GARDI SUGDUB ISOLA

Gli abitanti dell’isola di Gardi Sugdub sono stati costretti a evacuare a causa dell’innalzamento del livello del mare che, piano piano, sta inghiottendo l’isola. Un altro effetto della crisi climatica

Lasciare la propria casa perché presto non sarà più adatta a ospitare un insediamento umano, perché presto scomparirà. È quanto sta accadendo alla popolazione nativa Guna, costretta ad abbandonare l’isola di Gardi Sugdub, nell’arcipelago di San Blas, parte della comarca di Guna Yala, per trasferirsi sulla terraferma a Panama. Il motivo è l’innalzamento del livello del mare, tra gli effetti della crisi climatica: l’isola potrebbe essere completamente sommersa.

In realtà, questa situazione non è nuova, già dal 2010 parte della comunità indigena Guna era arrivata a scegliere, seppur dolorosamente, il ricollocamento, ma negli anni ci sono stati diversi ritardi nella costruzione degli alloggi, come sosteneva anche un rapporto della ONG Human Rights Watch (HRW) del luglio 2023. Il 29 maggio scorso il presidente di Panama Laurentino Cortizo  ha inaugurato l’insediamento di Isber Yala, sulla terraferma, dove nel mese successivo si sono trasferite circa 268 famiglie della comunità Guna. Tuttavia, come ha riportato HRW, all’apertura del sito vi erano ancora problematiche importanti da risolvere, come l’accesso all’acqua e l’apertura delle scuole in tempo utile. I Guna sono la prima delle 63 comunità delle coste caraibiche e pacifiche di Panama che secondo gli scienziati e i funzionari del governo saranno costrette a evacuare a causa dell’innalzamento del livello del mare. 

Gardi Sugdub, l’isola che non c’è quasi più

L’isola di Gardi Sugdub (“Isola del granchio”, chiamata anche Carti Sugtupu) si trova al largo della costa settentrionale di Panama, nel Mar dei Caraibi. Da oltre un secolo ospita circa 1300 membri della comunità nativa Guna, insediatasi qui per sfuggire alla colonizzazione spagnola del XVI secolo. La comunità ha costruito la sua vita in questo piccolo fazzoletto di terra, circa 400 metri di lunghezza per 150. Ma si è trovata a fare i conti con le inondazioni, molto comuni in questa zona, soprattutto durante la stagione delle piogge, da novembre a febbraio. Dagli anni Novanta, però, sono diventate sempre più frequenti e intense: l’acqua allaga le strade e le case. Secondo lo Smithsonian Tropical Research Institute, citato dalla BBC, il livello del mare intorno all’isola si innalza di circa 3,4 millimetri all’anno (più del doppio rispetto agli anni Sessanta) e dato che il punto più alto dell’isola supera di appena 0,50-1 metro il livello dell’acqua, “è quasi certo che tutte le isole dovranno essere evacuate entro il 2100”, come ha dichiarato il direttore del programma di monitoraggio degli oceani dell’istituto Steve Paton. Una condizione che riguarda ogni angolo del pianeta: Paton ha, infatti, sottolineato che “tutte le coste del mondo sono colpite da questo fenomeno a velocità diverse”.

Gardi Sugdub sta diventando inabitale anche per un’altra ragione. Come sottolinea il succitato rapporto The Sea is Eating the Land Below Our Homes di Human Rights Watch inizialmente il territorio era molto meno vasto, circa la metà di quello attuale, ma negli anni gli abitanti hanno rimosso le rocce, i blocchi di cemento e la barriera corallina circostante per espanderlo. Questo ha maggiormente esposto l’isola alle inondazioni e all’erosione.

Già 20 anni fa il governo autonomo dei Guna aveva pensato a un piano per l’eventuale trasferimento di parte degli abitanti di Gardi Sugdub, proprio per ovviare a un eventuale sovraffollamento. La crisi climatica, però, ha cambiato le carte in tavola. Nel 2010 i leader della comunità Guna e il governo panamense hanno iniziato a sviluppare un villaggio sulla terraferma, Isber Yala, appunto. Il trasferimento non è certo indolore, in quanto implica l’allontanamento dalla propria terra natìa, con la conseguente necessità di preservare i propri costumi, le proprie radici e la propria identità, nonostante la breve distanza tra l’isola e la terraferma. Ma si tratta anche di una questione economica: la comunità è composta soprattutto da pescatori e l’isola solo di recente si è aperta al turismo. La maggior parte degli abitanti ha optato per il trasferimento ma una parte, al contrario, ha deciso di rimanere sull’isola. «Siamo un po’ tristi perché dobbiamo lasciare le case che conosciamo da tutta una vita, la relazione con il mare dove peschiamo, facciamo il bagno e dove vengono i turisti ma il mare sta affondando l’isola a poco a poco» ha dichiarato una residente, Nadín Morales, a Global News mentre si preparava a lasciare la sua casa insieme alla madre, al fidanzato e allo zio. 

Alcune persone appartenenti alla comunità Guna durante il trasferimento, il 4 giugno 2024 – ANSA/EPA/Gabriel Rodriguez

Come accennato in precedenza, negli anni ci sono stati notevoli ritardi nell’attuazione del progetto. Il governo di Panama, in seguito a un accordo, si è impegnato a costruire case, scuole, un ospedale, oltre a fornire l’acqua potabile e la rete elettrica; nonostante questo l’inaugurazione è stata rimandata per diverso tempo. Inizialmente prevista per il 25 settembre 2023, è stata rimandata prima al 29 febbraio 2024, poi al 29 maggio dello stesso anno. Oltre a questo, il sovraffollamento ha contribuito al diffondersi delle malattie, come il COVID-19 e la tubercolosi.

Secondo la direttrice del Cambiamento Climatico per il Ministero dell’Ambiente di Panama Ligia Castro, saranno circa 38mila le persone che dovranno trasferirsi a causa dell’innalzamento del livello del mare nel breve e nel medio termine, per un costo di circa 1,2 miliardi di dollari. Da uno studio condotto proprio dal Ministero dell’Ambiente panamense, insieme alle università di Panama e Spagna, è emerso che entro il 2050 Panama perderà circa il 2,01% del suo territorio costiero a causa dell’innalzamento del livello del mare. 

Il caso di El Bosque, Messico

Non è la prima volta che una comunità deve lasciare la propria terra a causa dell’innalzamento del livello del mare. Il villaggio della comunità El Bosque, nel Golfo del Messico, sta a poco a poco scomparendo, inghiottito dall’oceano, a causa delle violente tempeste invernali e, appunto, dell’innalzamento del livello del mare che qui, sulla costa settentrionale dello Stato di Tabasco, avanza molto rapidamente. Nel novembre 2023 parte degli abitanti ha dovuto essere evacuata, sono pochissimi i residenti rimasti.

Lilia Gama, ricercatrice sulla vulnerabilità costiera all’Università d Tabasco Juarez, ha spiegato che dal 2005 le tempeste invernali, chiamate “nortes”, hanno spostato la linea di costa di oltre 500 metri. In passato, ha dichiarato Gama, le tempeste invernali duravano uno o due giorni, oggi, invece, alimentate dal riscaldamento dell’aria che può trattenere più umidità, si protraggono per diversi giorni.

Per la comunità di El Bosque tutto è iniziato nel 2019, quando una tempesta si è portata via la prima fila di case. Con il passare del tempo la situazione è peggiorata: il mare ha distrutto la scuola, ha riempito i pozzi di acqua salata, rendendo praticamente impossibile l’approvvigionamento di acqua potabile, ha gravemente danneggiato la rete elettrica.

Nel caso di El Bosque si aggiunge un’altra questione, quella dell’industria petrolifera. Tabasco è lo Stato messicano con il maggior numero di piattaforme petrolifere. Inoltre, nel 2021 Pemex, l’azienda petrolifera pubblica messicana, ha annunciato la scoperta di un grande giacimento di petrolio.

Gli effetti dell’innalzamento del livello del mare a El Bosque, nello Stato di Tabasco, in Messico – ANSA/EPA/Manuel Lopez

Alla fine del 2023 parte della popolazione è stata costretta a trasferirsi nelle città vicine, in attesa degli aiuti da parte del governo. 

Secondo il Mayors Migration Council, una coalizione internazionale composta da sindaci di oltre 200 città, nei prossimi tre decenni, saranno fino a 8 milioni i cittadini messicani sfollati a cause delle conseguenze del cambiamento climatico.

Guadalupe Cobos Pacheco, parte della comunità di El Bosque, ha scritto per Amnesty International: «Forse saremo le prime persone sfollate in Messico a causa del cambiamento climatico, ma non saremo le ultime». E la storia di Gardi Sugdub mostra che non è solo il Messico a pagare le conseguenze della crisi climatica.

Crisi climatica e migrazioni

Gli abitanti di El Bosque e di Gardi Sugdub che hanno dovuto lasciare le proprie case sono stati definiti come migranti climatici. Ma a livello giuridico esiste questa espressione? Perché, nonostante la situazione, non si può parlare ufficialmente di “rifugiati climatici”? Qual è la differenza tra “migrante” e “rifugiato”?

Il rapporto tra crisi climatica e flussi migratori è complesso, sfaccettato e in continuo divenire ed è difficile avere dati definitivi. Bisogna tenere presente che ci sono eventi che hanno effetti sul lungo periodo come, appunto l’innalzamento del livello del mare, l’aumento delle temperature, o catastrofi che hanno conseguenze immediate come le inondazioni e gli uragani, ad esempio. Spesso le persone lasciano il proprio Paese o – ed è questa la circostanza più comune – migrano ma rimangono all’interno dei confini dello Stato, come nel caso degli sfollati interni.

A volte le parole “migrante” e “rifugiato” vengono usate come sinonimi anche se identificano uno status legale completamente diverso. Una persona migrante si sposta dal proprio Paese di origine per qualsiasi motivo, dalla povertà al ricongiungimento con i familiari. Un rifugiato, invece, è una persona migrante alla quale viene garantito uno status di protezione internazionale.

Come spiega l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), in realtà, l’espressione “rifugiato climatico” è impropria perché non è riconosciuta dalla Convenzione sullo status dei rifugiati approvata durante una speciale conferenza delle Nazioni Unite a Ginevra nel 1951 (per questo è conosciuta anche come Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati).La Convenzione individua come rifugiato chi attraversa una frontiera internazionale “a causa del fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per un’opinione politica”. Tra le cause di persecuzione non rientra, quindi, la questione ambientale.

Esiste, però, una definizione data già negli anni Ottanta dal direttore dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il professor El-Hinnawi, secondo la quale con l’espressione “migrante ambientale” si fa riferimento a coloro che “sono stati costretti a lasciare le loro case per esigenze temporanee o permanenti a causa di gravi perturbazioni (naturali e/o indotte dall’uomo) che hanno messo in pericolo la loro esistenza o degradato la loro qualità di vita”.

Il Global Impact sui rifugiati del 2018 ha riconosciuto che le catastrofi climatiche possono essere determinati nella scelta di migrare. Se gli effetti della crisi climatica generano, a livello diretto o indiretto, persone sfollate, queste devono comunque essere assistite secondo gli standard internazionali. Non si tratta, quindi di rifugiati in senso stretto ma hanno comunque diritto a richiedere forme complementari di protezione internazionale, oltre che di assistenza.

La sostanza, possiamo dire, è che non esiste uno status giuridico ufficiale di “rifugiato climatico” al momento, ma sicuramente esistono tantissime persone che migrano per le conseguenze della crisi climatica.

Nell’aprile 2024 l’UNHCR ha lanciato il Fondo per la resilienza climatica per dare supporto alle persone rifugiate e alle comunità “maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici”, ai Paesi maggiormente colpiti dai disastri naturali. Il Fondo punta a raccogliere 100 milioni di dollari entro la fine del 2025: l’obiettivo, si legge sul sito, è quello di aumentare “la disponibilità di risorse sostenibili dal punto di vista ambientale nei contesti di sfollamento”, ad esempio fornendo energia pulita per l’alimentazione di infrastrutture sanitarie e scuole utilizzate dalle persone rifugiate ma anche da chi le ospita.

di: Francesca LASI

FOTO: ANSA/EPA/Gabriel Rodriguez