Nei primi 10 mesi del 2024, segno “+” per infortuni, mortali e non, e patologie da lavoro. Damiano: “Ripristinare il diritto allo studio”
Era lunedì 9 dicembre, metà mattina. Qualcuno forse era svogliato, un altro pensava alla partita della domenica, qualcuno magari era infreddolito, nell’inverno di Calenzano, alle pendici dei colli fiorentini. Poi, un boato nel deposito ENI: fiamme e fumo si sono innalzate visibili da decine di chilometri. E chi era non è più. La prima vittima identificata è stata Vincenzo Martinelli, cinquantunenne napoletano, ma residente da diversi anni a Prato, padre di due figlie e appassionato di caccia. Poi il cinquantasettenne Carmelo Corso, siciliano, anche lui immigrato nel Fiorentino e padre di due figli. E poi l’ex parà Francesco Cirelli, 50 anni, che viveva nel Materano con compagna e figli, grande tifoso della Juve. E poi un altro lucano, Gerado Pepe, padre e gran lavoratore. E, infine, il toscano appassionato di tennis Davide Baronti, che viveva a Pisa con moglie e figli. Cinque autotrasportatori che chissà a cosa stavano pensando alle 10 e 30 di lunedì mattina. Cinque persone che non ci sono più. I feriti, qualcuno in gravi condizioni, sono 26 e la procura ha aperto un’inchiesta per capire cos’è successo, mentre le polemiche e i rimpalli infuriano.
I morti per l’esplosione della raffineria a Calenzano (nell’immagine ANSA di copertina, uno scatto del recupero dei corpi) sono solo gli ultimi di una lunga serie che ha funestato anche il 2024, dei quali solo alcuni hanno raggiunto le prime pagine.

Alle 8 e 52 del 16 febbraio, un architrave in cemento armato crolla nel cantiere di via Mariti a Firenze dove si sta realizzando un centro Esselunga. Per alcuni degli operai che stanno lavorando nel cantiere non c’è nulla da fare e cinque di loro vengono travolti dalle macerie: a morire sono Mohamed Toukabri, 54 anni, Bouzekri Rahimi, 56 anni, Mohamed El Farhane, 24 anni, Taoufik Haidar, 43 anni, Luigi Coclite, 60 anni.
E poi, il 9 aprile 2024 un boato rompe il silenzio a Bargi, frazione di Camugnano, affacciata sul bacino di Suviana, nel Bolognese. È da poco passata l’ora di pranzo quando al rumore seguono le fiamme nella centrale idroelettrica di Enel Green Power: al lavoro, tra gli altri, il gruppo che sta effettuando un collaudo alla turbina ai piani -8 e -9. È una strage. Sono 7 i morti, di cui tre deceduti sul colpo e gli altri recuperati nei giorni successivi nella centrale allagata: Vincenzo Franchina, 36 anni, Mario Pisani, 73 anni, Pavel Petronel Tanase, 45 anni, Adriano Scandellari, 57 anni, Paolo Casiraghi, 59 anni, Alessandro D’Andrea, 37 anni, Vincenzo Garzillo, 68 anni.
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E poi molti altri, con una media di quasi tre al giorno, secondo i dati INAIL, che restano nel limbo delle cronache locali.
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I dati
Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate nei primi 10 mesi del 2024 sono state 890, 22 in più rispetto alle 868 registrate nel pari periodo del 2023, 19 in meno rispetto al 2022, 127 in meno sul 2021, 146 in meno sul 2020 e sei in meno sul 2019. Rapportando il numero dei casi mortali agli occupati ISTAT nei vari periodi (dati provvisori), si nota come l’incidenza scenda dai 3,89 decessi denunciati ogni 100mila occupati Istat del 2019 ai 3,69 del 2024 (-5,1%), mentre aumenta dello 0,8% rispetto al 2023 (da 3,66 a 3,69).
A livello nazionale i dati rilevati a ottobre di ciascun anno evidenziano per i primi 10 mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023, pur nella provvisorietà dei numeri, un decremento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 672 a 657, e un aumento di quelli in itinere, da 196 a 233. L’aumento ha riguardato la gestione Industria e servizi, che passa da 744 a 759 denunce mortali, l’Agricoltura (da 98 a 101) e il Conto Stato (da 26 a 30). Tra i settori con più decessi avvenuti in occasione di lavoro si evidenziano le Costruzioni con 128 casi (contro i 117 del 2023), il comparto manifatturiero con 86 decessi denunciati (81 nel 2023), il Trasporto e magazzinaggio con 84 (91 nel 2023), il Commercio con 48 (56 nel 2023) e il Noleggio e servizi di supporto alle imprese con 35 (37 nel 2023).

Dall’analisi territoriale emergono incrementi nel Nord-Ovest (da 228 a 242 denunce), al Centro (da 156 a 173) e nelle Isole (da 75 a 96), e cali nel Nord-Est (da 196 a 189) e al Sud (da 213 a 190). Tra le regioni con i maggiori aumenti si segnalano il Lazio (+17), la Lombardia (+16), la Sicilia (+14), la Toscana (+10) e la Sardegna (+7), mentre per i cali più evidenti il Veneto (-17), la Campania e l’Abruzzo (-12 ciascuna), il Piemonte (-9) e le Marche (-6). L’incremento rilevato nel confronto dei periodi gennaio-ottobre 2023 e 2024 è legato sia alla componente maschile, le cui denunce mortali sono passate da 809 a 815, sia a quella femminile, da 59 a 75. Diminuiscono le denunce dei lavoratori italiani (da 707 a 701) e aumentano quelle degli extracomunitari (da 121 a 143) e dei comunitari (da 40 a 46).
L’analisi per classi di età evidenzia incrementi delle denunce tra gli under 15 (da 1 a 5 casi), tra i 20-29enni (da 78 a 85), tra i 35-39enni (da 53 a 61), tra i 45-54enni (da 207 a 234), tra i 60-64enni (da 122 a 127) e tra gli over 69 (da 34 a 42). Riduzioni tra i 15-19enni (da 18 a 13), tra i 30-34enni (da 46 a 44), tra i 40-44enni (da 83 a 62), tra i 55-59enni (da 171 a 161) e tra i 65-69enni (da 55 a 54).
Al 31 ottobre di quest’anno risultano nove denunce di incidenti plurimi per un totale di 29 decessi, 10 dei quali stradali. Nei primi 10 mesi del 2023 risultavano 12 denunce di incidenti plurimi per un totale di 31 decessi, 17 dei quali con mezzo di trasporto coinvolto (stradali, ferroviari, ecc.).
Per quanto riguarda gli infortuni, le denunce presentate all’INAIL nei primi 10 mesi del 2024 sono state 491.439, in aumento dello 0,4% rispetto alle 489.526 dello stesso periodo del 2023, del 9,7% rispetto a gennaio-ottobre 2021 e del 16,6% rispetto a gennaio-ottobre 2020, e in diminuzione del 17,5% sul 2022 e dell’8,0% sul 2019, anno che precede la crisi pandemica.

Tenendo conto dei dati sul mercato del lavoro rilevati mensilmente dall’ISTAT nei vari anni, con ultimo aggiornamento ottobre 2024, e rapportando il numero degli infortuni denunciati a quello degli occupati (dati provvisori), si evidenzia un’incidenza infortunistica che passa dalle 2.318 denunce di infortunio ogni 100mila occupati Istat del 2019 alle 2.040 del 2024, con un calo del 12,0%. Rispetto al 2023 la riduzione è dell’1,1% (da 2.063 a 2.040).
A livello nazionale i dati rilevati a ottobre di ciascun anno evidenziano una diminuzione dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati dai 412.001 del 2023 ai 410.007 del 2024 (-0,5%), e un aumento di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, da 77.525 a 81.432 (+5,0%). A ottobre di quest’anno il numero delle denunce di infortuni sul lavoro ha segnato un -0,7% nella gestione Industria e servizi (dai 391.293 casi del 2023 ai 388.724 del 2024), un -1,5% in Agricoltura (da 22.141 a 21.819) e un +6,3% nel Conto Stato (da 76.092 a 80.896), che risente soprattutto dell’aumento delle denunce dovuto all’estensione della tutela Inail nelle scuole da settembre 2023. Tra i settori con più infortuni avvenuti in occasione di lavoro si evidenziano per gli incrementi le Costruzioni (31.341 casi, +3,2% sul 2022), il Trasporto e magazzinaggio (28.918 casi, +2,3%), il Commercio (27.417, +3,4%) e il Noleggio e servizi di supporto alle imprese (18.198, +5,3%), e per i decrementi il comparto manifatturiero (59.678, -4,8%) e la Sanità e assistenza sociale (30.444, -9,9%).
L’analisi territoriale evidenzia un aumento delle denunce nelle Isole (+2,1%), seguite da Centro (+0,7%), Nord-Ovest (+0,5%) e Nord-Est (+0,2%), e un calo al Sud (-0,7%). Tra le regioni con i maggiori incrementi percentuali si segnalano le province autonome di Trento (+15,5%) e Bolzano (+3,5%), l’Umbria (+3,5%), la Sicilia (+2,4%) e la Calabria (+1,9%), mentre per i decrementi la Basilicata (-6,3%), l’Abruzzo (-4,0%), le Marche (-1,6%) e l’Emilia-Romagna (-1,5%). L’aumento delle denunce di infortunio che emerge dal confronto dei primi 10 mesi del 2023 e del 2024 è legato esclusivamente alla componente femminile, che registra un +1,4% (da 171.992 a 174.337 casi denunciati), mentre quella maschile presenta un lieve calo (da 317.534 a 317.102, -0,1%). L’incremento ha interessato solo i lavoratori extracomunitari (+5,2%), in diminuzione il dato degli italiani (-0,4%) e dei comunitari (-4,5%).
L’analisi per classi di età mostra aumenti tra gli under 15 (+19,2%), soprattutto per l’incremento degli infortuni tra gli studenti (effetto dell’estensione assicurativa Inail disposta dal decreto legge lavoro n. 48/2023), nella fascia 20-29 anni (+1,5%) e in quella 60-74 anni (+5,3%). Si registra, per contro, un calo tra i 15-19enni (-2,3%), tra i 30-59enni (-2,8%) e tra gli over 74 (-2,0%).
Infine, le denunce di malattia professionale protocollate dall’INAIL nei primi 10 mesi del 2024 sono state 73.922, 13.460 in più rispetto allo stesso periodo del 2023 (+22,3%). L’aumento è del 47,8% rispetto al 2022, del 62,8% sul 2021, del 101,9% sul 2020 e del 44,8% sul 2019. I dati rilevati a ottobre di ciascun anno mostrano incrementi delle patologie denunciate nelle gestioni Industria e servizi (+22,2%, da 50.240 a 61.393 casi), Agricoltura (+23,3%, da 9.658 a 11.909) e conto Stato (+9,9%, da 564 a 620). L’aumento interessa le Isole (+30,28%), il Sud (+30,25%), il Centro (+20,5%), il Nord-Ovest (+16,6%) e il Nord-Est (+14,0%). In ottica di genere si rilevano 10.228 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori, da 44.470 a 54.698 (+23,0%), e 3.232 in più per le lavoratrici, da 15.992 a 19.224 (+20,2%). L’aumento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani, passate da 55.520 a 67.606 (+21,8%), sia quelle dei comunitari, da 1.526 a 1.964 (+28,7%), e degli extracomunitari, da 3.416 a 4.352 (+27,4%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare, anche nei primi 10 mesi del 2024, le prime tre tipologie di malattie professionali denunciate, seguite dai tumori e dalle patologie del sistema respiratorio.

«Il bilancio del fenomeno infortunistico è ancora preoccupante e servono azioni forti e condivise – dichiara il presidente dell’INAIL Fabrizio d’Ascenzo -. C’è bisogno della collaborazione di tutti i soggetti che, ciascuno per il proprio ruolo, hanno la responsabilità della tutela della salute dei lavoratori. È necessario portare avanti un’efficace azione di contrasto agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali, a fianco delle imprese, dei lavoratori e delle loro famiglie per garantire la salute e sicurezza anche in un mondo del lavoro che cambia velocemente».
E prosegue: «Per arginare questa piaga va rafforzata la prevenzione, attraverso una più intensa attività di informazione, formazione, ricerca, consulenza e interventi di sostegno alle imprese.Ricordo che l’INAIL eroga finanziamenti a fondo perduto alle aziende che investono nel miglioramento dei livelli di sicurezza allo scopo di contrastare il fenomeno infortunistico. Dal 2010 a oggi, sono stati destinati a questo fine 3,5 miliardi di euro, di cui la gran parte per la realizzazione di progetti di incremento degli standard di prevenzione delle micro, piccole e medie imprese, per le quali, come è noto, è più gravoso sostenerne gli oneri» e annuncia che «il prossimo 18 dicembre è stato presentato il Bando Isi (Incentivi sostegno imprese) 2024».
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In Europa
Gli ultimi dati disponibili per l’Unione Europea sono quelli del 2022, quando si sono verificati 1,66 incidenti mortali ogni 100.000 persone occupate, per un totale di 3.286. Sono eventi relativamente rari e il loro numero e la loro incidenza possono variare notevolmente di anno in anno, in particolare nei paesi più piccoli dell’UE. Nel 2022, il numero di incidenti mortali ogni 100.000 persone occupate variava da meno di 1,00 nei Paesi Bassi, Grecia, Germania, Svezia e Irlanda a più di 3,00 incidenti mortali ogni 100.000 persone occupate in Bulgaria, Francia e Malta. Il tasso di incidenza più elevato tra i paesi dell’UE è stato registrato nella piccola isola, con 5,28 incidenti mortali ogni 100.000 persone occupate. L’Italia si è collocata a metà classifica, con due incidenti ogni 100.000 lavoratori.

Nello stesso anno, si sono verificati 1.506 incidenti non mortali ogni 100.000 persone occupate, per un totale di 2.973.000. L’intervallo per i tassi di incidenza tra i paesi dell’UE andava da meno di 100 incidenti non mortali ogni 100.000 persone occupate in Romania e Bulgaria a più di 2.000 ogni 100.000 persone occupate in Spagna, Portogallo, Francia e Danimarca. Tassi di incidenza particolarmente bassi per gli incidenti non mortali possono riflettere un problema di sottostima, ad esempio, legato a sistemi di segnalazione poco consolidati, scarsi incentivi finanziari per le vittime a segnalare tali incidenti o obblighi legali non vincolanti per i datori di lavoro. Allo stesso modo, sistemi di segnalazione/riconoscimento ben consolidati possono spesso spiegare l’elevato tasso di incidenza in alcuni Paesi. Mentre il fenomeno dei bassi tassi di incidenza non mortali può in parte essere considerato un riflesso della sottostima, la situazione per i tassi di incidenza degli incidenti mortali è diversa in quanto è molto più difficile evitare di segnalare un incidente mortale.
Cosa succede in Parlamento
L’11 dicembre, il Senato ha definitivamente approvato il Ddl Lavoro collegato alla legge di Bilancio. I 33 articoli del provvedimento introducono norme di semplificazione e regolazione, con particolare riferimento ai temi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, della disciplina dei contratti, dell’adempimento degli obblighi contributivi e degli ammortizzatori sociali.
«L’approvazione di questo disegno di legge da parte del Parlamento è il completamento di un anno che ha visto il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali impegnato su più fronti in materia di politiche del lavoro. Tante azioni all’insegna della semplificazione, della stabilità dell’occupazione e della sua qualificazione, anche in termini di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che perseguono un solo obiettivo: tenere al centro del nostro impegno il lavoro, le imprese e i lavoratori» ha dichiarato la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone.

Di diverso avviso, la senatrice Daniela Sbrollini, di Italia Viva, vicepresidente della X Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato e previdenza sociale): «Questo disegno di legge, tenuto fermo per più di un anno, va semplicemente a colpire la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori. Non solo, è stato approvato nel giorno in cui le Camere commemoravano le vittime di Calenzano. In realtà, è un provvedimento che colpisce (ancora di più) tutti i temi che riguardano la prevenzione, la sicurezza e la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici. Complimenti davvero al governo per questo capolavoro, anche come tempistica».
L’intervista
Cesare Damiano, torinese, classe ‘48, è stato ministro del Lavoro del secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008, dopo una lunga carriera nella FIOM/CGIL e, in politica, dal PCI al PD. Oggi è presidente dell’associazione Lavoro e Welfare.

L’INAIL mostra che questo è stato un anno in peggioramento, sia per gli infortuni che per gli incidenti sul lavoro
«I dati fin qui resi noti dall’Istituto si riferiscono ai primi dieci mesi del 2024: è evidente che per avere un consuntivo dovremmo aspettare il 2025. Però possiamo già evidenziare una tendenza: per quanto riguarda infortuni, incidenti mortali e malattie professionali, il segno è, purtroppo, “+”. Quello che preoccupa è che tra gli incidenti l’aumento percentualmente più rilevante, + 2,5%, è di quelli mortali: 890 (in 10 mesi), e non è ancora stata contabilizzata la recente strage di Calenzano. E poi c’è il record della crescita, oltre il 20%, delle malattie professionali. Quindi è un bilancio totalmente negativo per quanto riguarda la salute e la sicurezza delle persone al lavoro».
Un altro dato impressionante (sempre relativamente ai primi 10 mesi) è l’aumento degli infortuni ai cosiddetti bordi della campana, i giovani/giovanissimi e gli over 65
«È evidente che si tratta di un dato che segnala due situazioni fragili nel mercato del lavoro. Prendiamo come esempio il cantiere edile che è una situazione rischiosa per le cadute dall’alto e per lo schiacciamento con materiali; oppure, ci sono settori dove si è esposti a esalazioni nocive. Ci sono casi ricorrenti, in agricoltura, di morti a causa del ribaltamento del trattore, e potremmo continuare. Le situazioni citate indicano anche soggetti fragili, perché è evidente che avere un muratore over 65 sull’impalcatura non è consigliabile. Non c’è dubbio che si tratta di un lavoratore che ha l’esperienza, ma, al tempo stesso, ha tutti i limiti derivanti da decenni passati a faticare in cantiere e dall’età avanzata. Dall’altro lato abbiamo i giovanissimi, come gli apprendisti o come coloro che si avvicinano per la prima volta al lavoro, che se non hanno un tutor, un insegnante, essendo alle prime armi, sono i più esposti al rischio».
Nel caso degli incidenti ai giovanissimi (molti stranieri), potrebbe anche influire un problema di barriera linguistica
«Su questo aprirei un capitolo particolare. Purtroppo, quando si mette mano alla legislazione che riguarda la sicurezza sul lavoro, assistiamo a un andamento a zig zag, non sempre migliorativo: penso all’attuale Governo. Ci sono stati interventi di restyling del Decreto 81 del 2008, di cui sono il padre in quanto ministro del Lavoro del secondo governo Prodi. Ho varato quel Decreto insieme a Livia Turco, che all’epoca era ministro della Sanità. È giusto fare dei ritocchi, perchè il tempo passa, le norme invecchiano, soprattutto in un tempo nel quale digitalizzazione, intelligenza artificiale e nuove modalità dell’organizzazione del lavoro impongono molti adeguamenti. Finalmente si è arrivati ad applicare (con una totale riscrittura) quello che il Decreto prevedeva, cioè la patente a punti per la qualificazione dell’impresa che, nella formulazione originale, riguardava tutti i settori. Questo Governo fa una patente “a credito” che vale solo per l’edilizia e che ha poco a che vedere con la qualificazione dell’impresa. Il fatto positivo è che comunque si va nella direzione di applicare una delega rimasta per anni in sospeso. Dall’altro lato, però, si allunga la catena degli appalti “a cascata”».
Cioè?
«Per venire al pratico: nel cantiere Esselunga di Firenze, dove sono morti cinque lavoratori, c’erano almeno 60 imprese – una torre di Babele – che applicavano contratti diversi. Il contratto dell’edilizia costa di più, anche perché ci sono le scuole di formazione, che vuol dire prevenzione. Poi c’erano tanti altri contratti che costano meno e che vengono utilizzati impropriamente all’interno dei cantieri: può essere quello dei multiservizi, del commercio, addirittura quello dei florovivaisti, per non parlare di quelli che avevano i contratti in dumping o addirittura al nero. In più, quando si hanno 60 imprese che probabilmente tra di loro non si conoscono, non è facile coordinare l’attività di persone non abituate a lavorare insieme e che, occasionalmente, si trovano in un cantiere a costruire un edificio. Non solo: sappiamo che la difficoltà di reperire mano d’opera, soprattutto nei settori operai e nei cantieri, fa sì che i lavoratori siano di diverse nazionalità. Quindi, hai una pluralità di lingue. È evidente che tutto questo genera pericolo: se i cartelli di allerta sono in italiano, tu corri il rischio di non saperli leggere perché sei di un’altra nazionalità e non ti capisci con un altro lavoratore, della tua o di una squadra che non conosci. È dimostrato che tutto questo può portare al rischio di infortunio, mortale o non mortale che sia. Quindi, l’apprendimento della lingua del Paese dove si lavora è fondamentale. Il mio suggerimento alle parti sociali è di riprendere quella conquista sindacale degli anni ‘70 che si chiamava “150 ore di diritto allo studio”, che servì agli emigranti dal Sud al Nord dell’epoca per imparare bene a leggere e scrivere, per saper “far di conto” (anche per controllare la busta paga) e prendere il diploma di terza media. Di fronte a diverse nazionalità, ripristinare quel diritto allo studio, per far apprendere la lingua italiana agli stranieri per comunicare nella società e nei luoghi di lavoro, secondo me è indispensabile. È uno degli strumenti di prevenzione sui quali varrebbe la pena soffermarsi».

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In queste 150 ore si insegnava anche a voler imparare
«Non c’è dubbio. Io ero un giovane funzionario della FIOM a Torino, alla Mirafiori c’erano 60.000 dipendenti in un solo stabilimento. Erano anni nei quali la classe operaia aveva la capacità di influenzare le scelte dei governi. Era una classe omogenea, era una classe che si identificava con i grandi obiettivi di riforma: le lotte sindacali per fare un buon contratto, avere una buona paga, avere una maggiore tutela nel luogo di lavoro. Ed era una classe operaia colta, che si istruiva, leggeva, cresceva, anche perché c’era l’ascensore sociale: potevi fare carriera (aziendale, politica, etc.) anche partendo dal gradino più basso della scala. Tutto questo è scomparso».
Sì, drammaticamente, sotto i nostri occhi
«Esatto. E sono scomparse alcune parole. Comunità, pedagogia… Tutto è scomparso. E anche l’ascensore sociale è scomparso. Ora, se sei “figlio di”, continui la carriera di tuo padre, se no riimani dove sei. Per un povero oggi è più difficile uscire fuori dal suo recinto, mentre all’epoca Pietrangeli cantava, in “Contessa”, “anche l’operaio vuole il figlio dottore”».
Cosa ne pensa delle politiche del Lavoro di questo governo?
«Non vedo da parecchio tempo un disegno organico che affronti la questione. Dalla fine degli anni ‘70 assistiamo a un liberismo aggressivo e crudele, per alcuni versi. È un capitalismo che premia i manager che licenziano gli operai perché questo fa salire il valore in borsa delle aziende. Quello che è stato fatto in questi ultimi decenni è l’inno alla flessibilità del lavoro. E non si è flessibilizzata la prestazione di lavoro, bensì il rapporto di lavoro (a termine, part-time, a partita IVA). A fronte di una disponibilità di essere flessibili nella prestazione, invece, avremmo dovuto dare in cambio un lavoro a tempo indeterminato, che desse sicurezza soprattutto alle giovani generazioni».

Tutte le banche centrali dicono, da tempo e con decisione, che questa flessibilità nel rapporto di lavoro è sbagliata
«Banca d’Italia sono anni che ripete che questo sistema di flessibilizzazione del lavoro è deleterio per il patrimonio dello Stato, che è composto da cittadini che si impoveriscono sempre di più. Lo stesso Mario Draghi ha ribadito più volte che un modello produttivo europeo basato sulle esportazioni competitive per i bassi salari, provoca un corto circuito insostenibile per l’immediato futuro. Quindi bisogna cambiare il modello, perché i bassi salari sono bassi consumi e quindi non c’è spinta alla crescita del mercato interno. Io credo che dobbiamo mettere in discussione il modello e ho teorizzato la “flexstaibility”, cioè la flessibilità della prestazione di lavoro a fronte della stabilità del rapporto di lavoro».
Un lavoro precario è un lavoro insicuro, anche per la salute. Qual è l’approccio dei giovani?
«Un sondaggio di Noto per Il Sole 24 Ore ha rilevato che è falso affermare che i giovani siano pretenziosi e che vogliano solo lo smart working e il welfare aziendale: vogliono una paga dignitosa, che un’altra ricerca ha identificato sopra i 1.250 euro. In secondo luogo un terzo del campione ritiene che la stabilità del lavoro sia assolutamente necessaria da ricercare. Quindi, diciamo che sta tornando una visione del lavoro nel quale l’elemento buona retribuzione, buone condizioni e stabilità ragionevole diventano elementi essenziali. Speriamo bene».
Lavoratori preparati, soddisfatti, magari anche colti. Ma soprattutto lavoratori sicuri e con contratti dignitosi. È chiedere troppo?
di: Giulia GUIDI
Foto: ANSA