Columbine, Virginia, Sandy Hook, Uvalde e più recentemente Nashville: sono solo alcuni dei casi che negli anni hanno sconvolto gli Stati Uniti
Il rapporto tra lingua e società è un rapporto bidirezionale: una inventa l’altra e viceversa. Non stupisce, allora, che determinati eventi vengano raggruppati sotto un nome specifico, una definizione che ne stabilisce caratteri e confini, quandanche terribili. È il caso dello “school shooting”, il massacro scolastico. L’ultimo caso ha colpito la Covenant School di Nashville, nel Tennessee, dove la 28enne Audrey Elizabeth Hale, armata di tre fucili d’assalto e una pistola, si è introdotta nella scuola che lei stessa aveva frequentato e ha aperto il fuoco, uccidendo tre bambini e tre adulti.
Questo e altri recenti episodi, che vedremo in seguito, hanno riaperto il divisivo dibattito sulle armi negli Stati Uniti con, da una parte, il presidente Joe Biden che chiede al Congresso di “agire contro la violenza delle armi da fuoco” vietando le armi d’assalto e, dall’altra, la difesa del Secondo Emendamento che “protegge il diritto dei cittadini statunitensi di detenere e portare armi“, supportata anche da due sentenze della Corte Suprema in meno di 10 anni che definiscono le armi un diritto costituzionale. Una posizione, quella del più alto organo della giustizia statunitense, che va a favore della National Rifle Association of America (Nra), l’organizzazione in difesa dei detentori di armi negli Usa, e di uno dei suoi più strenui sostenitori, l’ex presidente Donald Trump. Lo stesso tycoon ha recentemente aperto la sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2024, in cerca del secondo mandato alla Casa Bianca, a Waco, in Texas, accompagnato dallo slogan “God, Guns and Trump“, inventato dai suoi seguaci.
Associare il fenomeno dello “school shooting” esclusivamente alla diffusione delle armi, tuttavia, potrebbe rappresentare un limite, soprattutto alla luce del fatto che se è vero che le stragi accadono soprattutto negli Stati Uniti è anche vero che non accadono solo negli Stati Uniti.
Le stragi che hanno segnato gli States
Tra gli episodi di “school shooting” – quindi stragi operate in edifici scolastici e universitari per mezzo di armi da fuoco – più ricordati e commemorati non si possono non nominare le stragi della Columbine High School e della Virginia Tech University. Il 20 aprile del 1999 due studenti di 17 e 18 anni, Eric Harris e Dylan Klebold, si introdussero armati nel loro liceo a Columbine, in Colorado, uccidendo 12 compagni di classe e un insegnante per poi rinchiudersi in biblioteca e togliersi la vita. Il 16 aprile 2007, quasi un decennio dopo, Cho Seung-hui, studente coreano in possesso della green card alloggiato nel dormitorio della Harper Hall al Virginia Polytechnic Institute and State University, presumibilmente vittima di numerosi episodi di bullismo, uccise 32 persone con delle pistole semiautomatiche per poi suicidarsi.
Ha lasciato un segno indelebile il massacro alla Sandy Hook Elementary School vicino Newtown, in Connecticut. Il 14 dicembre del 2012 il 20enne Adam Lanza ha ucciso la madre, le ha rubato le armi che deteneva legalmente e si è diretto verso la scuola elementare dove uccise 20 bambini di età compresa tra i 6 e i 7 anni e 7 adulti, prima di rivolgere le armi verso se stesso. Molto più recentemente, il 24 maggio del 2022, si ricorda il massacro della Robb Elementary School di Uvalde, in Texas, quando il 18enne Salvador Rolando Ramos si è introdotto in un’aula della scuola elementare armato di un fucile AR-15 e ha ucciso 19 studenti e due insegnanti, prima di essere fermato e ucciso dall’intervento di un’unità tattica della pattuglia di frontiera degli Stati Uniti.

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Il caso del massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, rappresenta un’eccezione perché il suo autore non è morto ma sta al momento scontando una condanna all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Il 14 febbraio del 2018, armato di un fucile semiautomatico Smith & Wesson M&P15 calibro .223, Nikolas Cruz si è introdotto nell’istituto e ha ucciso 17 persone, ferendone altrettante. A quanto emerso successivamente dalle indagini, Cruz aveva più volte espresso tramite piattaforme web posizioni anti-immigrazione, antisemite e omofobe.
Non solo States
Come anticipato, non solo gli Stati Uniti ricordano episodi così efferati con armi da fuoco. Il 13 marzo del 1996 Thomas Watt Hamilton fece irruzioni nella palestra della Primary School di Dunblane, Scozia, e uccise con quattro pistole semiautomatiche 16 bambini e un’insegnante, prima di suicidarsi. Il 26 aprile del 2002 il Gutenberg Gymnasium di Erfurt, Germania, fu teatro dell’omicidio di 12 docenti, un segretario scolastico e un poliziotto da parte di un ex allievo espulso, Robert Steinhäuser, che si suicidò poco dopo. Sempre in Germania è avvenuto, l’11 marzo del 2009, il massacro scuola secondaria di Winnenden, operato dal 17enne Tim Kretschmer che uccise 15 persone e se stesso.
Anche la Finlandia ricorda con tristezza due casi di massacri scolastici: il 7 novembre del 2007 Pekka-Eric Auvinen uccise 8 persone nel centro scolastico Jokelan koulukeskus presso Tuusula; meno di un anno dopo, il 23 settembre del 2008, fu lo studente Matti Saari a sparare mortalmente contro 10 persone nei locali comuni dell’Università di scienze applicate Seinäjoen ammattikorkeakoulu e del centro scolastico Koulutuskeskus Sedu nella città di Kauhajoki, morendo il giorno stesso per le gravi ferite riportate nel tentativo di togliersi la vita.
Si distingue per l’arma, e non è un caso, la strage di Osaka, commessa l’8 giugno 2001 in Giappone quando il 37enne Mamoru Takuma uccise 8 bambini di età compresa tra 6 e gli 8 anni pugnalandoli con un coltello da cucina. Non è un caso, si diceva, perché al contrario degli Stati Uniti il Giappone ha una legge molto severa sul possesso e l’uso di armi da fuoco e prevede pochissime eccezioni. La scarsissima diffusione di armi da fuoco, inoltre, si deve a una filosofia pacifista fortemente sviluppatasi nel Sol Levante dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Armi e States: i numeri
Il dibattito sulla diffusione delle armi negli Stati Uniti non si può altresì limitare agli “school shooting” ma deve sicuramente considerare tutti i casi di sparatorie contro vittime casuali. Tra i casi più recente, ad esempio, si ricorda: il 18enne Payton Gendron che ha ucciso 10 persone in un supermercato di Buffalo nel maggio del 2022; nel febbraio del 2020 un dipendente licenziato del colosso della birra Molson Coors si introduce nello stabilimento di Milwaukee e uccide 6 persone; l’anno prima il 23enne Patrick Crusius uccide a colpi di arma da fuoco 23 persone dentro un supermercato Walmart a El Paso; nell’ottobre del 2017 il 64enne Stephen Paddock apre il fuoco durante il Route 91 Harvest Music Festival a Las Vegas e toglie la vita a 50 persone.

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Del resto l’accesso ad armi da fuoco sembra, stando a numeri che stime, molto facile. Secondo lo Small Arms Survey, infatti, negli Stati Uniti si contano 120 armi ogni 100 abitanti e il 42% dei nuclei familiari possiede almeno un’arma, soprattutto tra gli elettori repubblicani (50% contro il 21% dei democratici), in Stati a guida repubblicana. Lo Stato con più armi in assoluto è il Montana dove il 64% delle famiglie possiede un’arma da fuoco. Le conseguenze di tale diffusioni si notano nei dati sulle vittime: dal 2010 al 2020 i casi di “Active Shooters” – autori di massacri casuali con armi da fuoco, spesso prima di un suicidio – sono passati da 27 a 40; nel 67% delle stragi le armi utilizzate erano detenute legalmente; ogni milione di abitanti, 34 statunitensi muoiono ogni anno per colpi di arma da fuoco.
Armi e States: le origini
Il legame tra statunitensi e armi è secolare e trova origini proprio nella nascita di quelli che sarebbero poi diventati gli Stati Uniti. Per i primi coloni che si muovevano verso Ovest, infatti, le armi da fuoco erano strumenti indispensabili per tentare di sopravvivere in una terra ancora inesplorata, ricca di risorse e selvaggina. L’autodifesa e l’autosostentamento, dunque, hanno costituito la colonna portante del fenomeno, seguiti da una tendenza ricreativa e da un certo simbolismo, rappresentato soprattutto dal già citato Secondo Emendamento che recita: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, una ben organizzata Milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare Armi, non potrà essere violato“.
Nel corso dei secoli, poi, le armi hanno assunto tutta una serie di valori condivisi da una determinata fascia di popolazione, quella irretita dalla Nra, la stessa che nel corso del tempo ha costruito una campagna di comunicazione pervasiva e capillare, riuscendo ad attirare una ingente fetta di pubblico e (complice il giro d’affari intorno alle armi da fuoco) numerosi industriali e politici.
Chi vede nelle armi una minaccia, chi un metodo di difesa. Chi le difende e chi le accusa, chi sta da un lato del dibattito, chi dall’altro. Quel che resta al centro è il dolore per le perdite di vite umane e la paura che il fenomeno sia destinato a crescere.
di: Alessia MALCAUS
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