La spietatezza dell’uomo, tra bracconaggio, deforestazione e guerriglia, minaccia la natura che coraggiosamente combatte: l’esempio dei gorilla di montagna
Nel cuore dell’Africa orientale, tra i monti Bisoke e Karisimbi, due delle 7 vette che formano la catena vulcanica dei Monti Virunga, sorge il Karisoke Research Center. Costruito in territorio ruandese, e precisamente nel Parco nazionale dei Vulcani, alla fine degli anni Sessanta, il centro è sopravvissuto a numerose pressioni fino ad arrivare al Terzo Millennio, facendosi simbolo di un obiettivo: salvare i gorilla di montagna dall’estinzione.
I primi campanelli d’allarme sulle scarse possibilità di sopravvivenza di questa sottospecie del gorilla orientale, la cui nomenclatura binomiale è Gorilla beringei beringei, hanno cominciato a risuonare già dalla metà del secolo scorso. Nel 1960, infatti, la popolazione dei gorilla di montagna – che vive tra Repubblica Democratica Del Congo, Ruanda e Uganda – era stimata intorno ai 400-500 esemplari, prima di calare drasticamente a 242 secondo un censimento pubblicato nel 1981. Nel 2010 se ne contavano 480 unità (nel 2008, secondo le stime dell’Unione internazionale per la conservazione della natura – Iucn -, erano 680). Solo in tempi recenti il trend negativo si è invertito e nel 2019, sebbene ritenuto ancora a rischio estinzione, il gorilla di montagna è stato escluso dalla lista degli animali “in pericolo critico”. Le ultime stime, infatti, si aggirano sopra il migliaio di esemplari, precisamente 1.063, di cui, secondo un’indagine del 2018 condotta nella cosiddetta area Bwindi-Sarambwe, 459 vivrebbero nella regione di foresta transfrontaliera protetta tra il Parco nazionale del Bwindi, in Uganda – dove nel 2020, in sole 6 settimane, sono nati cinque cuccioli -, e nella vicina Riserva Naturale di Sarambwe, nella Repubblica Democratica del Congo. Il vero cuore pulsante dell’azione di tenace resistenza che questo animale ha dimostrato, tuttavia, è in Ruanda, dove per oltre 20 anni ha vissuto e lavorato la zoologa statunitense Dian Fossey.
Proseguendo il percorso già intrapreso dal conservazionista George Schaller, dopo il primo incontro con i gorilla di montagna selvaggi nel 1963 – come lei stessa raccontò nel libro Gorillas in the Mist -, Fossey si stabilì definitivamente in Africa nel 1966, prima nell’allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e dopo la ribellione nel Kivu sulla sponda ruandese dei Virunga. Lì nel settembre del 1967 fondò il Karisoke Research Center, iniziando il suo studio da vicino dei gorilla e dei loro comportamenti, imparando a vivere “con” loro e scoprendo ben presto le minacce a cui sono esposti. La grande battaglia di Fossey, condotta con quella che lei stessa chiamava “conservazione attiva”, fu contro le attività dei bracconieri e degli allevatori di bestiame, ma ebbe effetti negativi anche sulle abitudini di caccia e raccolta delle tribù batwa, attirandosi così le critiche di una parte della comunità scientifica che riteneva i suoi metodi poco ortodossi. Grazie a un servizio fotografico di Bob Campbell per il National Geographic, realizzato nel 1968, in cui la zoologa comparve insieme al gorilla Digit, ucciso dai bracconieri alla fine del 1977, la causa della zoologa acquistò risonanza in tutto il mondo, ricevendo finanziamenti e supporto e identificandosi come la prima vera causa animalista del secolo.
Fossey ha dato la sua vita per combattere il bracconaggio, secondo le ipotesi finendone lei stessa vittima, uccisa nella sua tenda a colpi di machete nel dicembre del 1985, ma la sua eredità non è andata perduta e negli ultimi anni l’impegno congiunto delle istituzioni ruandesi e non, delle organizzazioni non governative e delle comunità locali, insieme all’inasprimento delle pene per i bracconieri che cacciano specie selvatiche in via d’estinzione e una maggiore preparazione delle guardie forestali, ha portato a risultati concreti contro questa barbara pratica.
Il bracconaggio – alimentato soprattutto dal commercio illegale di “bushmeat”, che noi definiremmo “selvaggina” ma che in Africa, America del Sud e Asia si traduce in “carne di foresta” e che secondo l’UNDC, Ufficio delle Nazioni Unite per Droghe e Crimini, impatta sulla sopravvivenza di 7 mila specie animali -, tuttavia, non è l’unica minaccia per la sottospecie dei gorilla di montagna che hanno affrontato, affrontano e affronteranno anche deforestazione, malattie, conflitti armati e cambiamenti climatici. Durante gli anni Novanta il Karisoke Research Center e la vita dei gorilla sono stati messi ripetutamente in pericolo dai sanguinosi conflitti che hanno devastato il Ruanda prima (la guerra civile tra il 1990 e il 1993 poi sfociata nel genocidio ai danni delle popolazioni Tutsi, Twa e Hulu moderati per mano delle forze governative a guida Hutu) e l’ex Zaire dopo (con la Seconda guerra del Congo tra il 1998 e il 2003 e migliaia di rifugiati in fuga dall’instabile regione del Kivu Nord attraverso il Parco nazionale dei Virunga), rendendo difficili le attività di ricerca del centro fino al trasferimento della sede principale a Musanze, nel Nord del Ruanda.
La guerra non è stato l’unico fattore di rischio per la casa dei gorilla (e non solo): anche la deforestazione – legale e illegale, operata per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo e per l’esplorazione petrolifera – ha, in decenni, decimato l’habitat naturale di questa specie fino a quando le istituzioni non hanno deciso di porre un freno. Ad oggi l’UNESCO protegge 900mila ettari di habitat dei gorilla di montagna tra il ruandese Parco nazionale dei Vulcani, il congolese Parco nazionale dei Virunga e l’ugandese Parco nazionale del Bwindi. Quello stesso habitat, tuttavia, è costantemente minacciato dal cambiamento climatico che potrebbe mutarne le caratteristiche essenziali per la sopravvivenza dei gorilla e di altri primati. Secondo uno studio del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology del 2022, infatti, nel prossimo futuro il 22% di questi animali finirà vittima della siccità mentre l’86% delle specie sarà costretto a vivere in luoghi con temperature medie più alte di tre gradi entro il 2050.
Ancora, la spada di Damocle che pende sulla testa di questi primati – che, ricordiamo, secondo la scienza è tra le scimmie antropomorfe più vicine all’uomo dal punto di vista evolutivo – assume anche la forma delle malattie, tra tutte l’Ebola e in tempi più recenti il Covid-19. Secondo un articolo pubblicato su Scientific Reports di Nature nell’aprile del 2023, il tasso di mortalità per il virus Ebola (EBOV) nelle grandi scimmie è del 98%: se uno solo dei gorilla che abitano i Monti Virunga venisse contagiato, in soli 100 giorni sopravvivrebbe a stento il 20% della popolazione totale. Questa specie è altamente sensibile anche alle patologie respiratorie. Per questo durante la diffusione del SARS-CoV-2 tra la popolazione umana, le autorità a capo delle riserve protette avevano scelto l’isolamento, mentre i primati negli zoo venivano contagiati uno dopo l’altro.
Il trend positivo sulla crescita della popolazione dei gorilla di montagna può avere numerose chiavi di lettura: ci insegna che la natura trova il modo di resistere, sempre, ma anche che è fragile e va protetta dalle troppe minacce che insorgono, nella stragrande maggioranza dei casi create dalla mano umana. Infine, ci ricorda come lo sguardo vada mantenuto su ciò che ci sta davanti perché, come scriveva Fossey sul suo diario prima del suo brutale omicidio, “quando realizzi il valore di tutta la vita, ti soffermi meno su ciò che è passato e ti concentri di più sulla preservazione del futuro”.