L’Iran potrebbe rispondere duramente all’assassinio del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, causato dal Mossad. Ma come opera l’agenzia di intelligence dello Stato di Israele? Quali sono le sue origini?
Nel giro di pochissime ore il Mossad e l’esercito dello Stato di Israele hanno dato prova, per ben due volte, delle loro abilità operative e strategiche. Prima, martedì 30 luglio, il raid sulla città di Beirut che ha causato l’uccisione di Fuad Shukr, comandante militare di Hezbollah, e di Milad Bedi, consigliere militare iraniano, poi, circa 7 ore dopo, il missile a Teheran che ha assassinato Ismail Haniyeh, il leader di Hamas. Due colpi che potrebbero avere grande rilevanza per la guerra in corso e che Abu Mazen, presidente della Palestina e figura “moderata” dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese), ha definito «un atto codardo e uno sviluppo pericoloso».

Cos’è il Mossad?
Fondato nel 1949 da Reuven Shiloah, quando era Primo Ministro David Ben Gurion, il Mossad è l’agenzia di intelligence e un servizio segreto di Israele focalizzato sulle operazioni estere. Il motivo della sua fondazione è legato alla volontà di calmare le tensioni che vi erano tra cittadini arabi e israeliani alla fine degli anni ‘40, quando terminò il mandato britannico sulla Palestina e nacque lo Stato Ebraico. Originariamente venne fondata la Sezione araba, i cui agenti avevano il compito di ultimare le “Operazioni dell’Alba”. I membri erano giovani ebrei che fino a quel momento erano nati e cresciuti negli stati arabi adiacenti al neonato Israele: erano quindi arabi di religione ebraica, persone quasi sempre prive di diritti fondamentali e grandi esperti della cultura islamica. Proprio per questo erano perfetti per le infiltrazioni in paesi nemici e per svolgere operazioni di sabotaggio e spionaggio. È questo il modo in cui nacque il Mistaravim (letteralmente “coloro che vivono tra gli arabi”), unità antiterrorismo israeliana, della guardia di frontiera e della polizia israeliana. Questa sezione esiste ancora oggi e in quegli anni poggiò le basi per la creazione del Mossad, la seconda agenzia più grande dell’occidente, dopo la CIA, sia per la disponibilità di fondi, che per il numero di dipendenti (circa 1.200). Ai tempi si riteneva fosse indispensabile la presenza di un servizio che avesse il compito di regolare i servizi di intelligence dell’esercito, lo Shin bet (responsabile della sicurezza interna), e il dipartimento politico del ministero degli esteri. Nel 1951 fu riconosciuto come ramo della struttura burocratica legata al primo ministro, al quale ancora oggi risponde direttamente. Non ci sono leggi che definiscono i suoi ruoli, obiettivi, scopi, missioni o poteri, è esonerato dalle leggi costituzionali dello Stato, ed è a tutti gli effetti un servizio “civile”, per questo arruola frequentemente anche membri scelti dell’esercito per operazioni “speciali”. Il Mossad opera allo scopo di prevenire e contrastare il terrorismo, e per raccogliere informazioni segrete che hanno un interesse statale. Inoltre, ha l’autorizzazione dal governo a compiere omicidi, operazioni paramilitari, atti terroristici, spionaggio (specialmente in nazioni e organizzazioni arabe e della Repubblica Islamica dell’Iran) e rapimenti.
Il Mossad, la cui sede principale si trova a Tel Aviv, ha avuto 13 direttori dalla sua istituzione, quello attuale è David Barnea. Il leader dell’agenzia dovrebbe rimanere in carica per cinque anni, ma non sempre in passato è stato così. Alcuni hanno raggiunto i 10 anni, altri sono rimasti in carica per meno di cinque. In passato tradizionalmente non veniva resa nota la loro identità, ed infatti di loro non si è mai saputo molto, oggi invece viene dichiarato il loro nome. I loro caratteri e le loro capacità si possono però comprendere dalle missioni svolte durante il servizio: due esempi possono essere quello di Eli Cohen, che fu al comando dell’agenzia dal 2016 al 2021 e che venne descritto come un uomo amante del rischio per il sospetto nei suoi confronti di essere il mandante dell’assassinio del capo delle armi nucleari iraniane, Mohsen Fakhrizadeh, nel 2020, e quello del predecessore Tamir Pardo che invece venne delineato come più conservatore.

In passato sono state moltissime le operazioni di pubblico dominio svolte dall’agenzia. La prima passata alla storia, avvenuta nel 1960, è quella legata al riconoscimento e all’arresto dell’ufficiale nazista Adolf Eichmann che venne trovato in Argentina dove viveva sotto falsa identità. Poi l’operazione “Collera di Dio” il cui scopo era quello di trovare ed uccidere i mandanti e gli esecutori rimasti in vita della strage di Monaco, avvenuta nel 1972 durante i Giochi Olimpici: un gruppo dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero entrò nel villaggio olimpico, uccise due atleti e ne prese in ostaggio 9. Fu questa l’operazione del Mossad che più fece discutere, provocando la morte di decine di persone, tra cui anche innocenti. Tra le altre, citiamo anche l’”Operazione Entebbe” e l’”Operazione Salomone”. La prima si svolse nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976 nell’aeroporto di Entebbe, dove fecero irruzione le forze armate israeliane le quali liberarono con un blitz gli ostaggi ebrei del volo 139 dell’Air France; la seconda, invece, si svolse tra il 24 e il 25 maggio 1991, vide il coinvolgimento di 34 aerei militari e civili israeliani che portarono in salvo in Israele, in 36 ore, circa 15.000 ebrei etiopi da Addis Abeba.
Leggi anche: È morto Zvi Zamir, leggendario ex capo del Mossad
Il Mossad ha sventato diverse volte minacce importanti ma è stato anche accusato di torturare i prigionieri e di aver provocato incidenti diplomatici. L’intelligence inoltre ha dimostrato recentemente le sue lacune: soprattutto con la mancata previsione e prevenzione dell’attacco del 7 ottobre 2023. Per saperne di più sulla situazione attuale in Medio Oriente, abbiamo intervistato Matteo Colombo, ricercatore presso il centro olandese Clingendael e associato ISPI, Istituto per gli studi di politica internazionale.
È tornato il Mossad. Israele è riuscito a eliminare il più alto rappresentante politico di Hamas con un duro colpo. Perché se questa agenzia di intelligence è così forte non è riuscita a prevedere l’attacco del 7 ottobre 2023?
«È la domanda che si fanno anche molti israeliani, è un quesito che si trova al centro del dibattito interno, e ci sono diverse ragioni che lo spiegano. La prima riguarda l’aumento dei coloni in Cisgiordania: molte forze militari di intelligence, infatti, in quel periodo erano concentrate nella zona da cui provenivano la maggior parte dei rischi per la sicurezza d’Israele, trascurando quindi l’area della Striscia di Gaza. La seconda è che fin dalla fondazione della Repubblica islamica il Mossad è stato visto dall’Iran come una minaccia e quindi, di conseguenza, Israele ha sempre speso molte energie sul fronte iraniano. Inoltre, l’impressione che c’era a Gaza prima dell’attacco del 7 ottobre era che per Hamas non sarebbe stato possibile condurre assalti al confine che fossero veramente pericolosi. C’è quindi stata una sottovalutazione del rischio da parte di Israele perché il contesto internazionale di quel periodo faceva pensare che l’organizzazione islamica fosse sempre più isolata e debole, e quindi non era considerata come una minaccia».
A seguito dell’uccisione di Ismail Haniyeh, quali potranno essere gli sviluppi futuri nella regione? Questa azione quanto inciderà sulle trattative aperte? C’è un reale rischio di escalation pesante?
«Ovviamente dopo l’assassinio di Ismail Haniyeh le trattative saranno bloccate per mesi. Per quanto riguarda l’escalation, invece, è una situazione un po’ paradossale perché né Israele né Iran vogliono entrare in un conflitto di larga scala, ma nessuno dei due può non rispondere agli attacchi. Il rischio di escalation esiste perché entrambi non possono permettersi di non rispondere, quindi, pur non volendo, la violenza continuerà. Probabilmente sarà questo lo scenario più realistico, anche perché questa aggressione dimostra che uno degli argomenti dell’Iran, ovvero quello di avere una forza equivalente a quella di Israele, di fatto non sussiste. Con molta probabilità, infatti, Israele ha attaccato Teheran infiltrando l’intelligence iraniana, sarebbe stato molto complicato operare in altri modi. Adesso quello che farà la repubblica islamica sarà rispondere, con i diversi gruppi armati ad essa vicini, come Hezbollah e le varie milizie presenti in Siria, sul territorio israeliano. Evidentemente Israele avrà fatto i suoi calcoli pensando di poter gestire questi assalti e di poterli neutralizzare».
Cosa mi può dire invece del ruolo degli Stati Uniti? La Casa Bianca “congelata” fino a novembre per le elezioni potrebbe rappresentare un problema? Quali potrebbero essere i due scenari: se vincesse la Harris? e se vincesse Trump?
«La mossa israeliana è stata particolarmente furba perché nel momento in cui il conflitto dovesse spostarsi tra Israele ed Iran, inevitabilmente gli Stati Uniti si schiererebbero al fianco di Israele, chiunque sia il presidente, dato che l’Iran è sempre stato uno dei maggiori nemici degli USA. Ovviamente le elezioni vengono guardate da Israele con un certo interesse perché se dovesse vincere Trump la percezione israeliana sarebbe di un più ampio lascia passare a operazioni nei confronti dell’Iran, se dovesse vincere la Harris, invece, si cercherebbero di limitare quanto più possibile le azioni offensive. Un’altra cosa interessante è che questo tipo di attacchi spostano l’attenzione rispetto ai crimini che si stanno commettendo in questo momento all’interno della Striscia di Gaza, e quindi dal punto di vista israeliano questo tipo di dinamica sembrerebbe avere più valore rispetto a quelle che sono le criticità in corso».
L’eliminazione di Ismail Haniyeh adesso sarà un problema maggiore per l’organizzazione islamista oppure per la regione in cui è stato ucciso, ovvero l’Iran? Quanto sono rischiose le alleanze che si son create?
«Per l’Iran l’attentato avvenuto a Teheran è un’umiliazione enorme perché Israele ha operato colpendo uno straniero nella loro capitale. È un fatto molto grave, ed è abbastanza evidente che Israele abbia filtrato l’intelligence: è molto probabile, infatti, che pochissime persone sapessero l’indirizzo in cui si trovava il capo Hamas. Dal punto di vista delle alleanze regionali, la Turchia fa molta retorica anche perché ha molti interessi politici e commerciali legati ad Israele, l’Iran quasi certamente continuerà questo tipo di alleanza anche con la Russia. La percezione che c’è a livello regionale, invece, è che Israele abbia carta bianca su tutta una serie di operazioni che altri Paesi non hanno».
Se a breve ipoteticamente finisse la guerra, tutti i tasselli tornerebbero al loro posto o cambierebbe qualcosa?
«Non penso ci sia alcuna possibilità che tutto torni come prima perché nemmeno quella era una situazione sostenibile. Secondo me è curioso notare come la maggior parte dei partiti israeliani, sia di destra che di sinistra, abbiano votato contro la formazione di uno stato palestinese, quindi c’è una totale convinzione che la soluzione di due stati non è accettabile. Da questo punto di vista quindi continuerà sicuramente l’occupazione della Cisgiordania, di una parte di Gaza, e delle zone di confine. Quello che vogliono fare dopo, invece, non si è ancora capito, ma non mi sembra che da parte di Israele ci sia la volontà di lasciare che il territorio della Striscia torni alla situazione precedente perché viene percepita come minaccia alla loro sicurezza».
Come vede il prossimo decennio sulla base dei conflitti mondiali che stiamo vivendo?
«È difficile fare previsioni perché ci sono veramente tante variabili, si possono però analizzare i trend che potrebbero verificarsi nei prossimi anni. Punto primo, gli Stati Uniti saranno sempre meno coinvolti relativamente al Medio Oriente e ad altre zone perché il loro peso economico e politico è comparativamente minore rispetto a quello di qualche anno fa. Nuovi attori entreranno all’interno delle dinamiche regionali, tra questi la Russia e la Cina. Punto secondo, dal punto di vista del conflitto Israele/Palestina è difficile capire come si evolverà la situazione perché dipende totalmente da quello che accadrà dopo che le operazioni saranno terminate. Inoltre, c’è l’incognita resistenza Iran, magari tra 10 anni l’Iran che conosciamo adesso non esisterà più e altri Paesi avranno ruoli diversi da quelli attuali. Tra questi potremmo citare l’Arabia Saudita, tradizionalmente molto vicina agli Stati Uniti ma che sta cercando sempre di più di diversificare la sua posizione politica anche guardando verso Oriente, e quindi verso Russia e Cina».
Potrebbe interessarti: Sventura o complotto
Cosa ne sarà adesso di Hamas?
Il successore di Ismail Haniyeh sarà Khaled Meshal, definito “il capo ad interim del politburo di Hamas”. Il politico palestinese è stato il fondatore, leader e capo politico di Hamas prima di lasciare il suo posto a Haniyeh. Meshal si era ritirato dalla vita politica ma, negli anni scorsi, ha sempre rappresentato l’organizzazione islamica nei Paesi esteri. Anche lui, come Ismail, vive da molto tempo in esilio e il fatto di non essere stato confinato a Gaza gli ha consentito di proseguire rapporti e relazioni con Paesi alleati, un’occupazione che negli ultimi anni ha svolto all’ombra del collega. Diede vita ad Hamas nel 1987 e divenne segretario della sezione del movimento, per poi essere successivamente bandito dal Paese nel ’90, quando tornò in Giordania, luogo in cui 7 anni dopo scampò a un tentativo di assassinio da parte di due agenti israeliani. Questi, poi arrestati, entrarono nel Paese con passaporti falsi e iniettarono una dose di veleno con effetto progressivo nell’orecchio del leader. Il re della Giordania, Hussein, patteggiò con Benjamin Netanyahu e ottenne l’antidoto. Questa vicenda attribuì a Meshal l’appellativo di “martire vivente” consentendogli di scalare i ranghi dell’organizzazione a seguito dell’uccisione dello sceicco Yassin e del successore Abdel Aziz al Rantisi nel 2004. Sotto il suo potere, Hamas riuscì a vincere le elezioni del 2006.

Una pesante scossa muove quindi gli equilibri interni ed esterni all’organizzazione islamica e in tutta la Palestina, sia per la sconfitta militare, che per le tensioni che si creeranno nella direzione estera. Haniyeh è infatti stato il più importante dirigente di Hamas dal 2006 al 2017: fu lui, nel 2007, ad accendere e condurre la guerra civile interpalestinese nella Striscia che provocò centinaia di morti e che gli permise di prendere il controllo totale sul territorio; fu lui a gestire la penetrazione di Hamas nel centro della Unrwa, agenzia che fornisce assistenza e protezione ai profughi palestinesi; fu sempre lui a dar vita all’enorme rete di rapporti con Qatar, Turchia, Russia e Cina. Hamas adesso dovrà provare a ribilanciare i suoi giochi con Meshal.
Haniyeh raggiunse l’apice della sua carriera politica nel 2006 quando venne nominato capo di Hamas a Gaza e divenne primo ministro. Il suo governo però durò ben poco a causa dell’inizio del conflitto tra Hamas e Fatah, movimento palestinese più moderato della Cisgiordania, che si concluse con la cacciata di Fatah dalla Striscia. Ismail guidò Hamas a Gaza fino al 2017 quando dovette trasferirsi e, una volta fuori dalla Striscia, ebbe la possibilità di perfezionare la forza di Hamas grazie anche all’alleanza fondamentale dell’Iran. Yahya Sinwar, terrorista palestinese e suo successore a Gaza, è considerato dallo Stato di Israele uno dei principali responsabili dell’attacco del 7 ottobre 2023.
Leggi anche: Iran, quattro giustiziati per rapporti con il Mossad
Le condanne degli alleati
A seguito dell’assassinio del capo politico di Hamas, la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, è intervenuto così: «il regime criminale e terrorista sionista ha preparato per se stesso una dura punizione. È nostro dovere vendicare il sangue di Haniyeh, anche per il fatto che l’omicidio è avvenuto sul territorio della Repubblica islamica». E poi il presidente Masoud Pezeshkian: «la Repubblica islamica difenderà la sua integrità territoriale, il suo orgoglio ed il suo onore e farà pentire gli invasori terroristi. Ora il legame tra Teheran e le fazioni islamiste palestinesi è più forte di prima. Ieri ho alzato la sua mano vittoriosa e oggi devo seppellirlo portandolo sulle mie spalle». Anche Rezaee, ex comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha affermato: «Israele pagherà un prezzo elevato per l’uccisione del capo di Hamas».

“L’uccisione del capo di Hamas, Ismail Haniyeh, renderà la resistenza più determinata nell’affrontare Israele. La morte del simbolo della resistenza non scoraggerà la “resistenza”: affermiamo la nostra coesione con i nostri fratelli del movimento di Hamas nel resistere all’entità usurpatrice“, ha scritto in una nota il gruppo sciita libanese Hezbollah. La milizia degli Houthi è intervenuta sui social: “Netanyahu è tornato dall’America con il via libera agli omicidi dei leader palestinesi. L’America è coinvolta in tutto ciò che sta accadendo e deve pagarne il prezzo“.
E poi Qatar, Turchia e Mosca. “Si tratta di un crimine orrendo, di una pericolosa escalation e di una palese violazione del diritto internazionale e umanitario”, ha detto il ministero degli Esteri di Doha, luogo in cui Ismail Haniyeh viveva dal 2019. “L’assassinio dimostra ancora una volta che il governo israeliano di Netanyahu non ha alcuna intenzione di raggiungere la pace e che la regione dovrà affrontare conflitti molto più ampi se la comunità internazionale non interverrà per fermare Israele“, ha comunicato il ministro degli Esteri di Ankara. E da Mosca: “Si tratta di un assassinio politico assolutamente inaccettabile, che porterà a un’ulteriore escalation delle tensioni“. Non resta in disparte la Cina che ha comunicato che le parti coinvolte devono ascoltare le richieste della comunità internazionale per un cessate il fuoco. Ha poi esortato tutte le parti a conformarsi alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, a collaborare e sostenere attivamente gli sforzi internazionali di mediazione, condannando fermamente le azioni irresponsabili recenti, inclusi gli attacchi israeliani su Beirut meridionale.
Come comunicato dall’esperto Matteo Colombo, le probabilità di un attacco da parte dell’Iran verso lo Stato Ebraico sono molto alte. Non è chiaro, però, con quale intensità risponderà e se calibrerà un’altra volta l’assalto per evitare un’escalation globale. I comandanti militari iraniani hanno infatti comunicato di voler evitare l’uccisione di civili e stanno quindi prendendo in considerazione un attacco combinato di droni e missili contro obiettivi militari nelle vicinanze di Tel Aviv e Haifa, probabilmente con il coinvolgimento di forze alleate, tra cui Hezbollah, Siria, Iraq e Yemen. Sono tutte ipotesi, ma non sarebbe la prima volta: di certo c’è che, lungi dal raggiungere un accordo, ogni pedina che viene mossa sullo scacchiere internazionale non fa che acuire una situazione di tensione che sembra pericolosamente prossima al collasso.
di: Alice GEMMA
FOTO: SHUTTERSTOCK