Da nomi noti come Woody Guthrie, Joan Baez e Bob Dylan, fino alla storia di Sixto Rodriguez
Il folk, come spesso accade, non è un genere dai confini precisi. La definizione di genere musicale è di per sé arbitraria, ed è quindi utile rintracciarne la storia e le origini per capirne il significato. Il termine “folk” deriva da “folklore”, derivato a sua volta dal tedesco “Volk”, che significa “popolo”, utilizzato per la prima volta dal filosofo e teologo del tardo XVIII secolo Johann Gottfried Herder che si focalizzò sullo studio dei testi delle canzoni tradizionali provenienti da diverse parti del mondo.
Dalla metà del XX secolo molti artisti prendono parte a un processo volto alla ricerca di nuove forme di popular music ispirate alla musica folk tradizionale che viene chiamato “contemporary folk music” o “folk revival music”. In Gran Bretagna si parla di un “secondo folk revival” per riferirsi al folk revival americano distinto dal primo, collocato tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, che interessava soprattutto musicisti di ambito colto. Negli Stati Uniti già dagli anni Venti inizia la registrazione di musiche di contadini, minatori e altre categorie di lavoratori che culminerà nelle raccolte sonore di John e Alan Lomax e nell’Anthology of American Folk Music, compilation pubblicata dalla Folkways Records nel 1952, che sarà di grande ispirazione ai cantanti del folk revival a stelle e strisce. Negli anni Trenta arriva sulle scene LeadBelly, uno dei più noti esponenti del delta blues e virtuoso della chitarra a 12 corde, che pone le basi per quello che sarà il nuovo folk.
Come scrive Serena Facci in Il folk music revival e la canzone politica nel volume Il Novecento – Musica, che compone la Storia della civiltà europea (2014) curata da Umberto Eco, «in questo periodo presessantottesco la cultura popolare è vissuta come espressione non più del popolo-nazione, bensì delle classi dei lavoratori». Ed è in questo contesto che si colloca uno dei folk singer più importanti, ispiratore di molti musicisti folk e precursore della canzone di protesta, Woody Guthrie.I testi diGuthrie rappresentano una grande novità per l’epoca perché sono i primi a contenere una denuncia di tipo sociale e a rivolgersi alla classe lavoratrice, criticando l’oppressione e lo sfruttamento. La sua canzone più famosa è This Land is Your Land, ma tra gli altri suoi lavori ci sono Ballads of Sacco and Vanzetti (1960), concept album dedicato agli anarchici italiani emigrati negli USA Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, ingiustamente condannati a morte nel 1927 per rapina a mano armata e omicidio, e Dust Bowl Ballads (1964), considerato una pietra miliare nella storia della musica folk. Il percorso di Guthrie si intreccia alle grandi lotte operaie e dei disoccupati e sulla sua chitarra incide lo slogan, diventato celebre, “This Machine Kills Fascist” (“Questa macchina uccide i fascisti”). Il cantautore muore nel 1967, a soli 55 anni, a causa della malattia di Huntington.
Fin dagli anni Quaranta Guthrie si esibisce insieme a quello che sarà l’altro grande perno del folk statunitense e della canzone di protesta, Pete Seeger, noto per brani come Where have all the flowers gone?, If I had a hammer e Turn turn turn, e la riscoperta dell’inno pacifista We Shall Overcome, ripreso poi da altri folk singer. Seeger raggiunge la popolarità negli anni Cinquanta con il gruppo The Weavers: da allora fino agli ultimi anni non abbandonerà mai il suo impegno politico, a fianco della working class, a favore dei diritti civili, contro l’inquinamento e la guerra. Iscritto al Partito Comunista, il cantautore finisce vittima del maccartismo: viene perseguitato, censurato dalla televisione, ma continua la sua attività fino alla morte avvenuta nel 2014.
Alla fine degli anni Quaranta inizia la sua carriera Harry Belafonte (1927-2023), che unisce il folk al calypso, genere musicale tipico della cultura afroamericana delle isole dei Caraibi, come la Giamaica, di cui erano originari i genitori. Soprannominato il “re del calypso”, Belafonte raggiunge il grande successo nel 1956 con l’album intitolato – appunto – Calypso, che contiene la celebre Banana Boat Song, versione di un canto dei lavoratori portuali giamaicani. Nello stesso periodo arriva sulle scene Odetta (1930-2008), cantante e chitarrista, da sempre impegnata nella difesa dei diritti della comunità afroamericana. La cantante usa la sua straordinaria voce d’impostazione operistica per veicolare canti popolari, canti dal carcere, spirituals, brani della tradizione americana come House of the Rising Sun e Bald Headed Woman e classici del blues come Nobody Knows You When You’re Down and Out. Nel 1963 Harry Belafonte e Odetta partecipano alla marcia su Washington, resa nota dal celebre discorso I Have a Dream di Martin Luther King.In quell’occasione, presentata dal reverendo come “la regina della musica folk”, Odetta cantò Oh, Freedom.
Alla marcia erano presenti anche due artisti che di lì a poco domineranno la scena mondiale, Bob Dylan e Joan Baez. Il menestrello di Duluth, che negli anni seguenti plasmerà la figura del cantautore di protesta moderno, pubblica il suo primo album omonimo nel 1962, ma il successo arriva con i successivi The Freewheelin’ Bob Dylan (1963) e The Times They Are a-Changing (1964). Con Dylan i nuovi cantori e cantrici del folk non solo rivisitano il repertorio tradizionale, ma cominciano a scrivere le proprie canzoni, diventando “songwriter”. Nel 1965 Bob Dylan sciocca il mondo quando al Newport Folk Festival osa suonare la chitarra elettrica, una Fender Stratocaster, strumento allora inusuale per il folk, che era sempre stato acustico. Fino ad allora. In quegli anni inizia una nuova fase nella carriera di Robert Allen Zimmerman – che introduce elementi rock nelle sue sonorità – ma anche del folk statunitense (e non solo).
Joan Baez, cantautrice e icona del pacifismo e della lotta per i diritti civili, nei primi anni Sessanta invita spesso Dylan a salire sul palco con lei. Non tutte le discografie della cantante sono concordi, ma tra gli esordi di Baez si può annoverare Folksingers ‘Round Harvard Square (1959),album composto da standard e brani tradizionali. Poco dopo la cantante approda anche al rock, al pop, al gospel, al country e negli anni Settanta inizierà a scrivere le sue canzoni. Sono anche gli anni della guerra in Vietnam, alla quale Dylan e Baez si opporranno strenuamente: come non citare Blowin’ in the Wind di Dylan, una delle più famose canzoni contro la guerra, mentre il nome di Baez è legato al sopra citato We Shall Overcome, inno pacifista che la musicista canta in diverse marce per i diritti civili.
Da qui sboccia una nuova generazione di folk singer come Buffy Sainte-Marie, Judy Collins, Tim Buckley, Gordon Lightfoot, John Denver e tanti altri.Come non citare poi ilcantante e polistrumentista Robbie Robertson, scomparso nell’agosto 2023,inserito nella lista dei 100 migliori chitarristi da Rolling Stone. Robertson, e il gruppo The Hawks, hanno avuto un ruolo cruciale nella scena musicale degli anni Sessanta e Settanta: è, infatti, con loro che inizia la svolta elettrica di Bob Dylan, destinata a fare scuola ma all’epoca considerata un tradimento.Nel 1968 gli Hawks cambiano nome in The Band e pubblicano il celebre album Music From Big Pink,che contiene uno dei loro brani più noti, The Weight.
Robbie Robertson era, in realtà, canadese come altri due artisti fondamentali del folk revival, Joni Mitchell e Neil Young. Mitchell – al secolo Roberta Joan Anderson – esordisce discograficamente nel 1968 ma è nel 1971 che pubblica il capolavoro Blue. Non solo è considerato uno dei primi album confessionali, in cui si lascia ampio spazio all’introspezione e al racconto sincero di esperienze intime, ma fu anche un grande successo commerciale e di critica, poi inserito nel 2003 nella lista dei 500 migliori album stilata da Rolling Stone. Joni Mitchell si è ritagliata un posto speciale nel pantheon del folk e del rock grazie alla sua raffinatezza compositiva e alla poliedricità degli arrangiamenti. Dopo il debutto giovanissimo con i Buffalo Springfield, Neil Young raggiunge il successo con il supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young, per poi diventare uno dei cantautori più influenti degli anni Settanta, ridisegnando la figura del songwriter, capace di muoversi tra ballad acustiche e il suono abrasivo della chitarra elettrica, come mostrano Harvest (1972) e la cosiddetta Trilogia del dolore, composta dall’album live Time Fades Away (1973), da On The Beach (1974) e da Tonight’s The Night (1975).
Non tutti i cantanti folk statunitensi hanno goduto della stessa fama in vita. Sixto Rodriguez non ha avuto successo in patria per la maggior parte della sua carriera, ma è diventato una rockstar in Sudafrica, dove i suoi testi, fortemente critici dell’establishment e dell’oppressione, sono diventati per i giovani simbolo della lotta all’apartheid. Solo che Rodriguez non ne sapeva niente. Almeno fino al 1997, quando un fan e un giornalista musicale lo rintracciarono grazie a Internet. Questa storia incredibile ma vera è stata raccontata in Searching for Sugar Man di Malik Bendjelloul, che nel 2013 ha vinto l’Oscar come Miglior documentario. “L’uomo dello zucchero” del titolo deriva da Sugar Man (1970), brano popolarissimo e censurato in Sudafrica, in cui il cantautore statunitense racconta la dipendenza dal punto di vista di una persona tossicodipendente. Rodriguez, di origini messicane, inizia a pubblicare la sua musica fin dalla fine degli anni Sessanta ma prima del documentario passa praticamente inosservato. Ignaro della notorietà di cui gode dall’altra parte del mondo, Sixto Rodriguez si laurea in filosofia, lavora nei cantieri edili e diventa attivista per i diritti civili, fino alla morte avvenuta nell’agosto 2023.