I soccorritori stanno ancora contando vittime e dispersi nello stato di Rio Grande Lo Sul, e i meteorologi di casa nostra lanciano l’allerta. Per tutti

Mentre Madonna si esibiva davanti a 1,6 milioni di fans in delirio a Rio de Janeiro, le massicce inondazioni nello stato meridionale del Rio Grande do Sul stavano uccidendo almeno 90 persone e oltre un centinaio sono ancora disperse. Una strage. I danni causati dalle piogge hanno costretto più di 88.000 persone a lasciare le loro case, secondo i dati della protezione civile locale. 

Le inondazioni hanno lasciato una scia di devastazione, tra cui frane, strade spazzate via e ponti crollati in tutto lo stato. Gli operatori hanno segnalato tagli all’elettricità e alle comunicazioni. Più di 800.000 persone sono senza approvvigionamento idrico.

«Ripeto e insisto: la devastazione a cui siamo sottoposti non ha precedenti», ha detto domenica mattina il governatore dello stato Eduardo Leite. E ci sarà bisogno di «una sorta di ‘Piano Marshall’ per la ricostruzione».

Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha visitato domenica il Rio Grande do Sul per la seconda volta, accompagnato, tra gli altri, dal ministro della Difesa Jose Mucio, dal ministro delle Finanze Fernando Haddad e dal ministro dell’Ambiente Marina Silva. Il leader e la sua squadra hanno osservato da un elicottero le strade allagate della capitale dello stato, Porto Alegre. «Dobbiamo smettere di correre dietro ai disastri. Dobbiamo vedere in anticipo quali calamità potrebbero accadere e dobbiamo lavorare», ha detto poi il presidente Lula ai giornalisti. Le forti piogge sono state il quarto disastro ambientale di questo tipo nello stato in un anno, dopo le inondazioni di luglio, settembre e novembre 2023 che hanno ucciso 75 persone.

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Innescate dalle tempeste iniziate lunedì, secondo le autorità locali, le inondazioni possono solo peggiorare, mentre i soccorritori stanno setacciando le rovine di case, ponti e strade distrutte alla ricerca delle persone scomparse.

Animali cercano la salvezza – EPA/ISAAC FONTANA

Il clima in tutto il Sud America è influenzato dal fenomeno climatico El Niño, un evento periodico e naturale che riscalda le acque superficiali nella regione del Pacifico equatoriale. In Brasile, ha storicamente causato siccità nel nord e piogge intense nel sud. Quest’anno, gli impatti del fenomeno atmosferico sono stati particolarmente drammatici, con una siccità storica in Amazzonia. 

Approfondisci El Niño

Il climatologo Francisco Eliseu Aquino ha affermato che le tempeste devastanti sono il risultato di un “cocktail disastroso” di riscaldamento globale e di El Niño. Aquino ha affermato che la particolare geografia della regione significa che è stata spesso confrontata con gli effetti della collisione di masse d’aria tropicali e polari, ma questi eventi si sono «intensificati a causa dei cambiamenti climatici». E quando coincidono con El Niño, un riscaldamento periodico delle acque del Pacifico tropicale, l’atmosfera diventa più instabile. La temperatura della superficie del mare nel Pacifico centrale aumenta, provocando più piogge. È stata la causa di inondazioni nel  Corno d’Africa  e negli  Stati Uniti. El Niño ha anche reso il Sud-Est asiatico, l’Australia e l’Africa meridionale più secchi e caldi e ha peggiorato la siccità nelle aree settentrionali del Sud America.

Marco Rabito, meteorologo AMPRO e divulgatore scientifico, spiega cosa sta accadendo in Rio Grande do Sul: «Si tratta di un evento di tipo alluvionale, conseguente a precipitazioni non solo straordinariamente abbondanti ma anche concentrate in un tempo e in un’area molto ridotti, che ne sono le caratteristiche tipiche. Poi il territorio, a seconda di come è strutturato, risponde in modo differente: se ha delle fragilità purtroppo le conseguenze sono drammatiche, soprattutto quando la popolazione è molto concentrata in territori ridotti: vie a ridosso dei corsi d’acqua e sfruttamento eccessivo dei territori limitrofi, in caso di tracimazione sono gli ingredienti per le tragedie. C’è anche un fattore legato alla fragilità delle aree, e i Paesi che non hanno ancora un’urbanizzazione moderna soffrono ancora di più». 

Marco Rabito – foto RABITO

Secondo i dati, in tre mesi in Brasile si è raggiunta la stessa quantità di precipitazioni del 2023.

«Purtroppo noi continuiamo a registrare record a stretto giro; i record del passato veniano abbattuti ogni 20/30 anni, adesso di mese in mese. E non lo vediamo solo su scala planetaria ma anche locale. Noi meteorologi ci troviamo quasi quotidianamente a commentare “questo non l’avevo mai visto, di queste proporzioni”, il “mai visto” sta diventando sempre più frequente e questo testimonia quanto l’impatto del clima sia rivolto soprattutto alla frequenza. Quindi, anche se il cittadino comune ricorda episodi straordinari del passato, sfugge che la frequenza è completamente diversa». 

Perché accade questo?

«La causa va ricercata nell’aumento della temperatura globale, che rende le temperature della superficie e dell’acqua più alte. In quest’ultimo caso c’è più evaporazione e il gioco di equilibrio tra le masse marine e oceaniche per regolare il sistema clima è sempre più alterato; di conseguenza l’atmosfera risulta più energetica, quindi potenzialmente più capace di produrre ingenti precipitazioni in tempi ridotti. Noi non sappiamo dove queste precipitazioni  intense andranno a scaricarsi, perché il fenomeno alluvionale ha una prevedibilità ridotta, quindi dobbiamo essere pronti a subirne le conseguenze. Anche in Italia».

Quali sono le cause?

«L’uomo è la prima causa dell’aumento della temperatura globale, attraverso l’emissione di gas clima alteranti, soprattutto CO2, che provoca l’effetto serra. È anche il gas che resiste di più in atmosfera, e parliamo di migliaia di anni. Ci sono altri gas che hanno più impatto ma meno persistenza, come il metano. Inoltre, stiamo osservando un progressivo e sempre più accelerato aumento della temperatura nelle acque dell’atlantico, nell’ultimo anno e mezzo: i climatologi si stanno ancora chiedendo quali siano le cause. Fa preoccupare, perché si nota un netto distacco tra i primi mesi del 2023: fino ad allora c’erano aumenti di centesimi di grado, adesso di decimi». 

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Eppure uno scienziato come Antonio Zichichi attribuisce la causa del climate change alla modifica dell’inclinazione dell’asse terrestre… .

«Zichichi, da anni, è un paladino dei negazionisti del cambiamento climatico di origine antropica. Penso che sia uno scienziato che ha dato lustro al nostro Paese su dei temi che conosce. Ma non è un climatologo». 

Ma questo El Niño potrebbe causare problemi anche in Europa?

«Sappiamo che l’Europa ne risente meno, ma comunque ha effetti sull’aumento della temperatura globale, e quindi riguarda anche noi. Impatta sulla distribuzione delle aree di alta e bassa pressione, soprattutto sul Nord America, sull’Asia e sull’America centrale». 

Non sarà colpa de El Niño, ma di alluvioni ne abbiamo avute anche qui

«Sì, sono legati all’aumento della temperatura del nostro mare, anno dopo anno. L’ingresso di sistemi perturbati di stagione trovano un mare che ha temperature acquee ancora estive. I contrasti vengono quindi acuiti e tutte le zone che si affacciano sul Mediterraneo sono sottoposte a episodi più intensi. Quando in pianura padana si assiste a un ingrossamento dei fiumi in poche ore, che a molti sembra così strano, in realtà è legato alla quantità di precipitazioni in poco tempo sui nostri territori urbanizzati, cementificati e sottoposti a pratiche agricole aggressive. Non sono in grado di assorbire i quantitativi d’acqua. Quindi, da un lato fenomeni più intensi e dall’altra parte territori meno capaci di sopportarli. Possiamo difenderci solo con opere idrauliche adatte». 

Disinfestazione in Brasile – EPA/ANDRE BORGES

Ma le recenti alluvioni catastrofiche, non sono l’unica piaga che sta affliggendo lo stato verde-oro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità  ha segnalato più di cinque milioni di casi di dengue  e più di 5.000 decessi in più di 80 paesi nel 2023, che è stato l’anno più caldo  da quando sono iniziate le registrazioni. Quasi l’80% dei casi, circa 4,1 milioni, si sono verificati nelle Americhe. In Brasile ci sono stati più di 1,6 milioni di casi. E quest’anno ha già superato quel numero in soli tre mesi. Il ministero della Salute brasiliano ha segnalato oltre 2,9 milioni di probabili infezioni e  1.116 decessi all’8 aprile. 

Questa cifra sconcertante significa che la lotta contro le malattie trasmesse dalle zanzare si sta intensificando. Il riscaldamento climatico, unito a El Niño, aumenta i rischi di malattie trasmesse da vettori come la dengue e la malaria. Quest’ultima è particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici. Nei luoghi in cui la malaria non è costante, le persone non hanno un sistema immunitario forte e sono più vulnerabili a gravi epidemie se il clima consente alla malattia di diffondersi. 

In Venezuela e Colombia, i casi di malaria possono  aumentare di oltre un terzo  dopo periodi di siccità legati a El Niño. Il 2023 non ha fatto eccezione. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, è stato l’anno più caldo  mai registrato, con un nuovo record mensile di temperatura stabilito ogni mese a partire da giugno.

Il cambiamento climatico sta peggiorando la situazione: il clima più caldo aumenta l’umidità e le precipitazioni, il che significa più luoghi di riproduzione e una più ampia distribuzione geografica degli habitat delle zanzare. La temperatura è fondamentale anche per il ciclo vitale delle zanzare e per la capacità di trasmissione del virus. 

I climi più caldi stimolano anche il metabolismo delle zanzare e accorciano il loro periodo di incubazione virale, rendendole portatrici di malattie più efficienti. L’espansione delle aree urbane e l’inadeguata gestione delle risorse idriche creano ampi siti di riproduzione per questi vettori, amplificando il rischio di epidemie di dengue.  Gli studi hanno scoperto che  con l’aumento delle temperature aumenta anche la trasmissione delle malattie , ma in un modo che non è semplice o prevedibile.

Rabito, in un simile quadro, cosa possiamo fare?

«Evitare il peggio non è possibile, dobbiamo limitare i danni, mitigare gli impatti del climate change modificando il territorio in cui viviamo in modo più rispettoso; dobbiamo cercare di studiare i fenomeni e divulgarli nelle scuole per far sì che le prossime generazioni abbiano tutti gli elementi di conoscenza per riuscire ad affrontare nella maniera migliore quello che verrà; che siano consapevoli che devono proteggersi, sia dalle alluvioni sia dalle ondate di calore. Di queste ultime sono vittime soprattutto le fasce più fragili, i disabili, gli anziani. Non ci sono più gli inverni meteo, ma gli inverni demografici, e la platea dei fragili aumenta, con un grave costo anche sulla spesa privata e pubblica. Bisogna prepararsi».  

di Giulia GUIDI

foto ANSA