TECNOLOGIA LAVORO DIGITALE FUTURO INNOVAZIONE

Diremo addio a “vecchie” mansioni per accoglierne delle nuove ma nonostante il fantasma della “disuguaglianza sociale” la Storia insegna che il lavoro cambia insieme al mutamento

Il mondo del lavoro è destinato a cambiare. Nel ritorno ciclico della storia, le nuove tecnologie apriranno la strada a nuove professioni, mandandone in pensioni altre o richiedendo una drastica evoluzione delle mansioni. Le innovazioni si susseguono e tra algoritmi, intelligenza artificiale e digitalizzazioni si fanno spazio nuove competenze e nuove richieste lavorative. A dirlo non è solo l’esperienza storica, ma anche gli esperti e gli analisti.

Tra le professioni che, secondo numerose analisi, conquisteranno sempre più rilevanza sul mercato ci sono: Data Analysts and Scientists; AI and Machine Learning Specialists; Big Data Specialists; Digital Marketing and Strategy Specialists; Process Automation Specialists; Business Development Professionals; Digital Transformation Specialists; Information Security Analysts; Software and Applications Developers; Internet of Things Specialists. Tutto ciò che riguarderà i dati, le tecnologie digitali, ma anche la green e la space economy, sempre più protagoniste, acquisterà spazio. Il fenomeno contrario, invece, vedrà tornare in auge lavori manuali tradizionali e artigianali, persi con la produzione industriale ma sempre più protagonisti.

Un simile scenario di cambiamento era già stato predetto dal The Future of Jobs Report del World Economic Forum nel 2020, arrivato dopo i numerosi limiti imposti dalla pandemia di Covid-19. Tra i punti sottolineati dallo studio sicuramente merita una menzione d’onore la diffusione sempre più veloce e pregnante delle nuove tecnologie, diffusione che in alcuni settore lavorativi ha addirittura subìto un’accelerazione negli ultimi anni. Tra le innovazioni più richieste si segnalavano già tre anni fa il cloud computing, i big data e l’e-commerce ma anche la crittografia, i robot non umanoidi e l’intelligenza artificiale.

Secondo le stime del 2020, entro il 2025 il 43% delle aziende ridurrà la propria forza lavoro a causa dell’integrazione della tecnologia, il 41% amplierà l’uso di appaltatori per lavori specializzati e il 34% espanderà la propria forza lavoro grazie all’integrazione della tecnologia. Entro lo stesso anno, inoltre, nuovi posti di lavoro verranno creati mentre altri verranno distrutti: in particolare le previsioni stimano che i ruoli sempre più ridondanti passeranno dal 15,4% della forza lavoro al 9% (riduzione del 6,4%) e che le professioni emergenti cresceranno dal 7,8% al 13,5% (crescita del 5,7%) della base totale dei dipendenti. La nuova divisione del lavoro tra essere umani e macchine, dunque, potrebbe sostituire 85 milioni di posti di lavoro e farne emergere o crearne altri 97 milioni. Come spiega l’analista del WEF Sam Grayling, la crescita dei posti di lavoro è “dovuta in gran parte all’aumento della connettività digitale e all’adozione della tecnologia, che sta orientando i posti di lavoro verso gli analisti di dati, scienziati, specialisti d’intelligenza artificiale o esperti di marketing digitale. Il numero totale si mantiene o addirittura aumenta, dimostrando che ci sono numerose sacche di nuova occupazione in grado di sostituire quella che scompare“.

Quali saranno, dunque, i posti di lavoro destinati a scomparire? Tra le figure sempre meno richieste compaiono i “registratori di dati, amministrativi, contabili o addetti alla catena di montaggio“, ciò va a indicare che “i lavori più routinieri e quelli che sono al centro della distribuzione salariale, sono stati sostituiti dalle macchine“. Già a cavallo dei secondo e del terzo millennio, infatti, l’automazione resa possibile dalle macchine ha causato una “polarizzazione dei posti di lavoro” con “occupazioni nella parte bassa e la parte alta della distribuzione salariale, mentre le occupazioni nella parte centrale diminuiscono“. Il fenomeno non è certo senza conseguenze: questa polarizzazione causata dalla tecnologia, infatti, provoca e provocherà una “dispersione salariale” e “una crescita significativa della disuguaglianza economica“, come sostiene Raquel Sebastián, ricercatrice e specialista del Dipartimento di Analisi Economica dell’Università Complutense di Madrid.

Pessimismo e ottimismo a parte, d’altro canto, per scoprire come sarà il futuro bisogna guardare al passato, ovvero a tutte quelle “vecchie tecnologie” che nei secoli e decenni scorsi hanno minacciato la società per poi aiutarla a progredire. La quarta rivoluzione industriale, quella denominata Industria 4.0, secondo alcuni analisti, non sarà molto diversa dalle prime tre in termini di effetti a lungo termine. Secondo i teorici della cosiddetta “disoccupazione tecnologica”, infatti, l’innovazione causa un primo calo degli occupati per poi permettere un aumento dei posti di lavoro per gli “effetti di compensazione” dovuti a: invenzione di nuove macchine, nuovi investimenti, cambiamento dei salari, abbassamento dei prezzi e nuovi prodotti.

Al semplice lavoratore e al mondo del lavoro in genere, dunque, non resterà che affrontare i prossimi anni a denti stretti e rimanere sempre al passo, in termini di tecnologia e competenza tecnologica.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: SHUTTERSTOCK