Intervista con il regista Umberto Spinazzola, nelle sale con “Non morirò di fame” e in TV con Masterchef

Il “regista del cibo” è una definizione che calza molto bene a Umberto Spinazzola. Ma non si occupa (solo) di filmare cuochi e ricette: entra con profondità e precisione, proprio come un affilato coltello, nei temi chiave dell’alimentazione contemporanea, quali lo spreco, l’impatto ambientale, il predominio delle multinazionali. 

Torinese, 62 anni, ha esordito nel cinema nel ‘96 con una commedia dal titolo profetico per la sua successiva carriera, “Cous cous”, per poi passare al lato bar con “L’ultimo Crodino”, nel 2009. Nel 2011 comincia l’impegno con i programmi televisivi dedicati al mondo della cucina grazie a “Fuori Menù”, condotto da Alessandro Borghese. L’anno successivo inizia a dirigere “MasterChef”, ruolo che ricopre tuttora. Ha diretto anche “Hell’s Kitchen” e “Family food fight”. 

Il suo terzo film “Non morirò di fame” è uscito nel 2022, e racconta di uno chef stellato che si ritrova a vivere per strada: il riutilizzare il cibo trovato nella spazzatura, prima per sé, poi per gli altri, lo farà uscire dalla crisi e scoprire un mondo nuovo.

Umberto Spinazzola (foto U. SPINAZZOLA)

«Quello dello spreco alimentare è un pallino che ho da tantissimi anni, perché vedo quotidianamente intorno a me la mala gestione che le persone fanno di quello che comprano. Se analizziamo i dati, scopriamo che sono scandalosi: buttiamo 7 etti di cibo a testa a settimana, quasi tre chili al mese. Mi sono detto, “tentiamo di fare un film su questo tema” e ci siamo riusciti». 

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Il filone alimentare è entrato prepotentemente nelle conversazioni quotidiane, e si nota la differenza di approccio al cibo tra le diverse generazioni. 

«Mi accorgo che, per fortuna, è un tema che continua a lievitare, sia grazie alla Comunità europea, molto attenta, sia grazie alla recente legge anti spreco. Si cominciano a fare dei passi. Ma non ancora abbastanza. C’è ancora molta ignoranza, ma, per fortuna, ci sono tantissime associazioni no-profit, che io chiamo “angeli 3.0”, che lavorano quotidianamente contro lo spreco alimentare. Purtroppo, non è ancora abbastanza per arrivare al grande pubblico. Sono convinto che una gran parte di questo processo di educazione debba e possa partire dalla scuola». 

Se lo imparano i bambini, lo insegnano ai genitori… .

«È necessario “inculcare” il tema dello spreco alimentare, che riguarda anche l’educazione ed il rispetto delle materie prime. Ad esempio, c’è un grandissimo spreco di alimenti freschi: bisogna smettere con la paranoia di avere il frigo stracolmo, non bisogna avere paura di comprare la verdura tre volte a settimana, e/o quando serve. I numeri su quanta frutta e verdura finisce nella spazzatura sono agghiaccianti (4,5 milioni di tonnellate all’anno, ndr). Poi c’è anche il tema dell’obsolescenza programmata, cioè la deliberata riduzione della durata di conservazione dei prodotti alimentari, che porta a sostituti più frequenti da parte dei consumatori. Viviamo in un’epoca in cui i 2/3 del pianeta ha fame, mentre il rimanente si permette di “programmare lo spreco”. Mi sembra una follia». 

Comunque adesso se ne parla. Forse, il problema è che si è passati da una sensibilità zero al discutere su carne sintetica e nouvelle food. 

«C’è un grande caos e una clamorosa ignoranza. Quando si dice “carne sintetica” o quando si dice “farina di insetti” il 90% delle persone non sa cosa sta dicendo. Noi, ma soprattutto i nostri figli, devono avere consapevolezza che non si può continuare ad avere una produzione di carne così massiccia ed inquinante. Una delle più grosse fonti di inquinamento è proprio l’allevamento intensivo». 

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Le indagini ISPRA dicono che gli allevamenti intensivi sono causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca in Italia. Numeri alla mano, siamo di fronte alla seconda fonte di polveri sottili, nel nostro Paese, dopo il riscaldamento. Non solo. Un recente rapporto di FAIRR Initiative rende noto che queste attività produttive generano il 44% delle emissioni globali di metano.

«La carne non è il demonio ma è necessario fare formazione affinché il consumo della carne diventi più responsabile e meno frequente. È necessario fare un passo indietro, nei confronti degli allevamenti e delle colture intensivi, per non dire avvelenanti. Chi punta il dito contro la carne sintetica non sa niente di consumi e di inquinamento. È anche una questione politica: si può legiferare in tal senso, senza aver paura delle multinazionali. Non si tratta di tornare indietro, ma di costruire il futuro con più responsabilità». 

Uno scaffale di carne confezionata – SHUTTERSTOCK

C’è poi l’inquinamento causato dal packaging e dal trasporto.

«Senza fanatismi, dobbiamo tornare a ragionare sul chilometro zero e su pacchetti e confezioni più sostenibili e non dannosi. La plastica che avvolge gli alimenti contiene Bisfenolo A, che, a lungo andare, può essere causa di tumori, come dimostrano diverse e autorevoli ricerche di università internazionali». 

Chilometro zero… dipende. In una vasta area del Nord-Est, l’acqua è stata contaminata da Pfas, e quell’acqua viene usata per irrigare i campi e abbeverare gli animali. 

«Assolutamente. Quando si arriva ad inquinare l’acqua allora vuol dire che non funziona la politica, non funziona la Regione, non funziona il Comune. O sono “tuonati” o sono collusi. Non si può non sapere che un’azienda sta inquinando le acque: qualsiasi comune, anche il più povero, fa un’analisi delle acque e te ne accorgi subito, sono inquinate. Qui il problema si fa più scottante». 

Ma se ne parla poco. Pagine e pagine sulla carne sintetica, che, come dice l’unico “produttore” italiano, “non esiste”, e invece dei problemi reali dell’alimentazione non ne parla nessuno, o molto poco.

«È esattamente così, il tema vero non è la carne sintetica, il tema vero sono tutte le porcherie che ci sono dietro, di fianco e davanti alla carne normale. Tra un po’ saremo nel 2050, va da sé che qualcosa del genere arriverà, e ben venga se riesce a sfamare una parte del pianeta». 

Sembra quasi la trama di un film…

«Lo sarà. Sto lavorando al mio prossimo progetto che prenderà in considerazione un altro argomento legato al cibo. Prima mi davano del pazzo, adesso, per fortuna, non più: il film sarà sulla sofisticazione alimentare. La gente non sa cosa più sta mangiando, non sa quante mafie hanno trasferito i loro interessi in questo campo, dove le pene non sono severe e il profitto è paragonabile a quello del traffico di droga. Sarà un film noir, molto molto noir. Voglio cercare, nel mio piccolo, di parlare di questo argomento. I consumatori non sanno quante passate di pomodoro false e marce ci sono in giro, non sa quante farine contraffatte ci sono in giro, quanto olio contraffatto c’è in giro: tutte cose che danneggiano la salute ma sono tranquillamente distribuite con un marchio splendente. Alle spalle di tutto ciò c’è un’organizzazione spaventosa con ricavi e profitti devastanti, tutto a discapito dei consumatori. I rischi sono soprattutto per i più piccoli: la buona pasta al pomodoro contraffatto, con il formaggio già grattugiato, che non è formaggio, fa male. Insomma c’è tanto in cui scavare». 

“Non morirò di fame” è una storia vera. Come ti stai documentando per questo film?

«Tutto è partito dal racconto di un “pentito” che mi ha confidato su cosa stava lavorando: mi si è accesa la lampadina. Le inchieste su questo argomento fanno fatica ad emergere, non trovano spazio: ci sono i grandi potentati, cose che non si possono toccare. Sogno di comprare un giornale che dedichi la prima pagina su cosa stanno combinando alcune multinazionali. Purtroppo non accade. Il tema è talmente gigante che bisognerebbe parlarne ogni minuto. Ma non accade. L’Italia è un Paese che ha dimostrato di poter vivere, e bene, con i propri prodotti: non dovrebbe essere preda di questi grandi gruppi che piano piano stanno cannibalizzando tutto».   

Eppure di parla di carbonara, pancetta o guanciale…

«È proprio questo il punto. Ma, con molta serenità e professionalità, bisognerebbe cominciare a portare qualcuno sul banco degli imputati, che dia qualche risposta; magari qualcuno ascolta. La gente non dovrebbe aver paura di finire all’inferno, ma di quello che mangia».

di Giulia Guidi

foto SHUTTERSTOCK