Rieletto presidente con un vero plebiscito, il “dittatore più cool del mondo” Nayib Bukele ha ancora tanti sogni da realizzare, dalla lotta alle maras ai Bitcoin
C’era una volta, fra il Guatemala e l’Honduras, in quella sottile lingua di terra che tiene legate l’America del Nord e quella del Sud, un Paese poco più grande della Toscana ammalato di un grave morbo. Al suo capezzale, con una cura sperimentale che si promette miracolosa, c’è il “dittatore più cool di tutti i tempi”. Perlomeno così si definisce Nayib Bukele, l’eccentrico protagonista di questa favola moderna alla disperata ricerca di un lieto fine. Bukele, però, non è il solito “dittatore” sudamericano: al bolero preferisce il berretto al contrario, alla felpa dell’Adidas preferisce la Polo. Rispetto agli altri leader del Continente, rigidamente ideologizzati e molto più vicini a quel populismo di sinistra così tipico della politica sudamericana, l’unica dottrina politica che Bukele sembra perseguire come una religione è il suo personalismo narcisistico del “todo o nada”.
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Alla fine della prima decade del 2000, El Salvador è alla stregua di uno Stato fallito, martoriato da gang e “maras”, mafie locali che si contendono con l’esercito il monopolio della forza. Il Paese si è trascinato nel 21esimo secolo dopo 12 anni di feroce guerra civile e almeno 75mila morti. Vaste aree urbane sono luoghi invivibili per la popolazione: rapimenti quotidiani, bambini arruolati come mercenari della malavita, imprenditori costretti a pagare il pizzo non per lavorare, ma per non essere ammazzati. Così, quando si presenta alle elezioni del 2019, pupillo ambizioso capace di combinare l’abilità comunicativa di un millennial e un solido background economico, Bukele sa bene da dove cominciare.

Per vincere, lo capisce subito, il rampollo deve costituirsi come un blocco indipendente e contrapposto all’élite bianca e oligarchica nelle cui mani El Salvador è diventata il set di un far west dell’orrore. Il suo esordio in politica è con il Partito di sinistra FMLN (Farabundo Martí National Liberation Front) che, nel bipolarismo salvadoregno, si contende il potere con ARENA, di centrodestra. Bukele viene eletto sindaco del municipio Nuevo Cuscatlán prima e della Capitale San Salvador poi, superando brillantemente il test da amministratore locale e perseguendo una politica locale di vicinanza d’impatto ma concreta.
Nel 2019 Bukele è pronto a raccogliere tutti i frutti della sua esperienza municipale e comunale. Come prima cosa, si fa espellere dal Partito lanciando una mela ad un suo oppositore: più una furbizia che una ribelle intemperanza, che gli consente di schivare le accuse di trasformismo. L’ex sindaco fonda poi il partito Nuevas Ideas con cui si compie il suo più ambizioso progetto politico: mortificare l’alternanza bipartitica dettata dalla stessa costituzione presidenzialista ergendosi come l’unica alternativa “pulita”. Dopo l’epurazione, Bukele svaluta e denigra entrambi i principali attori democratici (FMLN e ARENA) ponendoli sullo stesso piano di vecchie carcasse corrotte, diverse nei colori ma non nella sostanza. Su questo fondo bruno al populismo si cuoce a furor di popolo l’idolo Bukele, carismatico ma soprattutto, finalmente, indipendente. È il nuovo che avanza e il Paese ne viene travolto, letteralmente.
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È così che nel 2019 Bukele è il primo presidente in decenni a non appartenere a uno dei due principali partiti, oltre a essere uno dei più seguiti su TikTok (oltre 8 milioni di followers). Per capire come, nonostante la Costituzione vietasse il doppio mandato, Bukele sia stato riconfermato con l’85% dei seggi, 54 su 60, bisogna guardare a come ha gestito il problema sicurezza, con quello che l’ex direttore della commissione inter-americana di Human Rights Paolo Abrao ha descritto come un “populismo penale”. In cinque anni lo stato d’eccezione viene prorogato 24 volte, mentre un rigoroso Piano di Controllo Territoriale articolato in 7 fasi perpetra la più estesa e impietosa repressione mai vista nel Paese: nelle varie retate finiscono in carcere più di 75mila persone, circa il 2% di tutta la popolazione (El Salvador ha il tasso di incarcerazione più alto al mondo), tanto che Bukele ne approfitta per costruire, in grande come nel suo stile, una struttura detentiva con 40mila posti, il maxi-penitenziario CECOT tutto riservato agli esponenti delle maras. Come in tutti i rastrellamenti, gli arresti sono sommari (la soffiata di un vicino, ma anche un tatuaggio troppo vistoso sono indizi sufficienti) e spesso, accusa anche Amnesty International, portano a detenzione, tortura e uccisione di innocenti, anche minori. Come risultato, El Salvador passa dai 38 morti ammazzati ogni 100mila abitanti nel 2018 ad una media di 2,3 omicidi nel 2023: meglio di così, in tutte le Americhe, solo in Canada.

Nessuna rimostranza da parte delle associazioni di tutela dei diritti umani intacca minimamente il Piano di Bukele, che snobba le critiche e rimanda le accuse dritte al mittente: «forse pensate che noi, in quanto salvadoregni o cittadini di serie B, meritiamo di morire perché devono essere rispettate le vostre idee liberali di democrazia? Da fuori può sembrare non democratico, ma se vivi quello che hanno vissuto i salvadoregni la prospettiva cambia». Se qualcuno ti accusa di essere un dittatore antidemocratico e tu, per tutta risposta, te ne vanti nella tua bio di X (sì, ma “il più figo del mondo”!), l’inversione dei criteri valoriali è compiuta. La prova più valida di questo è nei consensi di Bukele, di gran lunga il presidente latinoamericano più amato, con tassi di gradimento che oscillano dall’80 al 90%.
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«Se abbiamo già sconfitto il nostro cancro, le cui metastasi erano le gang, ora dobbiamo solo guarire e diventare ciò che abbiamo sempre voluto essere» dichiara orgoglioso Bukele che, rieletto, sa bene come raccontarsi. Per rendere un Paese più sicuro può funzionare il pugno duro, ma per renderlo meno povero servono ricette necessariamente condivise e ponderate; soprattutto, l’approccio emergenziale al problema sicurezza ha consentito a Bukele di agire impunemente scavallando leggi, diritti e procedure democratiche. Una ricetta non prescrivibile anche per tenere sotto controllo il debito, gestire l’inflazione, restituire un potere d’acquisto dignitoso alle famiglie. Per cominciare, Bukele è determinato a portare avanti il suo progetto forse più stravagante: rendere il Bitcoin moneta legale a El Salvador (la valuta fisica è il dollaro). Un ambizioso prospetto del 2021 di cui bisogna ancora vedere i frutti, al netto del trionfalismo di Bukele che quest’anno ha annunciato di aver raccolto in un portafoglio offline oltre 400 milioni di dollari in Bitcoin, un dato troppo evanescente e troppo poco trasparente per i creditori.
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Oggi anche l’istrionico Javier Milei guarda al modello economico di Bukele, dalla dollarizzazione della valuta nazionale all’adozione delle crypto come moneta corrente. La finanza internazionale invece non ha intenzione di credere ad altre promesse e ha posto il ritiro della legge sui Bitcoin come condizione tassativa all’erogazione di un prestito da 1,3 miliardi necessario quantomeno ad avviare il risanamento del debito pubblico. Il tutto in un Paese in cui appena il 58% della popolazione ha accesso a Internet e il 21,3% è analfabeta, figuriamoci monitorare le oscillazioni delle criptovalute.

Cacciato il cancro, dicevamo, torniamo a preoccuparci del corpo, o meglio, di cosa ne resta: la mortalità infantile nel Paese è al 23% e la speranza di vita media dei salvadoregni è di appena 70 anni. Bukele dovrebbe averlo imparato: pensa in grande, ma agisci nel piccolo.
FOTO: ANSA/Ron Sachs/CNP