Un viaggio nel folklore giapponese con l’esperta Irene Canino, autrice di “Il Grande Libro degli Yokai”
Ogni cultura è influenzata in modo più o meno marcato dalle sue credenze popolari, popolate da mostri, spettri, demoni, figure spesso spaventose nate generalmente per spiegare quei fenomeni difficili da razionalizzare e divenute con il passare dei secoli parte integrante del tessuto folcloristico di un popolo.
In Giappone, il folclore è un mondo estremamente ricco e variegato: abitato da fantasmi, spiriti e divinità, unisce tradizioni orali regionali con i concetti religiosi derivanti perlopiù dallo shintoismo. Per definire le creature che popolano il folclore giapponese ci sono molti termini: mononoke, bakemono, obake; ma il più famoso di tutti è Yokai, che indica non solo una serie di creature ma in generale tutto ciò che non appartiene alla dimensione umana, terrena, non solo gli spiriti dunque ma anche fenomeni o manifestazioni inspiegabili.
Ne abbiamo parlato con Irene Canino, autrice de “Il Grande Libro degli Yokai – Storie e leggende del folklore giapponese“, che da 7 anni si occupa di diffondere la cultura giapponese su Instagram tramite la sua pagina @Ire_Chan_ e dirige il club del libro “Giappomaniaci”, che ogni mese affronta letture tematiche dedicate ad aspetti specifici della storia e della società giapponese.
Irene, quali sono gli elementi cardine del folklore giapponese?
«Il folklore giapponese è popolato da una miriade di creature, diversissime tra loro per connotati fisici e attitudini caratteriali. Anche le loro origini sono diverse: alcune, antichissime, arrivano dalla Cina, altre sono giunte attraverso la penisola coreana. Solo poche di esse sono di creazione autenticamente giapponese, ma la loro fama non è da meno rispetto a quella degli yōkai più antichi. Tra questi, ad esempio, ci sono i Kappa, creature anfibie che popolano i laghi e i fiumi e che, tutt’oggi, sono tra le più amate e rappresentate. Sono esseri estremamente collegati alla natura: è questo elemento, forse, quello che riesce ad accomunare l’incredibile varietà di yōkai che popolano le storie e le leggende giapponesi. Si tratta di esseri che tendono a fare proprie le caratteristiche dell’ambiente in cui vivono, assimilandole tanto nell’aspetto quanto nei comportamenti e nei modi di interagire con gli uomini».
Quanto la cultura giapponese è influenzata dai miti popolari e folkloristici?
«Nonostante un periodo di declino durante i primi anni del XX secolo, dovuto ai profondi cambiamenti sociali e politici vissuti dal Giappone durante il periodo Meiji, la “cultura degli yōkai” è stata sempre molto pervasiva. La quasi totale chiusura del Paese verso gli scambi e i commerci con l’estero, che ha preceduto questa fase di profonda trasformazione, ha contributo sia a rinsaldare miti e leggende che erano nati in precedenza sia a crearne di nuovi. E man mano che la società si evolveva, gli yōkai si evolvevano con essa. Quando Edo, antico nome della città di Tōkyō, diventa la capitale amministrativa del Paese nasce e si sviluppa un’intera classe mercantile che ha bisogno di essere intrattenuta. Per il loro divertimento si moltiplicano i teatri kabuki e le pubblicazioni editoriali. E gli yōkai, attraverso attori, scrittori e pittori, sono protagonisti di storie e vicende che, molto più di prima, arrivano all’attenzione del grande pubblico. Da allora, nonostante un breve periodo di quiescenza, gli yōkai non hanno mai smesso di popolare l’immaginario collettivo adattandosi, naturalmente, allo spirito dei tempi. Ciò che un tempo veniva narrato da monaci itineranti e maestri ukiyo-e, oggi passa attraverso le immagini suggestive di manga, anime e videogames».

Cosa si intende per Yokai? Quali sono gli “spiriti” più famosi?
«Il significato dei kanji che compongono il termine yōkai ci svela già molto di queste creature. Yō ( 妖) significa “maleficio”, mentre kai ( 怪 ) evoca l’idea di una manifestazione soprannaturale, a carattere spaventoso o inquietante. Già da qui s’intuisce l’idea di un qualcosa, o di un qualcuno, fuori dall’ordinario, di una presenza imprevedibile e spaventosa. La parola yōkai, benché molto antica, inizia a essere usata nell’accezione che oggi ci è più familiare solo all’inizio del XX secolo, quando gli studiosi del folklore e delle tradizioni giapponesi iniziano ad adoperarla come una sorta di “contenitore” all’interno del quale far confluire tutta una serie di creature che, fino ad allora, avevano mantenuto dei nomi specifici come yūrei, mononoke, bakemono, tsukumogami».

Che cosa rappresentano davvero le creature mitiche del Giappone? Analizzarle può aiutare a comprendere aspetti profondi delle credenze, della società e della storia giapponese?
«Le creature che popolano il folklore giapponese sono la risposta che gli uomini di un tempo davano a manifestazioni naturali allora inspiegabili e improvvise, nonché la maniera per sublimare le paure verso persone o gruppi etnici e sociali che si ponevano ai margini della società. Le bande di briganti che vivevano sui monti, ad esempio, venivano trasformate attraverso i racconti del folklore in terrificanti oni, creature simili a demoni, che vessavano le città e che solo dei grandi condottieri avrebbero potuto sconfiggere. Le donne che, per scelta propria o altrui, non erano incasellate nel ruolo di “mogli devote e madri sagge”, finivano per popolare le leggende in una molteplicità di nomi e varianti, tutte generalmente accomunate da sembianze mostruose e tratti aggressivi, la più famosa delle quali è certamente la yamanba, una sorte di strega di montagna che si nutre di bambini ingenui e giovani donne sprovvedute. Anche gruppi etnici minoritari subivano la stessa sorte e diventavano, nei racconti e nelle leggende, creature mostruose ed efferate che minavano la pace e la vita dell’Imperatore. È facile intuire, quindi, come gli yōkai fossero un mezzo per catalizzare le paure e i pregiudizi che hanno accompagnato l’uomo attraverso la storia, una maniera per affrontare e sublimare ciò che si pensava essere incontrollabile e imprevedibile».

Il folklore dimostra che l’animismo in Giappone è più radicato di quanto sembri?
«La parola shintō, ovvero il sentire spirituale e la maniera di percepire il mondo più autenticamente giapponese, può essere tradotto come “la via degli dei” o “la via del divino”. Due accezioni che non si escludono a vicenda ma che, anzi, indicano bene l’intensa pervasività della spiritualità in Giappone. Un Kami, ovvero un dio, può dimorare in una roccia, in un albero, in una cascata o in una sorgente. Di conseguenza, tutto è potenzialmente permeato da un elemento sacro. È questo il motivo per cui diversi studiosi hanno ritenuto che gli yōkai non fossero altro che Kami decaduti dal loro status, antiche divinità verso le quali era mutato il sentire degli uomini».
Il “boom” della spiritualità è legato ai momenti di maggior difficoltà o crisi sociale, ma dal ‘900 c’è stata una riscoperta delle masse per le figure principali del folklore autoctono. A cosa può essere dovuto?
«Il XX secolo è stato un momento piuttosto particolare per il Giappone. Durante la prima metà abbiamo assistito a una forte spinta verso la modernizzazione del Paese che, dopo essere stato costretto ad aprirsi al commercio con i Paesi occidentali, li ha presi a modello per migliorare alcuni aspetti della propria società, specialmente da un punto di vista tecnologico e industriale. Questo ha portato a un accantonamento delle leggende e del folklore che fino a quel momento avevano popolato l’immaginario dei giapponesi; gli yōkai e le loro storie erano visti come retaggio di un passato superstizioso, che era necessario accantonare per affacciarsi alla modernità. È questo il momento della loro più bassa popolarità. Ritorneranno nel dopoguerra, grazie alla fantasia e al talento di diversi mangaka, e specialmente di Mizuki Shigeru che, non a caso, è stato definito “il papà degli yōkai” per avere avuto la capacità di raccontarli e farli amare ad un pubblico variegato e internazionale».

Tu hai scritto un libro proprio dedicato agli Yokai: puoi parlarcene?
«Ho scritto un libro dedicato al folkore giapponese nel tentativo di spiegare ai lettori, in maniera fluida e scorrevole, la complessità di un mondo antico e affascinate. Partendo dalle radici storiche e religiose, ho tracciato una linea lungo il percorso che, attraverso i secoli, fa degli yōkai una presenza costante in diversi aspetti della vita quotidiana dei giapponesi. Poi ho ricostruito la storia e l’evoluzione di quelli più famosi e di quelli meno conosciuti, accompagnandole ai racconti e alle leggende che li vedono protagonisti».

Quando hai iniziato ad appassionarti al Giappone e alla sua cultura?
«Ne sono appassionata da moltissimi anni da quando, per puro caso, mi sono imbattuta per caso negli haiku, un meraviglioso tipo di componimento poetico giapponese. Da allora ho sempre coltivato e accresciuto questa passione finché, sette anni fa, ho deciso di iniziare a condividerla attraverso la mia pagina Instagram @Ire_Chan_ ; parlando di letteratura giapponese, cosa più unica che rara nel 2017, ho costruito una community di appassionati e curiosi che, come me, vogliono conoscere e scoprire sempre di più su questa cultura. Allo stesso scopo, da qualche anno ho creato un gruppo di lettura, che non a caso si chiama “Giappomaniaci”, in cui mese per mese propongo letture tematiche per approfondire specifici aspetti del Giappone, della sua storia e società.»
Pensi che esista un problema di traduzione nell'”esportazione” della cultura orientale in Occidente? Come arrivano qui, questi miti folcloristici?
«Il problema sta nell’eccessiva semplificazione, e nel fatto che per moltissimo tempo tutto ciò che proveniva dall’ Asia veniva fatto confluire in un unico grande calderone, con poco riguardo verso le specificità e differenze tra popoli e Paesi. Per fortuna oggi tutto questo sta cambiando: c’è una curiosità sempre più grande verso ciò che arriva, in particolare, dal Giappone e dalla Corea, e questo innesca una maggiore attenzione nel sottolinearne differenze culturali e peculiarità. Il rimedio contro ciò che ci appare banalizzato o poco approfondito, tuttavia, non può essere che uno solo: studiare. Approfondire le proprie conoscenze, per avere uno sguardo obbiettivo e informato. In questo senso, mi auguro che il mio libro possa essere un valido aiuto per chi vuole saperne di più e avere una visione più approfondita del Giappone e dei meravigliosi miti che lo popolano».
di: Micaela FERRARO
FOTO: SHUTTERSTOCK