Lo dice il ceo dell’unica azienda italiana del settore. Se gli investimenti cadono a pioggia, gli esiti sono ancora molto distanti dalle tavole

Il dibattito sulla carne coltivata, o sintetica, è entrato prepotentemente nel mainstream italiano quando il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha chiesto e ottenuto dal Parlamento che venga vietata sul territorio nazionale. Si è trattato del primo provvedimento al mondo in questo senso. Un ulteriore polverone si è alzato quanto la Commissione europea ha chiuso una procedura perché la norma è stata promulgata prima della sua approvazione, ma questo atto, poco più che burocratico, non ha nessun impatto sulla validità del provvedimento. La cosiddetta “legge Lollobrigida”, però, è più un gesto politico che un provvedimento effettivo, perché «la carne sintetica non esiste, o almeno non esiste come la raccontano i media». 

A dirlo è Stefano Lattanzi, ceo dell’unica startup italiana che si occupa di ricerca in questo campo, la BrunoCell, con sede a Trento. «C’è la percezione che la carne sintetica sia già pronta, disponibile, ma non è così – ha spiegato -. Chi la commercializza lo fa in modo estremamente ristretto e siamo ancora lontani da una produzione di massa a costi accessibili». E per quanto riguarda la loro attività «non ha subito alcuna variazione, visto che la norma non vieta la ricerca». 

Quello a cui ci si trova di fronte, almeno in questo momento, è uno scenario schizofrenico: da un lato investimenti da milioni di dollari dalla Corea agli Usa, passando per Israele ed Olanda, dall’altro un prodotto assaggiato solo dai ricchi clienti di due locali statunitensi, perché ancora costosa.

Sullo sfondo, il fatto che per mettere nel piatto un chilo di carne di manzo ci vogliono 192 metri quadri di terreno e 15mila litri di acqua per coltivare 64 chili di grano, emettendo 27 chili di CO2. L’allevamento di animali da macello produce da solo circa il 15% della CO2 emessa globalmente, come riportano i dati della FAO, citando diverse ricerche. La corsa alla carne sintetica punta a trovare un sistema più sostenibile e umano, per produrre lo stesso contenuto proteico e lo stesso sapore che oggi si ottiene alimentando miliardi di capi di bestiame, per poi macellarli e farli a pezzi in stabilimenti industriali, con enorme dispendio di energia.

Coltivando cellule animali in un bioreattore con un mix di nutrienti che riproducono le condizioni naturali, le cellule si moltiplicano rapidamente e si possono ottenere 10mila chili di carne in poche settimane, rispetto all’anno e mezzo necessario per far crescere i bovini in modo tradizionale. Il tutto, poi, senza uccidere o macellare: un traguardo nell’ottica del benessere animale. E un grande business.

Ricerca e denaro

Domnique Crenn prepara un pollo sintetico – UPSIDE FOODS

L’idea della carne coltivata in laboratorio non è nuova. Nel 1931 Winston Churchill scrisse : «Con una maggiore conoscenza di quelli che vengono chiamati ormoni, cioè i messaggeri chimici del nostro sangue, sarà possibile controllare la crescita. Sfuggiremo all’assurdità di allevare un pollo intero per mangiarne il petto o l’ala, facendo crescere queste parti separatamente sotto un mezzo adatto».

Il primo hamburger sintetico è stato prodotto nel 2013, nel laboratorio di Mark Post, cardiologo e professore di fisiologia vascolare all’Università di Maastricht, con uno sforzo finanziario non da poco: 250mila euro per 150 grammi di macinato. Il prezzo include i costi della ricerca, ovviamente.

In questo momento, Good Meat e Upside Foods  sono le prime due aziende autorizzate a produrre e vendere pollo coltivato in laboratorio negli Stati Uniti. La prima servirà il pollo dell’azienda al China Chilcano, un ristorante di uno degli amministratori a Washington DC. Lo chef Dominique Crenn offrirà pollo  prodotto da Upside Foods al Bar Crenn di San Francisco. Sono entrambi locali di lusso. La carne coltivata in laboratorio costa circa  17 dollari al chilo , rendendola inaccessibile per la maggior parte dei consumatori. La società madre di Good Meat, Eat Just, afferma che l’azienda sta subendo  una perdita sulle vendite per consentire alle persone di provarlo.

Post stimò allora che in pochi anni i surrogati sintetici sarebbero diventati competitivi con le polpette vendute al supermercato, grazie alle economie di scala. Ma c’è ancora da aspettare.

I finanziamenti alla ricerca di Post sono arrivati da Sergey Brin, il fondatore di Google, che non è l’unico imprenditore californiano a puntare in questa direzione. Fra i più famosi magnati che hanno investito nella carne di laboratorio ci sono Bill Gates (Microsoft), Richard Branson (Virgin), il cofondatore di PayPal Peter Thiel e Li Ka Shing, l’uomo più ricco di Hong Kong. E stanno investendo nel mercato della carne sintetica colossi come Kellogg’s, JBS, Tyson Foods Cargill.

Nel mondo e nello spazio

Cibo per astronauti – SHUTTERSTOCK

Gli Stati Uniti la fanno da padrone ma, fra le quasi 110 aziende che attualmente si occupano di carne sintetica ne troviamo alcune israeliane, in Cina in Corea del Sud, in Sudafrica e in Nigeria. Fra le europee, oltre alla già citata italiana Bruno Cell, ci sono  Hoxton Farms e Animal Alternative Technologies con sede nel Regno Unito. C’è poi il caso olandese, dove il governo non solo ha dato il via libera alla carne coltivata, ma nel 2022 è intervenuto direttamente a sostegno del settore con uno stanziamento di 60 milioni di euro. I fiori all’occhiello dell’industria olandese della carne artificiale sono Mosa Meat e Nutreco, fra l’altro destinatarie di fondi milionari stanziati dall’Europa. 

Alla carne sintetica sta lavorando anche l’Agenzia spaziale europea (ESA) con due progetti condotti in modo indipendente in Germania e Gran Bretagna. In Germania, partecipano all’iniziativa l’azienda biotech Yuri e l’Università di Reutlingen, mentre nel Regno Unito sono coinvolte le aziende Kayser Space, Cellular Agriculture e Campden Bri. «Entrambi i progetti – spiega Riccardo Corradi dell’ESA a Italia a Tavolahanno studiato la possibilità di coltivare carne nello spazio come cibo per gli astronauti, in particolare per quelli impegnati nelle future lunghe missioni dirette alla Luna e poi su Marte». 

L’obiettivo è quello di fornire agli astronauti cibo nutriente durante le missioni a lungo termine lontano dalla Terra, superando la tipica durata di due anni delle tradizionali forniture confezionate. Contemporaneamente l’Agenzia spaziale europea sta puntando a sviluppare tecnologie innovative per migliorare la produzione di carne coltivata nello spazio e stanno costruendo prototipi sulla Terra per studiare sistemi avanzati, come quelli a circuito chiuso, che consentono il recupero dei nutrienti e il riciclo dei rifiuti metabolici. 

Verdure sintetiche

Antonino Cannavacciuolo – ANTONINOCANNAVACCIUOLO.IT

Tuttavia Il sistema più diffuso e più semplice per ottenere una “carne” sostenibile è usare proteine vegetali, come fanno da sempre tutti i vegetariani. Pat Brown, di Impossible Foods, produce i suoi hamburger partendo dalle proteine della soia e di altri legumi: costano 5 dollari e ormai si trovano al supermercato.

Brown, ex professore di biochimica a Stanford, ha raccolto 1,3 miliardi di dollari di finanziamenti da una serie di investitori, compreso Bill Gates, per arrivare a questo risultato, molto più sofisticato delle solite “bistecche di soia” già in commercio da anni. E sostiene che la sua non è un’imitazione, ma un «modo migliore di produrre la carne». Il suo processo, che non vuole rivelare nei dettagli, richiede la trasformazione di quantità notevoli di biomasse in un prodotto simile a carne macinata, analoga a quella del manzo, ma senza il manzo. 

C’è chi parte dalle proteine vegetali per arrivare a riprodurre la carne di pollo, come Beyond Meat, fondata da Ethan Brown, che distribuisce già i suoi prodotti in tutti gli Stati Uniti. L’azienda è il risultato di un investimento di due dei fondatori di Twitter, Evan Williams e Biz Stone, entrambi convinti vegetariani.

Infine, sulla questione si è espresso anche lo starchef Antonino Cannavacciulo: «Carne sintetica? Per le proteine, basta abituarsi a comprare e a mangiare più legumi». 

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di Giulia Guidi

Foto FAO