La kermesse musicale più vista al mondo è stata spesso oggetto di critiche ma a ben guardare nasconde molto di più, come i delicati equilibri internazionali e l’esercizio del soft power

Trash, obsoleto, effimero. Negli ultimi 67 anni un preconcetto si è aggirato per l’Europa (e non solo, e ancora resiste) in merito all’Eurovision Song Contest(ESC), la manifestazione musicale internazionale tra i programmi televisivi più longevi di sempre. Nonostante la nomea poco lusinghiera, l’Eurovision è un evento seguito in tutto il mondo: il concorso viene trasmesso a livello europeo in diretta televisiva e radiofonica sui canali principali e secondari dei membri dell’UER (Unione europea di radiodiffusione, EBU in inglese) nonché attraverso il network Eurovisione, e a livello globale, in Australia, Stati Uniti, Canada e Cina.

Tacciato, soprattutto in passato, di proporre canzoni dalla qualità dubbia, l’Eurovision in realtà non è solo uno show che punta al sensazionalismo della messa in scena, categoricamente apolitico – come prevede il regolamento – ma nasconde un mondo molto più ampio, composto dal legame tra canzoni e soft power dall’alto, tra musica ed emancipazione dal basso. Sotto la coltre di kitsch (non necessariamente negativa e deleteria come viene spesso presentata) c’è il riflesso degli equilibri e squilibri geopolitici non solo europei ma mondiali.

Un esempio è l’edizione del 2023, che si è svolta a Liverpool, in Inghilterra: l’Ucraina, vincitrice l’anno precedente con Stefania della Kalush Orchestra non ha potuto ospitare l’evento a causa del conflitto con la Russia, quindi si è deciso di organizzare il concorso nel Regno Unito, secondo Paese classificato nel 2022 con Sam Ryder. Le tre serate sono state una collaborazione in tutto e per tutto tra le emittenti di Londra e Kiev, a cominciare dalle conduttrici e dal commentatore: la cantante ucraina Julija Sanina, leader della band The Hardkiss, l’attrice Hannah Waddingham, la cantante Alesha Dixon e il presentatore Graham Norton per la parte britannica. Alcuni outfit delle presentatrici richiamavano i colori della bandiera ucraina, giallo e blu; durante le due semifinali si sono esibiti artisti ucraini che hanno fatto la storia della manifestazione, mentre la finale si è aperta con l’esibizione della Kalush Orchestra insieme ad artisti britannici come il compositore Andrew Llyod Webber, la cantautrice Joss Stone, Bolt Strings, il Ballet Black e, a sorpresa, Kate Middleton, che ha accompagnato al piano la band in un passaggio di Stefania. La partecipazione della principessa del Galles era stata registrata alla Crimson Drawing Room del Castello di Windsor. “Assente”, invece, il videomessaggio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky per volere dell’organizzatore: secondo l’EBU, infatti, la sua presenza avrebbe “violato le regole dell’evento”, ossia la sua “natura non politica”. Kiev ha, però, smentito, sostenendo che Zelensky non ha mai contattato gli organizzatori dell’ESC.

La Russia, come nell’edizione 2022, è stata esclusa dalla gara. Il regolamento vieta le dichiarazioni strettamente politiche, ma soprattutto quest’anno, come era naturale che fosse, hanno gareggiato canzoni con un forte messaggio pacifista. Tra queste la Cechia (nuova denominazione ufficiale della Repubblica Ceca), rappresentate dalle Vesna, una band composta da 6 polistrumentiste di nazionalità differenti (tre sono ceche, una slovacca, una bulgara e una russa). Il loro brano My Sister’s Crown – cantato in tre lingue diverseè stato descritto come un inno femminista che invita alla sorellanza: il ritornello in ucraino esprime solidarietà alla popolazione ucraina. A invitare alla pace ci ha pensato anche Remo Forrer dalla Svizzera con la sua ballad classica Watergun, ma il pezzo più politico di questo ESC sembrerebbe essere Mama ŠČ! della band croata Let 3. I componenti sono arrivati sul palco vestiti da dittatori (per poi uscirne letteralmente in mutande) e, citando Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, hanno cantato di una mamma che compra un trattore, coccodrilli, e di uno “psicopatico”: ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti potrebbe essere puramente casuale, ma secondo alcuni commentatori i riferimenti in questione sarebbero a Vladimir Putin e al presidente bielorusso Alexander Lukashenko.

Non solo brani a sfondo politico o quasi ma anche e – soprattutto – brani d’amore, come quello della nazione vincitrice, la Svezia. Tattoo di Loreen è una power ballad dalla costruzione molto classica, nel testo e nell’arrangiamento, valorizzata dalla vocalità potente e dall’interpretazione ricca di pathos della cantante svedese. Alla vittoria hanno fatto seguito diverse accuse di plagio: secondo alcuni la canzone ricorderebbe molto The winner takes it all dei connazionali ABBA, ma anche Flying Free dei dj Marc Escudero e Ruben Moreno per Point Aeri (famoso club spagnolo), o V Plenu della cantante ucraina Mika Newton, se non addirittura Fatti avanti amore di Nek. Nonostante le polemiche, Tattoo ha raggiunto il secondo posto della APC Chart, classifica dei brani più scaricati e acquistati nell’Unione Europea, nel Regno Unito, in Norvegia e in Svizzera. Nella Top Ten troviamo anche Cha Cha Cha del secondo classificato Käärijä, rappresentante della Finlandia.

Al terzo posto si è classificato Israele con Unicorn di Noa Kirel, al quarto l’Italia con Due vite – accorciata e riarrangiata – di Marco Mengoni. Il vincitore della 73esima edizione del Festival di Sanremo ha incantato il pubblico della Liverpool Arena e gli spettatori ed è riuscito, letteralmente, a mettere d’accordo tutti: dalla giuria ha ricevuto 176 punti, dal televoto 174, e ha ottenuto i famosi “12 points” – il massimo attribuibile dai giurati – da cinque Paesi, compreso San Marino (evento che sui social ha fatto gridare al miracolo e ha posto fine alla leggenda metropolitana e digitale secondo la quale il Paese “non ci vota mai”). Mengonisi è aggiudicato il Marcel Bezençon Composer Award per la miglior composizione, assegnato dagli autori dei brani in concorso. Il cantautore si è distinto anche per un gesto in particolare: durante la parata che all’inizio della finale presenta i concorrenti in gara, l’artista di Ronciglione ha fatto il suo ingresso con il tricolore e la bandiera del Pride, simbolo della comunità LGBTQIA+. L’Eurovision è stato spesso definito come un evento “queer” perché negli anni è stato occasione per lanciare messaggi di impegno civile, o anche semplicemente per strizzare l’occhio a un’idea di mondo più inclusiva, attraverso l’estetica camp. A livello mediatico ha avuto grande risalto la vittoria, nel 2014, di Conchita Wurst, drag persona del cantante Thomas Neuwirth, con il brano Rise Like a Phoenix in rappresentanza dell’Austria. Ma molti anni prima, nel 1998, Dana International (Israele) è stata la prima cantante transgender a vincere il concorso.

Certo, la musica e lo spettacolo vengono utilizzati dagli Stati come strumento per promuovere la propria immagine e la propria reputazione all’estero, per esercitare il proprio soft power, appunto. Dietro alle canzoni commerciali, alla pioggia di lustrini e luci stroboscopiche, alla scenografia volontariamente mastodontica, esagerata – critiche che sono state spesso mosse all’ESC – rimangono le alleanze e, soprattutto, i conflitti, nonostante la rivendicazione di apoliticità, almeno a livello manifesto, dell’evento. Creato nel 1956 con l’intento di promuovere l’amicizia tra i popoli europei, l’Eurovision in realtà è stato utilizzato negli anni più per promuovere l’identità nazionale che la cooperazione, come spiega lo storico Dean Vuletic nel saggio Eurovision Song Contest. Una storia europea. Una questione geopolitica che si pone anche nella stessa definizione di cosa è Europa e cosa no e che, in ogni caso, ne travalica i confini geografici: può partecipare alla kermesse qualsiasi Paese faccia parte dell’EBU, che comprende anche emittenti televisive che si trovano in Nord Africa e nel Medio Oriente (anche l’Australia, che però è membro associato e non effettivo).

Insomma, alla fine è il caso di dire che non si tratta solo di “canzonette”, in passato soprattutto eurodance, attualmente più vicine alla contemporaneità musicale più variegata, che ingloba elementi della musica tradizionale e folkloristica. Ma si tratta anche di uno specchio, almeno in parte, delle relazioni internazionali e delle dinamiche delicate tra gli Stati.

BOX – Italia all’Eurovision

Nonostante abbia contribuito alla creazione dell’Eurovision Song Contest, l’Italia ha sempre avuto un rapporto piuttosto complicato con la kermesse musicale. Insieme a Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania Ovest, Paesi Bassi e Svizzera ha partecipato alla prima edizione nel 1956 (chiamata all’epoca Eurofestival). Da allora vi ha preso parte ininterrottamente fino al 1980, poi con qualche ritorno di fiamma fino al 1997, anno in cui ha deciso di ritirarsi: l’assenza del Bel Paese è durata per ben 13 edizioni. Anni di vuoto e oblio che risultano molto strani, se si pensa che a ideare la manifestazione è stato l’allora direttore generale della RAI Sergio Pugliese sul modello, nientemeno, che del Festival di Sanremo. Il ritiro non è mai stato motivato ufficialmente ma si pensa che fosse dovuto allo scarso interesse del pubblico. Roma è tornata in gara nel 2011 con Raphael Gualazzi, arrivato secondo con Madness of Love. Nello stesso anno l’Italia è entrata nei Big Five (dei quali fanno parte anche Francia, Germania, Regno Unito e Spagna), i Paesi che accedono direttamente alla finale in quanto maggiori sostenitori, a livello economico, dell’EBU. Nel 2015 è stato deciso che a rappresentare il Paese alla competizione deve essere il vincitore di Sanremo, salvo rinunce. L’Italia ha vinto – e di conseguenza ha ospitato – la manifestazione per tre volte: nel 1964 con Non ho l’età (per amarti) di Gigliola Cinquetti, nel 1992 con Insieme: 1992 di Toto Cutugno e nel 2021 con Zitti e buoni dei Måneskin. Dal 2011 – fatta eccezione per il 2014 e il 2016 – si è sempre posizionata nella Top Ten e dal 2017 è ancorata alle prime 6 posizioni.