I casi di cronaca nera rivivono in podcast, docuserie e docufilm True Crime: un genere sempre esistito a cui la multimedialità ha dato nuova linfa. E anche l’Italia è stata investita dall’onda “nera”

Immagini, suoni, parole: tutto si piega al dominio dell’intrattenimento, anche chi deve essere intrattenuto. Lo stesso che avrà sicuramente notato negli ultimi anni lo spuntare di un’etichetta sulle principali piattaforme on demand audio e audiovideo, “True Crime”, e magari incuriosito si sarà approcciato al genere, scoprendo di non poterne fare più a meno. Tutti, nessuno escluso, siamo stati colpiti da questa febbre, questa smania di lasciarci avvolgere da quanto di malefico, misterioso, irrisolto, macabro o animalesco vive insieme e accanto a noi. Ecco come ed ecco (forse) perché.

L’ideatore del genere True Crime – almeno a livello letterario – è riconosciuto in Truman Capote, noto autore di Colazione da Tiffany ma anche di A sangue freddo, un resoconto giornalistico del quadruplice omicidio della famiglia Clutter avvenuto in Kansas nel 1959. L’opera, pubblicata nel 1966, rappresenta il primo esempio di “non-fiction novel”, fatti realmente accaduti raccontati tramite i moduli narrativi tipici del romanzo di finzione. In realtà anche altri, ben prima di lui, hanno attinto dalla criminosa realtà per i propri scritti, andando incontro al da sempre esistente interesse del pubblico per i fatti di cronaca: il primo “true crime” si trova infatti negli opuscoli, nei pamphlet, nelle ballades medioevali, nelle rappresentazioni teatrali, nel resoconto dei processi per omicidio della stampa dell’epoca nonché nel giornalismo poliziesco che spopola con la penny press nel XIX secolo. Neanche il “gusto per il sangue” è cosa nuova se pensiamo che in Europa la ghigliottina, il patibolo e il rogo sono stati i palcoscenici più ammirati dal popolo, prima che un certo pudore relegasse questa attitudine negli angoli più remoti dell’animo umano. Angoli che i contenuti multimediali che caratterizzano il Terzo Millennio hanno evidentemente saputo scovare e riportare in luce, non quindi creando un fenomeno, quanto semplicemente globalizzandolo, rendendolo ancora più profondo, fruibile e radicale. Ecco allora che podcast come Serial della giornalista Sarah König e serie come Making a Murderer di Netflix, rilasciati rispettivamente nel 2014 e nel 2015, hanno saputo titillare le corde giuste al momento giusto – e nei giusti formati – e dare il via a un’onda è il caso di dire “nera” che ha raggiunto anche l’Italia.

Del resto il Belpaese di casi da rispolverare e offrire al pubblico ne ha in abbondanza e il podcast sembra essere diventato lo strumento preferito per farlo. Uno dei primi a lanciarsi in questo “nuovo” media in Italia con un prodotto True Crime è stato nel 2017 il giornalista Pablo Trincia con il suo Veleno sul caso dei cosiddetti Diavoli della Bassa modenese, pubblicato sotto l’egida de La Repubblica. Recentemente Trincia è tornato in cuffia con Dove nessuno guarda – Il caso Elisa Claps, prodotto da Chora Media per Sky e SkyTg24,ma negli anni anchealtri rinomati giornalisti e scrittori si sono lanciati sulle piattaforme audio, come Carlo Lucarelli (penna dietro all’ispettore Coliandro) con Blu Notte e Profondo Nero; Stefano Nazzi, autore, ideatore e voce di Indagini de Il Post; Giuseppe Paternò Raddusa che guida la voce di Francesco Migliaccio in Demoni Urbani; Nicola Lagioia con la sua Roma ne La città dei vivi. La “passione” per il genere ha spinto anche molti amatori a farsi creatori, in alcuni casi scalando le classifiche dei “più ascoltati” come nel caso di Elisa True Crime firmato da Elisa De Marco e Bouquet of Madness delle youtuber e twitcher Federica “Prismatic” Frezza e Martina “Sybelle”, nonché personaggi già noti, come il rapper J-Ax con Non aprite quella podcast.
Gli esempi di docufilm e docuserie True Crime italiane, invece, non sono molti o di grande qualità ma a compensare ci pensa la buona vecchia televisione che ormai da decenni offre ai telespettatori programmi del calibro di Chi l’ha visto? (alla sua 35esima edizione), Storie maledette, Un giorno in pretura e il più recente Amore Criminale, nonché le trasmissioni curate dal già citato Lucarelli. Sulla piattaforma con la “N” rossa, in ogni caso, vale la pena citare la docuserie Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi, non solo perché tratta uno dei casi italiani irrisolti più famosi di sempre ma soprattutto perché tra i suoi narratori compare Andrea Purgatori, firma e volto amato della carta stampata e della televisione italiana recentemente scomparso.

Così i nomi tornano a comporre la memoria collettiva, poi ci sono i “delitti”, di Novi Ligure, di Avetrana, di Cogne, di Garlasco, di Perugia, di via Poma, dell’Olgiata, della Cattolica, della Sapienza, del Circeo, e le stragi, di Erba, di via San Gregorio, di Bologna, di Ustica. Ma anche i “mostri”, le “bestie”, i “casi”, i “misteri”, le “bande”: anni dopo il loro avvicendarsi, i fatti tornano con il nome che la stampa ha dato loro, vengono ri-percorsi e ri-vissuti, alla ricerca del dettaglio, della sfumatura, a volte di una spiegazione. Se poi mettiamo nel calderone anche tutti i “casi” avvenuti fuori dai confini nazionali, questa macabramente godereccia forma di intrattenimento perde ogni limite. E allora la domanda sorge spontanea: ma perché ci piace così tanto? Alcuni analisti del fenomeno trovano risposta in un comune senso di verità e giustizia e di ricerca di esse, altri – facendo riferimento soprattutto alla componente femminile dei fruitori – sottolineano come il True Crime possa insegnare a proteggersi e cogliere i segnali di pericolo. Secondo alcuni ricercatori nel campo della psicologia, il genere attrae perché l’omicidio in particolare rappresenta allo stesso tempo un tabù e un impulso, l’atto che fa pendere definitivamente l’ago della bilancia nel costante equilibrio tra il bene e il male che ognuno di noi vive. Come direbbe Lucarelli, la “metà oscura” ci attira “perché ci fa paura”.
Una paura forse giustificata poiché il True Crime ha anche un costo: costringe i protagonisti dei fatti o di fatti simili a scivolare di nuovo nella spirale del male, a volte sconfitti dalla logica dell’intrattenimento. Non va meglio ai semplici fruitori che secondo alcune ricerche rischiano di sviluppare stati d’ansia, paranoie, paure, perché se il male si nasconde ovunque allora può nascondersi anche accanto a noi. Senza contare poi gli effetti sulla società laddove la rappresentazione in quanto punto di vista può prediligere un certo tipo di reato, un certo tipo di vittima e di carnefice, un certo tipo di narrazione. I dilemmi etici, qui, si sprecano.

Da “serial”-fruitori non possiamo che definire la nostra passione un’ossessione: da un lato ci spinge a indagare, a documentarci, ad analizzare e razionalizzare; dall’altra a cercare una risposta che riconduca alla più demoniaca devianza anche quando l’unica possibile è nella più semplice umanità, capace di meraviglia e troppo spesso di orrori.