinati agli eventi musicali, come aree industriali abbandonate o grandi spazi all’aperto, la cui durata può variare da uno a più giorni, e che prevedono performance di artisti non musicali, spesso giocolieri. I rave sono strettamente legati alla musica techno, goa, acid house, drum and bass, jungle e psy-trance, che diventa espressione di un nuovo tipo di aggregazione giovanile. Originariamente, le feste rappresentano pratiche di culture alternative, in un contesto storico di acute difficoltà economiche e crescente disagio sociale. Nascono, così, le sottoculture dei travellers e degli squatters che reagiscono alla progressiva erosione del tenore di vita delle classi sociali più povere e al caro affitti adottando uno stile di vita nomade (i travellers) o occupando edifici dismessi (gli squatters). È su tali presupposti che nasce il mondo dei rave, che danno concretezza all’esigenza di riappropriarsi dello spazio pubblico e di creare un’area autogestita, che sfugga al controllo sociale e alle politiche considerate repressive. Il concetto alla base è quello della zona temporaneamente autonoma o TAZ (dall’inglese Temporary Autonomous Zone) introdotto dal filosofo, scrittore e anarchico Hakim Bey,che descrive la tattica sociopolitica del creare una dimensione appunto, temporanea, avulsa dalle istituzioni, priva di qualunque gerarchia per rivendicare la libertà individuale e costruire un nuovo sistema di relazioni sociali. L’esplosione del fenomeno ha luogo negli anni Novanta, quando si diffondono i sound system (l’impianto formato da casse, nati negli anni Cinquanta in Giamaica) a gestione collettiva che radunano un numero sempre più ampio di persone, che vengono a sapere dei party dai “flyer”, i volantini (oggi tramite le app di messaggistica). Ciò che balza maggiormente agli onori delle cronache è l’associazione tra rave e uso di droghe, che spesso viene presentata come aspetto preponderante di un mondo più complesso e sfaccettato. Negli anni l’uso del termine “rave” ha perso gran parte della connotazione politica, venendo applicato anche a eventi più mainstream.

BOX – Legalità e illegalità

In Europa sono stati disposti dei requisiti minimi da rispettare per poter organizzare un rave. Non c’è, però, una normativa unica, le restrizioni e le sanzioni dipendono non solo dai singoli Stati ma anche dalle singole regioni. Negli Stati Uniti i rave vengono equiparati ai concerti e, quindi, non sono illegali, a patto che venga presentata una licenza commerciale (“business license”), un’autorizzazione da parte della città e del proprietario del luogo in cui si svolge, una polizza di assicurazione, i moduli per la riscossione delle tasse sui biglietti e i diritti sui brani musicali. Il rave viene considerato illegale quando vi è l’occupazione non autorizzata di edifici, allacci elettrici abusivi, la presenza di stupefacenti di ogni tipo, (tranne la marijuana, dove permessa) e il volume troppo alto.  Si tratta, infatti, di singole circostanze che costituiscono singoli reati perseguibili. In Italia ha fatto molto discutere il cosiddetto “decreto anti rave”, voluto dal governo Meloni, che punisce con una pena da tre a 6 anni e una multa da 1.000 a 10mila euro chi “organizza e promuove l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici e privati, al fine di realizzare un raduno musicale o avente altro scopo di intrattenimento” quando “dall’invasione deriva un concreto pericolo” per la salute o l’incolumità pubblica a causa dell’inosservanza delle norme su droga, sicurezza e igiene. Il decreto, criticato da più parti, è stato infatti modificato, riscrivendo il testo e cambiando il numero dell’articolo, non più il 434 bis ma il 633 bis, escludendo le manifestazioni pubbliche e quelle degli studenti.